Media: il sorpasso è grazie al modello non ai dati

Media: il sorpasso è grazie al modello non ai dati

326.000 spettatori in meno in prima serata. Per la prima volta l’audience media della TV lineare scende sotto i 20 milioni. Potrebbe sembrare un dato tecnico, ma in realtà è molto di più: è un segnale di rotta.

Perché non è solo la TV a rallentare. È l’intero impianto di comunicazione tradizionale a mostrare un nuovo segno di instabilità. E con esso, il modello di business, la pubblicità, il posizionamento dei brand e persino le relazioni tra aziende e società.

Tramonta il modello della Tv tradizionale

A nostro avviso l’indebolimento della TV è l’ennesima prova di una società post-digitale difficile da inquadrare da parte degli editori. Business plan basati su media tradizionali e la centralità del palinsesto iniziano a mostrare le proprie crepe dal momento che la vita delle persone si muove su piattaforme che funzionano in logica asincrona, algoritmica, personalizzata.

Gli editori non sono i soli ad essere alle prese con i primi segnali di un futuro profondamente diverso. I consumatori stanno mettendo in crisi anche la comunicazione Corporate. Non seguono spot, claim o post confezionati a tavolino: cercano riconoscimento. Cercano contenuti che parlino di loro. Lentamente si sta passando dalla logica del broadcasting a quella del riconoscimento attivo.

Media: il sorpasso è grazie al modello non ai dati
Media: il sorpasso è grazie al modello non ai dati

Le nuove regole del gioco

Chi comunica – che sia un CEO, un brand manager o un team social – deve accettare una nuova regola del gioco: non basta più pubblicare, bisogna sintonizzarsi. Non basta più parlare, bisogna connettere. E connettere, oggi, è una forma strategica di leadership.

Ma tutto questo si inserisce in un contesto ancora più complesso: quello delle regole. I giornalisti rispondono a un ordine professionale, hanno una deontologia, un mandato pubblico. I creator no. I social non sono chiamati a garantire trasparenza, pluralismo o qualità informativa. Questa asimmetria regolatoria non è solo un dettaglio tecnico: è una frattura sistemica rilevante.

Serve un nuovo modello, per consolidare la fiducia

Il risultato? Da un lato il pubblico migra verso contenuti più autentici, più diretti, più personali ma spesso di cattiva qualità. Dall’altro, le aziende faticano a trovare la propria voce in questo rumore di fondo. E gli editori faticano sempre di più.

Serve un cambio di postura. Un ripensamento profondo dell’ecosistema e del modello di business. In gioco non sono i KPI ma la rilevanza. E, ancora più in profondità, c’è la fiducia.

Chi non comprende questo cambiamento rischia di continuare a guardare il dito, ignorando la luna. E chi pensa di poter delegare tutto a un algoritmo, rischia di perdere il contatto con la società. Il problema, allora, non sarà solo tecnologico. Sarà culturale.

Happy media!


Ascesa della Creator Economy, un modello ibrido per creare valore

Ascesa della Creator Economy, un modello ibrido per creare valore

Nel 2025, per la prima volta, i ricavi pubblicitari generati da contenuti user-generated superano quelli dei media. Una trasformazione silenziosa ma epocale: la pubblicità non passa più (solo) dai canali tradizionali, ma da persone. E da relazioni.

La cosiddetta creator economy — che secondo Statista supererà i 33 miliardi di dollari nel 2025, con un +36% su base annua — sta riscrivendo i piani media di tutti i brand. Sotto la pressione di budget più snelli e aspettative più fluide, le aziende privilegiano creator e community rispetto all’advertising.

Ma se il creator è il nuovo media, chi è l’editore? Chi è il garante? Quali sono le regole? Ogni innovazione è da guardare con favore: crea concorrenza, nuovi standard ma per creare anche qualità deve muoversi dentro un sistema di regole certo e trasparente.

Differentemente sarà sempre più difficile distinguere un’opinione basata sull’interesse da un racconto personale. La fiducia non si costruirà più attraverso la trasparenza o la reputazione, ma con l’emotività. E se questa “voce” rappresenta un brand, il rischio reputazionale è dietro l’angolo.

Ascesa della Creator Economy, un modello ibrido per creare valore
Ascesa della Creator Economy, un modello ibrido per creare valore

Abbiamo detto, non serve demonizzare il nuovo. Serve capirlo e governarlo.

Un brand responsabile potrebbe adottare una strategia “ibrida”:

  •   Co-creare, affiancando i creator come partner editoriali, dentro cornici narrative e valoriali condivise;
  •   Formare ed educare, offrendo strumenti a chi comunica il brand perché lo faccia con la massima consapevolezza e rigore;
  •    Istituire un comitato etico-editoriale interno, che supervisioni i contenuti, ne valuti il rischio, e mantenga coerenza e integrità, estendendo così le regole del giornalismo a questo nuovo settore.

Senza un sistema, il mercato perde fiducia. Senza regole, l’autenticità diventa un trucco. Senza metodo, la creator economy rischia di implodere sotto il peso delle sue stesse promesse. Il futuro della comunicazione non è una questione di reach ma di valore.

Happy influencing!


Motor Valley Fest 2025: alleanza tra imprese e territorio per l'innovazione

Motor Valley Fest 2025: alleanza tra imprese e territorio per l'innovazione

La settima edizione del Motor Valley Fest di Modena conclusa la settimana scorsa mi ha permesso di focalizzarmi rispetto all’importanza delle aziende sul territorio e di come l’alleanza pubblico-privato può creare eccellenza come accade nella “valle dei motori”.

Il legame dei grandi brand dell’automotive del lusso e della loro filiera con Modena è palpabile, una connessione che si basa su una missione condivisa, tanto forte che non credo sia immaginabile organizzare questo evento in un altro luogo senza svuotarlo di significato.

Persone, eccellenza, trasformazione, tecnologie, riconoscenza, sono state le parole più usate dai relatori, parole che erano azione, uno storydoing che dal passato andava al futuro senza generare alcun dubbio nell’audience.

Le aziende sono radicate nel territorio

Ascoltando storie, visioni e ambizioni, mi ha restituito una consapevolezza nitida: le aziende qui non sono semplicemente presenti, ma profondamente radicate. Non si limitano a operare sul territorio, lo abitano, lo rappresentano, ne portano avanti l’identità come parte integrante del proprio DNA. Quello che ho percepito è un senso di appartenenza raro, quasi fisico, che trasforma ogni presenza industriale in un atto culturale. Il Motor Valley Fest, in questo, è un esempio limpido di "glocalismo attivo": un evento che nasce locale, ma parla un linguaggio capace di attraversare confini. 

È il racconto di un territorio che non esporta solo prodotti, ma valori, eccellenza e visione sostenibile, con un’intensità che difficilmente si può replicare altrove.

In questo contesto così fertile, si percepisce con chiarezza quanto la co-progettazione tra pubblico e imprese private sia ormai una leva strategica, non un’opzione.

Contribuire alla costruzione di un ecosistema

Non si tratta più solo di sponsorizzare un evento, ma di contribuire attivamente alla costruzione di un ecosistema che genera valore reale e misurabile: innovazione tecnologica, investimenti che restano sul territorio, opportunità di lavoro qualificato per le nuove generazioni. In questo senso, realtà come la mia Accenture agiscono non da ospiti, ma da abilitatori sistemici: portando competenze, reti internazionali e strumenti digitali in grado di amplificare ciò che già esiste e traghettarlo nel futuro. Una partecipazione che non è presenza, ma partecipazione generativa, capace di creare impatto ben oltre il perimetro dell’evento.

Motor Valley Fest 2025: alleanza tra imprese e territorio per l'innovazione
Motor Valley Fest 2025: alleanza tra imprese e territorio per l'innovazione

Motor Valley Fest, evento collettivo

È proprio in questa logica che il Motor Valley Fest si distingue da un punto di vista comunicativo: non come semplice vetrina, ma come performance collettiva di reputazione attiva. Qui ogni brand anche attraverso i suoi CEO è chiamato a “stare in scena” non con slogan, ma con comportamenti, scelte, progetti concreti. È nei gesti, nelle partnership, nei contenuti portati sul palco — o nei prototipi esposti nei cortili — che si leggono e respirano i valori autentici delle aziende. Oggi la reputazione non si dichiara, si dimostra,  in contesti come questo lo spazio per la retorica è minimo. La forza di un’azienda si misura nella coerenza tra ciò che promette e ciò che mette in campo. Il Motor Valley Fest, da questo punto di vista, diventa una lente d’ingrandimento potente su cosa significhi davvero “essere rilevanti” nel 2025.

La trasformazione che lascia il segno

E proprio perché visibilità e coerenza oggi camminano insieme, diventa evidente come la vera trasformazione — quella che lascia il segno — non possa essere solo digitale, ma deve essere anche culturale. Tra le parole più ricorrenti durante l’evento ho sentito “tecnologie” e “persone” pronunciate con la stessa intensità: segno che l’innovazione, per essere credibile, ha bisogno di cuore e infrastruttura insieme. In questo equilibrio sottile si inserisce il contributo delle aziende partecipanti, che non portano solo soluzioni digitali, ma una visione integrata fatta di competenze, attenzione alla sostenibilità, e crescita della leadership interna ed esterna. Non si tratta di spingere la trasformazione: si tratta di accompagnarla, con la consapevolezza che ogni accelerazione ha senso solo se inclusiva, formativa e umana.

La sostenibilità abilita il cambiamento

E accompagnare davvero la trasformazione oggi significa anche assumersi la responsabilità del suo impatto. La sostenibilità, in questo scenario, non è un’appendice né una moda da inserire nei panel: è la metrica profonda del cambiamento. L’ho vista emergere non solo nei discorsi, ma nelle scelte visibili di molte aziende: dalla mobilità elettrica ai materiali riciclati, dalla progettazione circolare all’educazione dei giovani talenti verso un’industria più consapevole. La mia Accenture, in particolare, si muove in questa direzione con una visione che integra ambiente, tecnologia e inclusione, perché sa che un ecosistema è davvero tale solo quando la crescita è condivisa, misurabile e sostenibile nel tempo. In un contesto così, la sostenibilità smette di essere narrativa e diventa cultura operativa.

Ecosistema attivo: imprese, istituzioni, comunità

Ci tengo a concludere condividendo che da questo evento  vale la pena allargare lo sguardo. Ciò che accade a Modena non è solo un evento di settore, ma un esempio di come un territorio possa diventare ecosistema attivo, in cui imprese, istituzioni e comunità si riconoscono e agiscono insieme. La Motor Valley dimostra che quando c’è una missione condivisa, l’identità non è nostalgia: è motore di innovazione viva. È un invito, sottotraccia ma potente, per altri settori del Made in Italy— dall’agroalimentare al turismo, dall’energia alla formazione — a domandarsi se il proprio racconto poggia ancora su narrazioni esterne o se ha trovato, invece, la forza di esprimersi attraverso fatti, alleanze e visioni incarnate.

Forse il vero lascito di eventi come questo non è la celebrazione, ma la chiamata a costruire contesti dove le parole — persone, eccellenza, trasformazione, riconoscenza — non restano nei discorsi, ma prendono forma. Camminano. E lasciano una traccia.


potere comunicazione armandobarone.com

Il potere della comunicazione, perché il business deve crederci

Molte aziende trattano ancora la comunicazione come un’attività operativa o estetica (“facciamo il post”, “facciamo il video”), e non come un elemento centrale della strategia di business. L’intento di questo articolo è dissuadere da una comunicazione slegata dal progetto imprenditoriale, perché essa è un asset che impatta direttamente sul conto economico, incidendo su ricavi e profitti. In questo contesto, l’intelligenza artificiale generativa e gli agenti digitali non devono spaventare: rappresentano un alleato per amplificare il potere narrativo e liberare tempo da dedicare al valore.

Il potere delle emozioni e della forma del messaggio

Che sia scritta, ascoltata in un podcast o vissuta visivamente, ogni forma di comunicazione incide sulle decisioni d’acquisto. La struttura del messaggio, il ritmo, le emozioni – il 54% degli acquirenti a livello globale cerca emozioni nello shopping online – che un brand sceglie di condividere influenzano direttamente i clienti.
Senza una strategia, la comunicazione è solo un flusso disordinato: poco importa quanto “bella” possa sembrare.

Un caso ispirante: Etsy e le collezioni algotoriali

Condivido un caso che mi ha colpito.

La piattaforma di e-commerce, focalizzata su prodotti artigianali e vintage, ha introdotto collezioni “algotoriali”: una selezione iniziale curata da persone (50 articoli) viene espansa dall’IA in oltre 1.000 suggerimenti stilisticamente coerenti ma sorprendenti. Risultato? +23% nel tempo medio di sessione sull’app. Un segnale chiaro: la Gen AI può essere complice della scoperta.

B2B: quando la comunicazione diventa relazione

Anche nel B2B la comunicazione non è più solo informativa, ma relazionale. I decisori aziendali non cercano solo dati: vogliono esperienze, coerenza, fiducia. Mai come oggi le figure apicali si mostrano disponibili al confronto – anche pubblico – tra pari. Il confronto diventa un asset per contrastare l’incertezza.
Sempre più aziende B2B si stanno trasformando in B2BtoC, chiamate a comunicare lungo tutta la filiera, fino all’utente finale.
Per questo serve una strategia narrativa capace di connettere valori, tecnologia e persone.

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Il potere della comunicazione, perché il business deve crederci

Sei mosse per reinventare il business attraverso la comunicazione

Ecco 6 consigli pratici per reinventare il business attraverso la comunicazione – sia in contesti B2C che B2B:

  1. Lega il piano di comunicazione al business plan. Questo ti aiuterà a essere rilevante e a distinguere ciò che è “nice to have” da ciò che è “must have”.
  2. Passa da “messaggi” a “esperienze”. Non limitarti a trasmettere informazioni: progetta esperienze di comunicazione che coinvolgano emozioni, sensi e interazioni. Che sia una demo, una mail o un evento, chiediti: cosa sentirà la persona, non solo cosa capirà?
  3. Metti in scena i tuoi valori, non solo i tuoi prodotti. Le persone (clienti, partner o dipendenti) comprano ciò in cui credono. Valorizza la cultura aziendale attraverso storie autentiche, scelte editoriali coerenti e contenuti che riflettano il “perché” oltre al “cosa”.
  4. Integra IA e umanità. L’intelligenza artificiale può moltiplicare efficienza e personalizzazione, ma non deve annullare l’unicità del brand. Usa l’IA come assistente creativo, non come copia-incolla emozionale.
  5. Reinventa i touchpoint interni. La comunicazione non è solo esterna. Newsletter interne, onboarding, riunioni… sono occasioni strategiche per rafforzare l’identità aziendale, alimentare la motivazione e creare senso di appartenenza.
  6. Allena il team alla narrativa strategica. Ogni persona in azienda è un portavoce. Offri formazione e strumenti per trasformare tecnicismi in storie e trasmettere visione, valore e impatto in ogni scambio. La comunicazione efficace è una soft skill strategica.

Happy communication!


Benessere mentale, ecco perché le aziende non devono ignorarlo

Benessere mentale, ecco perché le aziende non devono ignorarlo

Immagina il benessere mentale come un sistema operativo. Per anni abbiamo lavorato con versioni datate, trascurando bug come stress e ansia. Ora, però, un aggiornamento è indispensabile: più della metà dei lavoratori globali sta ripensando il proprio ruolo a causa di problemi legati alla salute mentale.

In risposta, il 94% dei manager e l’89% dei dipendenti sostengono l’adozione di strumenti per il benessere mentale potenziati dall’intelligenza artificiale. In un contesto dove i servizi pubblici spesso non riescono a soddisfare la crescente domanda di supporto psicologico, le aziende emergono come attori chiave nel colmare queste lacune. Non si tratta più solo di offrire assistenza post-crisi, ma di implementare strategie preventive che promuovano un ambiente lavorativo sano e resiliente.

Programmi di formazione, workshop sul benessere e politiche aziendali inclusive diventano strumenti essenziali per prevenire il deterioramento della salute mentale dei dipendenti.

Adattarsi è fondamentale

In un mondo in continua evoluzione, la capacità di adattarsi e superare le difficoltà è fondamentale. Le aziende hanno il compito di fornire ai propri dipendenti e clienti gli strumenti necessari per sviluppare la resilienza emotiva. Attraverso programmi di coaching, sessioni di mindfulness e accesso a risorse psicologiche, è possibile costruire una forza interiore che permette di affrontare le sfide quotidiane con maggiore serenità e determinazione.

Il benessere mentale non dovrebbe essere un lusso, ma una componente integrata nella vita di tutti i giorni. Iniziative come pause benessere durante l’orario lavorativo, accesso a piattaforme di supporto psicologico e promozione di stili di vita sani possono essere implementate senza gravare economicamente sui consumatori.

Benessere mentale, ecco perché le aziende non devono ignorarlo
Benessere mentale, ecco perché le aziende non devono ignorarlo

Il benessere come pratica quotidiana

L’obiettivo è rendere il benessere una pratica quotidiana, accessibile a tutti, indipendentemente dal contesto socio-economico. Tecnologia e cultura aziendale: alleati del benessere mentale.

La trasformazione digitale sta aprendo nuove strade al supporto psicologico, rendendo il benessere accessibile, personalizzabile e sempre più integrato nella vita quotidiana. Applicazioni intelligenti e piattaforme digitali permettono oggi di monitorare l’umore, gestire lo stress e accedere a risorse terapeutiche in tempo reale.

AXA, ad esempio, ha introdotto il Mind Health Self-Check, uno strumento gratuito e anonimo che valuta lo stato mentale degli utenti e fornisce consigli pratici personalizzati.

Headspace ha sviluppato una piattaforma integrata per aziende e operatori sanitari, offrendo coaching, terapia e supporto all’equilibrio vita-lavoro, con impatti documentati su ansia e depressione.

Anche in Italia si stanno moltiplicando esperienze virtuose. La mia Accenture ha scelto di mettere il benessere al centro della propria cultura organizzativa, riconoscendone il valore strategico oltre che umano. Dall’Employee Assistance Program, disponibile 24/7 per dipendenti e familiari, alla community Thrive Yourself, fino ai percorsi formativi come Thriving Mind o Mental Health Ally, l’azienda promuove una visione olistica della salute mentale, dove prevenzione, supporto e consapevolezza convivono in modo integrato.

La salute mentale è in investimento, non un costo

Questi esempi dimostrano che la tecnologia, da sola, non basta. Serve una cultura che valorizzi il benessere come priorità condivisa, che superi stigma e reticenze, e che costruisca ambienti di lavoro realmente inclusivi e sostenibili. La salute mentale è una responsabilità collettiva — e un investimento di lungo periodo.

In un’epoca in cui la salute mentale è al centro dell’attenzione, adottare uno stile di vita sano e consapevole diventa un simbolo di successo e realizzazione personale. Le aziende che investono nel benessere dei propri dipendenti non solo migliorano la produttività, ma contribuiscono a costruire una società più equilibrata e resiliente. In questo contesto, la salute mentale non è più un tabù, ma un obiettivo condiviso e valorizzato.


Quando lo sport riesce ad accendere il futuro

Quando lo sport riesce ad accendere il futuro

I Greci capirono che lo sport è una leva strategica per unire il popolo intorno ad una missione e creare lo “spirito del tempo”. I romani seppero cogliere questa intuizione ed elevarla nella strategia di gestione di un’area geografica che andava dall’Italia, all’Africa, all’Inghilterra fino al Medioriente creando un pilastro della cultura che ancora oggi riempie la nostra quotidianità.

Lo sport come leva di unione sociale

Lo sport, quindi, non è solo un fatto di trofei. Il campionato di calcio vinto dal Napoli, cattura l’occhio del mondo per la capacità del popolo partenopeo di festeggiare, dai più commentatori considerata “unica”, ma per coglierne il reale valore è nostra opinione bisogna guardare con maggiore attenzione, perché come abbiamo detto lo sport è molto di più 11 giovani talentosi che corrono dietro ad una palla.

La rinascita dal fallimento a modello

Facciamo un passo indietro. La società sportiva Calcio Napoli nel 2004 è fallita. Quando furono portati i libri in tribunale un imprenditore la comprò. Questo signore si chiama Aurelio De Laurentis, l’attuale presidente del club. Come è possibile che un imprenditore senza esperienza nel calcio abbia in poco più di due lustri portato un club fallito ai vertici dello sport nazionale mettendo in fila club blasonati come, Milan, Juventus e Inter?

A nostro parere è stata la capacità di creare un progetto fondato su una missione chiara, “Vincere, vincere e rivincere – dichiara De Laurentis” , basata sui valori del territorio e in grado di creare un nuovo “spirito del tempo”.  I napoletani, tradizionalmente scaramantici, hanno manifestato chiaramente l’adesione a questo nuovo “sentire comune” arrivando a tatuarsi addosso il simbolo del quarto scudetto nonostante la sfida aperta dell’Inter conclusasi solo all’ultima partita disponibile.  Un capolavoro di comunicazione purpose driven.

Quando lo sport riesce ad accendere il futuro
Quando lo sport riesce ad accendere il futuro

Sostenibilità e governance: un modello da studiare

Ma gli economics? De Laurentis nuovo mecenate che ad un certo punto scompare lasciando la società sul lastrico finanziario? Nemmeno per sogno. Il progetto, forte dei propri valori, ha alla sua base la sostenibilità. I conti del club sono in ordine e l’attrattività del brand – un club che gioca in uno stadio che De Laurentis ha voluto fosse chiamato Diego Armando Maradona, un contemporaneo dio dell’Olimpo - , unita ad una capacità di scouting e valorizzazione del talento che pochi possono vantare, ha reso possibile la vittoria del quarto titolo nonostante la rinuncia ai calciatori di maggiore talento, Victor Osimhen e Khvicha Kvaratskhelia bravi con il pallone tra i piedi, ma non più allineati alla “missione” della dirigenza.

Una vittoria senza precedenti

Non stupisce quindi l’unicità del trionfo del Napoli, considerato ancor più sbalorditivo perché per la prima volta nel campionato di calcio italiano (la formula attuale risale al 1929) una squadra si è affermata dopo un precedente campionato dove si era piazzata solo decima. Sicuramente è stata determinante la figura dell’allenatore ma la scelta del preparatissimo Antonio Conte è stata fondata sui valori e di conseguenza vincente.

Così come i romani forgiarono una missione di popolo in grado di guidare anche l’economia, anche Napoli sta vivendo un momento di entusiasmo che crea indotto economico, nonostante un tessuto socio-economico distante dai migliori modelli occidentali.

Lo sport è una leva di trasformazione

Napoli ha vinto ancora. Era già accaduto nel 2023 quando un’intera economia urbana — ristorazione, trasporti, hotellerie — trasse beneficio dal trionfo. Ma soprattutto, un’intera comunità si riconobbe nel successo.

Lo sport è una leva strutturale di trasformazione, così come le Olimpiadi di Barcellona del 1992 hanno rilanciato prima la città e poi la Spagna, chissà che questa vittoria senza precedenti del Napoli non aiuti il Paese a reinventarsi sulla forza di una missione condivisa.

Happy Sport!


Comunicazione intergenerazionale

Comunicazione intergenerazionale: quando il team diventa il messaggio

Perché le aziende più visionarie stanno scoprendo che il vero vantaggio competitivo non è solo nella strategia, ma nella composizione generazionale dei team che la pensano, la scrivono e la raccontano.

La comunicazione non è mai neutra. Porta con sé codici, riferimenti, tempi e visioni del mondo. In un contesto in cui i brand devono parlare a pubblici sempre più multigenerazionali e diversificati, avere un team di comunicazione intergenerazionale non è solo utile: è strategico. Ma attenzione: non si tratta solo di mettere insieme giovani digitali e professionisti senior. La differenza si fa quando le competenze si potenziano a vicenda, generando un output che nessuna generazione, da sola, sarebbe in grado di produrre maggiore produttività e soddisfazione dei dipendenti.

Un rapporto di Harvard Business Publishing sottolinea che team inclusivi e diversificati tendono a superare in performance quelli omogenei, grazie alla varietà di prospettive e all’autenticità promossa all’interno del gruppo.

Un professionista con vent'anni di campagne alle spalle conosce bene le strutture persuasive, il peso delle parole, la coerenza di marca nel tempo. Un talento più giovane, magari nativo digitale, si muove con agilità tra nuovi format, tone of voice mutevoli, contenuti effimeri. Quando si lavora insieme, la strategia non è più solo un piano logico: diventa un ecosistema vivo, capace di dialogare sia con la solidità di un brand book sia con l'agilità di una story su TikTok.

Un copy senior sa costruire ritmo, tensione narrativa, evocazione. Ma spesso rischia di usare formule datate. Un junior ha accesso al linguaggio del momento, ma può mancare di profondità. Metterli in coppia (o farli co-editare) significa creare un testo che sa parlare sia al cuore che all'algoritmo. Un copy con memoria e futuro.

In un mondo in cui l'immagine è sempre più linguaggio, avere visioni estetiche di epoche diverse nello stesso flusso creativo può fare la differenza. I visual designer più esperti conoscono l'equilibrio, l'identità, il dettaglio. I più giovani portano glitch, velocità, contaminazioni. Insieme possono creare contenuti che siano rilevanti oggi, ma risonanti anche domani.

Comunicazione intergenerazionale: quando il team diventa il messaggio
Comunicazione intergenerazionale: quando il team diventa il messaggio

Anche il lavoro degli specialisti delle PR aziendali può arricchirsi enormemente grazie all’intergenerazionalità. I professionisti senior portano una comprensione profonda delle dinamiche istituzionali, delle relazioni con i media tradizionali, della gestione delle crisi con equilibrio e senso della misura. I più giovani, invece, conoscono il linguaggio degli influencer, le dinamiche della reputazione distribuita, i codici del tempo reale.

Quando queste competenze si incontrano, nascono strategie di comunicazione capaci di presidiare ogni tipo di conversazione, dalla conferenza stampa ufficiale al tweet virale, passando per le relazioni con stakeholder giovani e movimenti emergenti. È qui che le PR smettono di essere difensive o promozionali, e diventano architettura dinamica della reputazione.

Due casi sono emblematici. Gucci ha introdotto un "consiglio ombra" composto da giovani talenti che affiancano il top management. Il risultato? Non solo idee più fresche, ma anche una comunicazione più coerente con il sentire culturale dei nuovi pubblici. E in molte agenzie creative stanno nascendo "coppie miste" formate da un senior e un junior: i pitch migliori nascono proprio da tensioni generazionali risolte creativamente, non da briefing lineari.

In un'epoca in cui il pubblico ha imparato a decodificare ciò che sta dietro il contenuto, anche la composizione del team è parte della narrazione. Un brand che comunica attraverso una pluralità di generazioni comunica inclusione, ascolto e visione.

Non si tratta di un gesto politico, ma di un atto strategico: solo chi ascolta più generazioni sarà in grado di parlarne. E c'è di più: grazie alla collaborazione intergenerazionale, i team possono uscire dalle metriche di vanità (like, reach, impressioni) per concentrarsi su impatti reali: brand trust, profondità di engagement, fidelizzazione a lungo termine. Perché quando i contenuti nascono da voci diverse, parlano a pubblici diversi. E non solo per essere visti, ma per essere ricordati.

Happy Collaboration!


Come trattenere talenti nell’era dell’intelligenza artificiale

Come trattenere talenti nell’era dell’intelligenza artificiale

Nella società post digitale l’innovazione fornisce mezzi tecnologici che consentono un importante aumento della produttività. Ma tra la nascita della tecnologia e l’adozione della stessa in maniera pervasiva vi è di mezzo la capacità delle persone di adattarsi al cambiamento.

E mentre l’intelligenza artificiale entra in pompa magna nelle organizzazioni, la tentazione è forte: accorciare i tempi, automatizzare, fare “di più con meno”. Ma la vera domanda che deve porsi un manager non è solo “come usare l’IA” ma chi avrà ancora persone aggiornate, capaci, motivate fra 5 anni?

La ricerca di nuove competenze

La ricerca di nuove competenze si scontra già oggi con un capitale umano sempre più scarso: c’è un mismatch crescente tra domanda e offerta di skill, aggravato da un calo demografico strutturale. Tra dieci anni, in Italia, avremo 3 milioni di persone in meno: un dato che non riguarda solo la società, ma anche il lavoro.

In questo scenario, aggravato dal rischio di cronicizzazione del fenomeno dei Neet – giovani che non lavorano né studiano, trattenere e valorizzare le persone non è solo motivante: è una scelta economicamente vantaggiosa. Un dipendente qualificato, secondo il Center for American Progress, può costare fino al 213% del suo stipendio annuo se deve essere sostituito.

Le competenze da aggiornare, i dati

Secondo il rapporto Future of Jobs 2025 del World Economic Forum, il 63% dei datori di lavoro indica le lacune nelle competenze come il principale ostacolo alla trasformazione aziendale nei prossimi cinque anni. L’85% delle aziende punterà sulla riqualificazione professionale, ma solo il 50% è pronto a ridistribuire internamente le risorse in ruoli in crescita. Intanto, 4 lavoratori su 10 sanno già di dover aggiornare le proprie competenze entro lo stesso periodo.

Questo contesto apre una nuova era di un concetto non nuovo: la ricerca e la valorizzazione del talento. Il capitale umano delle aziende è destinato ad aumentare di valore, data la scarsità. Questo rende urgente lavorare ai dei programmi di reskilling permanenti, ma anche di attivare programmi di individuazione dei talenti e delle loro skill per dei percorsi di carriera in grado di combinare movimenti orizzontali e verticali e di usare la tecnologia per asettizzare il talento e il patrimonio culturale dell’organizzazione.

Questo approccio, speso noto alle grandi aziende, deve entrare nel patrimonio della PMI data la specificità del proprio capitale umano incrociato con il calo demografico.

Implementare un sistema di questo tipo aumenta non solo la resilienza dell’azienda e la retention, ma anche la fiducia. Le persone percepiscono la possibilità di crescere, essere viste, contribuire. Questo genera un clima positivo, riduce l’ansia da cambiamento e rafforza la coesione.

Come trattenere talenti nell’era dell’intelligenza artificiale
Come trattenere talenti nell’era dell’intelligenza artificiale

La costruzione di una resilienza organizzativa

5 consigli per costruire resilienza organizzativa attraverso il Capitale Umano Human+ Machine:

1. Realizza piani di sviluppo interni

Mappa i talenti e costruisci percorsi di crescita che permettano di far emergere nuove figure chiave.

2. Rendi visibili le opportunità di carriera

Le persone restano dove vedono un futuro. Comunica con chiarezza i percorsi evolutivi e i criteri di valorizzazione.

3. Integra l’IA come custode della conoscenza

Non sostituire, ma affianca. Usa l’IA per assettizzare il know-how e garantire la business continuity.

4. Crea un clima di fiducia e sicurezza psicologica

Le organizzazioni attrattive sono quelle in cui si può imparare, sbagliare e contribuire senza paura.

5. Anticipa i cambiamenti, non inseguirli

Preparati oggi alla possibile uscita di figure chiave domani. La pianificazione delle competenze è un atto strategico.

Happy trust!

 


L’innovazione è vera solo se inclusiva: perché l’accessibilità nei servizi è la chiave per crescere

L’innovazione è vera solo se inclusiva: perché l’accessibilità nei servizi è la chiave per crescere

Nel mio ultimo articolo ho parlato di accessibilità digitale e del ruolo che può avere nel successo di un’azienda.

Oggi voglio fare un passo ulteriore all’inclusività, tornando su un tema che considero centrale per chi si occupa di business e vuole innovare l’azienda e il mercato in cui opera.

C’è una frase che in Accenture ripetiamo spesso: “Un’innovazione che non è inclusiva, non è vera innovazione.” E questo vale anche - e soprattutto - per il modo in cui progettiamo servizi: dal design alla comunicazione, dalla governance alla distribuzione. Se vogliamo davvero innovare, dobbiamo chiederci chi resta fuori dalle nostre soluzioni. E come possiamo coinvolgerlo.

Serve inclusione concreta

Nel progettare servizi, prodotti ed esperienze, la vera sfida oggi non è aggiungere un “bollino ESG” a posteriori, ma ripensare l’innovazione fin dall’inizio per includere chi tradizionalmente è stato lasciato fuori: lavoratori informali, donne vulnerabili, anziani, persone con fragilità temporanee o permanenti.

Molti approcci ESG si concentrano sull’ambiente. Ma l’aspetto socio-economico è spesso trascurato, pur essendo fondamentale. Eppure, è proprio qui che stanno arrivando segnali forti dai paesi che prima consideravamo emergenti. Dalle Filippine all’India, alcuni esempi ci mostrano come l’innovazione inclusiva sia già realtà concreta, capace di generare impatto e differenziazione.

Non sarà che i Paesi che consideravamo ‘in via di sviluppo’ stanno diventando più lucidi e coraggiosi di noi nel rendere l’economia accessibile a tutti?

L’innovazione è vera solo se inclusiva: perché l’accessibilità nei servizi è la chiave per crescere
L’innovazione è vera solo se inclusiva: perché l’accessibilità nei servizi è la chiave per crescere

Due esempi: AXA Filippine e Uniqlo in India

Due casi che ci possono ispirare sono quelli di AXA Filippine e il brand UNIQLO in India.

I lavoratori autonomi, come autisti e rider, sono parte di quella che viene chiamata gig economy — un sistema dove si lavora su richiesta, spesso senza tutele. Nel 2025, AXA Filippine, insieme a Philinsure, Grab e MOVE IT, ha lanciato una copertura assicurativa fino a 1 milione di PHP per queste categorie. Un passo concreto per offrire sicurezza e dignità a chi è fuori dai circuiti tradizionali.

Spostandoci in INDIA, di cui ricordo la sua crescita economica strabiliante degli ultimi anni in tutti i settori specialmente il tecnologico, lo stesso Fondo Monetario Internazionale (IMF) la conferma tra le economie con il più alto tasso di espansione al mondo.

Innovazione inclusiva in crescita

Questi Paesi stanno guidando l’innovazione inclusiva e crescendo più rapidamente di molte economie occidentali. Chi crea prodotti e servizi ha oggi una responsabilità diversa dal passato. Non basta più progettare per un target generico o per il “cliente ideale”. Serve ideare soluzioni che includano, che considerino i bisogni reali di persone spesso escluse dal mercato: per contesto, competenze, età, condizione sociale o fisica. L’inclusività non è un abbellimento, ma una leva di crescita concreta. Significa progettare con lucidità e lungimiranza, sapendo che un mercato realmente accessibile è un mercato che si espande, che genera più impatto, più valore e più relazioni.

Viviamo un tempo in cui la competitività passa dalla coerenza tra valori e azioni. L’inclusione nei servizi non è solo una scelta etica, ma un’opportunità di business, una leva reputazionale e una responsabilità sociale. Per chi occupa posizioni di guida e leadership è anche un modo per mostrare non solo che tipo di leader si è ma che nuove competenze metti in gioco.

Double Happy Inclusion!


Quando Business e Accessibilità possono stare insieme

Quando Business e Accessibilità possono stare insieme

L’innovazione tecnologica evolve ad una velocità mai sperimentata. Ogni giorno assistiamo a progressi che ridefiniscono il nostro modo di lavorare, comunicare e vivere. Eppure, in questa corsa verso il futuro, si annida un rischio tanto invisibile quanto reale: quello di lasciare indietro a nostro stesso svantaggio le persone più vulnerabili, in particolare chi vive una condizione di disabilità.

Credo che nella società post- digitale inclusione e ricavi devono andare a braccetto. L’accessibilità digitale non è un’azione “accessoria” o un semplice adempimento normativo: è una leva strategica che permette di estendere la portata di un brand, migliorare l’esperienza utente, fidelizzare il pubblico e rafforzare la propria reputazione.

Perché l’accessibilità digitale è una priorità strategica

Per accessibilità digitale intendiamo l’insieme di pratiche, tecnologie e principi volti a garantire che siti web, applicazioni e contenuti digitali siano fruibili da tutte le persone, comprese quelle con disabilità. Significa progettare ambienti digitali inclusivi, che rispettino le diverse esigenze sensoriali, cognitive e motorie. L’accessibilità digitale promuove pari opportunità e migliora l’esperienza utente per tutti.

Cosa significa accessibilità digitale

Sono da includere anche i portatori di disabilità leggere, spesso trascurate, che includono condizioni comuni come la miopia, che può rendere difficile leggere testi poco contrastati o troppo piccoli. Altri esempi sono i disturbi dell’udito, il daltonismo o le difficoltà cognitive lievi, che possono compromettere la fruizione di contenuti digitali.

Così il bacino si amplia e pensare all’accessibilità come un costo è un errore: si tratta di un investimento,  tra l’altro molto contenuto, in un mercato più ampio e consapevole il cui obiettivo deve essere una società più equa.

Quando Business e Accessibilità possono stare insieme
Quando Business e Accessibilità possono stare insieme

Disabilità visibili e invisibili: un bacino da valorizzare

Una persona su cinque nel mondo vive una qualche forma di disabilità. Questo numero è destinato a crescere con l’invecchiamento della popolazione. Continuare a considerare la disabilità come una sfida individuale, che riguarda solo una minoranza, è un errore strategico oltre che culturale.

Ignorare questa parte significativa della popolazione significa:

  • auto-infliggersi una limitazione,
  • rinunciare a un potenziale economico enorme,
  • rendere la società meno inclusiva e sicura.

Inclusione digitale: un’opportunità, non un costo

Un brand accessibile non solo apre le porte a nuovi clienti, ma accresce il suo valore. Oggi i consumatori premiano le aziende che si dimostrano autenticamente inclusive e attente ai bisogni di tutti. Un’interfaccia digitale accessibile comunica rispetto, competenza, affidabilità.

In questo senso, l’accessibilità agisce sull’identità del brand: rafforza la brand reputation, genera fiducia e costruisce un’immagine aziendale contemporanea e responsabile basata su una narrazione autentica.

L’impatto dell’accessibilità sulla brand reputation

La tecnologia per rendere i contenuti accessibili già esiste. I tool sono disponibili, spesso integrati nei principali sistemi di progettazione. Il vero gap non è tecnico né economico, ma culturale.

Serve una nuova mentalità: una cultura digitale che metta al centro la diversità, l’usabilità e la responsabilità sociale. Una cultura che sappia vedere l’accessibilità non come un vincolo, ma come un criterio di qualità.

Il vero gap è culturale, non tecnologico

In Accenture, questo cambio di paradigma è già realtà. L’accessibilità digitale è integrata nel DNA aziendale. Ogni soluzione, ogni contenuto, ogni progetto nasce con l’obiettivo di essere accessibile a tutti. Una innovazione che non include semplicemente non è innovazione.

E questo approccio si riflette anche nei piccoli gesti: ad esempio, le immagini pubblicate sui canali social dell’azienda sono sempre accompagnate da didascalie dettagliate, pensate per chi utilizza screen reader o ha difficoltà visive. Piccoli esempi, grandi segnali.

Un futuro digitale veramente inclusivo sarà anche un futuro economicamente e socialmente più ricco. E ogni professionista ha la possibilità – e la responsabilità – di contribuire a costruirlo.

Happy Digital!

 


Armando Barone

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