Proteggere i giovani non basta: bisogna prepararli all’Intelligenza Artificiale

Proteggere i giovani non basta: bisogna prepararli all’Intelligenza Artificiale

Quando ho letto che la Cina introdurrà l’Intelligenza Artificiale come materia obbligatoria nelle scuole, la mia prima riflessione è andata alla comunicazione. Se milioni di studenti cresceranno imparando a dialogare ogni giorno con un’intelligenza artificiale, cambierà inevitabilmente anche il loro modo di informarsi, scrivere, cercare risposte e costruire relazioni.

Quasi contemporaneamente, dalla Francia è arrivata la decisione di vietare i social ai minori di 15 anni. È una nuova puntata del vecchio adagio secondo cui il mondo innova mentre l’Europa legifera?

Perché tutela e preparazione dei giovani sono inseparabili

Il rischio esiste. Ma, guardando più da vicino la questione, la contrapposizione tra innovazione e regolamentazione appare troppo semplice.

L’Europa sta attraversando una profonda crisi del capitale umano, innanzitutto quantitativa. In meno di vent’anni ha perso circa dieci milioni di giovani: nell’Unione europea le persone tra i 15 e i 29 anni erano circa 83 milioni nel 2007 e 73 milioni nel 2021. L’inverno demografico continua a ridurne il numero, facendo dei giovani la risorsa più preziosa e sempre più rara del continente.

In questo contesto, proteggerli non è soltanto legittimo: è necessario. Tanto più dopo che, nel marzo 2026, un tribunale di Los Angeles ha riconosciuto la responsabilità delle piattaforme in un caso riguardante dipendenza dai social e danni psicologici a una minore.

Ma la tutela non può trasformarsi in rinuncia all’innovazione. Proprio perché ha sempre meno giovani, l’Europa deve metterli nelle condizioni di utilizzare e governare le tecnologie che definiranno il loro futuro.

Proteggere i giovani non basta: bisogna prepararli all’Intelligenza Artificiale
Proteggere i giovani non basta: bisogna prepararli all’Intelligenza Artificiale

In Italia non basta avere le competenze digitali di base

In Italia la questione assume anche una dimensione qualitativa. Nel 2025 appena il 54% della popolazione possedeva competenze digitali almeno di base, contro una media europea del 60%. Allo stesso tempo, il 37% degli adulti mostrava competenze molto basse nella comprensione dei testi, dieci punti sopra la media OCSE.

Nell’era dell’Intelligenza Artificiale, questi due dati sono strettamente collegati. Senza solide capacità linguistiche, logiche e critiche, la tecnologia rischia di sostituire il ragionamento anziché potenziarlo.

La scuola italiana tende ancora a considerare il digitale come uno strumento aggiuntivo. Dovrebbe invece insegnare a comprenderlo, interrogarlo e governarlo, sviluppando autonomia di giudizio e capacità di risolvere problemi. Una debolezza che arriva fino alle imprese: nel 2024 soltanto il 12,4% delle aziende italiane impiegava specialisti ICT, la percentuale più bassa dell’Unione europea.

Proteggere i giovani, dunque, è necessario. Ma lo è altrettanto prepararli a vivere da protagonisti nel mondo tecnologico nel quale stanno già entrando. Le due responsabilità non sono alternative: sono inseparabili.

La scelta della Cina ci ricorda che l’Intelligenza Artificiale diventerà una competenza di base. Ma quando tutti avranno accesso agli stessi strumenti, la differenza non la farà soltanto la tecnologia. La faranno la capacità di interpretare i dati, costruire fiducia e trasformare le informazioni in significato.

La credibilità non si delega all'Intelligenza Artificiale

Nel mio team ci confrontiamo ogni giorno su come introdurre l’Intelligenza Artificiale nei processi di comunicazione. La lezione che ne ricaviamo è semplice: l’IA può rendere tutti più veloci, ma non rende automaticamente tutti più credibili.

La credibilità continua a nascere dalle persone, dalla cultura delle organizzazioni e dalla capacità di dare senso all’innovazione. Ed è forse proprio questo che dovremmo insegnare, nelle scuole come nelle imprese: non soltanto a utilizzare l’Intelligenza Artificiale, ma a restare capaci di pensare mentre la utilizziamo.


La retorica del lavoro oltre il salario

La retorica del lavoro oltre il salario

Negli ultimi anni abbiamo imparato a raccontare il lavoro attraverso parole nuove. Purpose, benessere, flessibilità, sostenibilità, inclusione, crescita personale, equilibrio tra vita professionale e privata. È un’evoluzione positiva, perché per troppo tempo l’esperienza lavorativa è stata ridotta a uno scambio puramente economico. Ma ogni cambiamento di linguaggio porta con sé un rischio: quello di sostituire una semplificazione con un’altra.

La vecchia idea secondo cui si lavorava soltanto per lo stipendio era certamente incompleta. Ma lo è anche la nuova narrativa secondo cui la retribuzione sarebbe diventata quasi secondaria.

Quando la retribuzione scivola al ventesimo posto

Qualche giorno fa mi sono soffermato su un articolo dedicato all’attrattività delle imprese italiane come datori di lavoro. La riflessione partiva da una ricerca di Group Caliber condotta su oltre cinquemila persone tra i 18 e i 45 anni in Germania, Italia e Stati Uniti. Tra le quaranta società del FTSE MIB considerate, ventidue avrebbero una reputazione generale migliore rispetto alla percezione di cui godono come luoghi nei quali lavorare. In altre parole, un marchio può essere conosciuto, apprezzato e persino ammirato senza riuscire a diventare automaticamente desiderabile per chi cerca un’occupazione.

Fin qui, nulla di particolarmente sorprendente.

A colpirmi è stato un altro passaggio: nella fascia tra i 18 e i 45 anni la retribuzione comparirebbe soltanto al ventesimo posto tra gli elementi capaci di rendere attrattiva un’azienda. La possibilità di carriera sarebbe addirittura al ventunesimo. Tra gli studenti delle discipline STEM, il salario non andrebbe oltre l’ottava posizione, restando fuori dai primi cinque fattori decisivi.

Ai primi posti emergerebbero invece caratteristiche come la sostenibilità ambientale, la credibilità del purpose, la capacità dell’impresa di mantenere le promesse, l’interesse suscitato dal marchio e la sua distintività.

Sono dati interessanti. Ma proprio perché interessanti meritano di essere interpretati con prudenza.

La distanza tra ciò che dichiariamo e ciò che facciamo

Possiamo davvero concludere che il salario non sia più centrale? Possiamo sostenere che una persona scelga il proprio futuro professionale soprattutto in base alle politiche di sostenibilità di un’impresa, relegando la retribuzione in fondo alla graduatoria? Oppure esiste una distanza tra ciò che dichiariamo quando rispondiamo a un questionario e ciò che facciamo quando dobbiamo prendere una decisione concreta?

È in questa distanza che si inserisce quella che definirei la retorica del lavoro oltre il salario.

Una narrazione secondo cui le nuove generazioni non lavorerebbero principalmente per guadagnare, ma per riconoscersi in una causa, esprimere la propria identità, condividere i valori di un’organizzazione e contribuire a qualcosa di più grande. Una narrazione affascinante, spesso sostenuta in buona fede, che contiene una parte importante di verità. Il lavoro non è soltanto reddito. È relazione, dignità, partecipazione sociale, apprendimento, identità e possibilità di incidere sulla realtà.

Il problema nasce quando tutto questo non si aggiunge al salario, ma sembra prenderne il posto. Soprattutto in un paese come l’Italia che ha da poco emesso un decreto dal nome auto esplicativo “salario giusto”.

Bisogna quindi fare attenzione a non usare concetti come purpose, benessere e sostenibilità dimenticando la dimensione materiale del lavoro, dando il percepito di separare i grandi progetti sistemici dalle necessità delle persone di progettare il proprio futuro. Un futuro che in particolare per i giovani, spesso dichiarati dalle ricerche così lontani da interessarsi al salario, pone un fortissimo interrogativo proprio sulla sostenibilità finanziaria alla cui base abbiamo il delicato asse lavoro/tasse/servizi pubblici.

La retorica del lavoro oltre il salario
La retorica del lavoro oltre il salario

Il salario come soglia minima, non come preferenza

Quindi la narrazione dei sondaggi andrebbe fatta con attenzione. Le risposte raccolte spesso raccontano soltanto una parte della realtà. Quando ci viene chiesto quale caratteristica desideriamo in un datore di lavoro, tendiamo a indicare ciò che distingue un’impresa da un’altra. La retribuzione, invece, può essere considerata una condizione preliminare, quasi implicita.

Una persona potrebbe non indicare lo stipendio tra i primi fattori perché dà per scontato che sia adeguato. Esattamente come, scegliendo un ristorante, potrebbe parlare della qualità della cucina, dell’atmosfera e del servizio senza precisare di aspettarsi che il cibo sia sicuro. Ma l’assenza di quel requisito dalla risposta non significa che esso non sia fondamentale. Significa che viene considerato una soglia minima, prima ancora che un elemento di preferenza.

La ricerca economica e comportamentale invita da tempo a distinguere tra preferenze dichiarate e scelte effettive. Uno studio sperimentale sul rapporto tra reputazione del datore di lavoro e salario ha rilevato che, di fronte a offerte concrete, i partecipanti tendevano a preferire una retribuzione più alta presso un’impresa dal marchio debole rispetto a una paga inferiore proposta da un datore con una reputazione più forte. Questo non dimostra che il brand sia irrilevante, ma suggerisce che la sua capacità di compensare una differenza economica abbia limiti precisi.

Una ricerca pubblicata nel 2026 ha inoltre analizzato il modo in cui le convinzioni sulla retribuzione influenzano il presunto scambio tra salario e qualità dell’ambiente lavorativo. I risultati mostrano che le persone apprezzano realmente i benefit e le condizioni non economiche, ma possono avere informazioni incomplete o distorte sugli stipendi effettivamente disponibili. Di conseguenza, la disponibilità dichiarata a rinunciare a una parte della paga in cambio di determinati vantaggi potrebbe non riflettere perfettamente le decisioni prese in condizioni di piena informazione.

L'employer branding e il rischio dell'autoreferenzialità

Bisogna quindi salvaguardare la narrativa dell’employer branding da errori già compiuti dalla comunicazione commerciale. Quando la distanza tra la promessa e l’esperienza diventa troppo grande, la narrazione smette di creare attrazione e comincia a produrre sfiducia.

Un’impresa può definirsi sostenibile, inclusiva e orientata al benessere. Ma il suo vero employer brand non coincide con ciò che scrive nella pagina “Lavora con noi”. Si forma nell’esperienza quotidiana dei dipendenti, nei colloqui tra colleghi, nelle recensioni online, nei messaggi condivisi sui social e nelle storie raccontate fuori dall’ufficio.

Quando i social riscrivono la reputazione del lavoro

Non a caso i social media e piattaforme di networking rappresentano la principale fonte attraverso cui i giovani raccolgono informazioni sulle aziende. A livello internazionale raggiungono il 31%, seguiti dai portali di lavoro online con il 30% e dai motori di ricerca con il 29%. In Italia i social arrivano al 32%, mentre i siti aziendali, pur risalendo al terzo posto, si fermano al 25%.

Anche questo dato racconta una trasformazione importante.

Le aziende non controllano più integralmente la narrazione del lavoro. Possono certamente produrre contenuti, campagne e testimonianze, ma la loro reputazione come datori di lavoro viene costruita anche dalle conversazioni che avvengono al di fuori dei canali ufficiali, quindi chiudere il gap tra promessa e esperienza reale sarà sempre più importante, dato anche il crescente peso dei sistemi di intelligenza artificiale sulla reputazione.

L'alibi involontario della retorica sul purpose

È qui che la retorica del lavoro oltre il salario diventa pericolosa. Non perché sia sbagliato raccontare gli aspetti immateriali dell’esperienza professionale, ma perché può offrire alle organizzazioni un alibi involontario. Se i sondaggi ci dicono che lo stipendio è al ventesimo posto, si potrebbe concludere che investire sulla reputazione, sull’ambiente di lavoro o sul racconto della sostenibilità sia più importante che affrontare la questione retributiva, minando anche i recenti richiami all’Italia da parte della Commissione Europea e dell’OCSE ad affrontare la stagnazione dei salari.

C’è poi un’altra ragione per cui questa riflessione riguarda direttamente la comunicazione. Negli ultimi anni le imprese hanno sviluppato linguaggi sempre più sofisticati per attrarre talenti. Video emozionali, ambassador interni, storytelling sui valori, contenuti dedicati al benessere, giornate aziendali, programmi di volontariato e campagne sulla sostenibilità.

Sono strumenti utili, quando raccontano una realtà. Diventano fragili quando cercano di sostituirla. Nell’epoca dei social e dell’avvento dell’IA, infatti, l’esperienza dei dipendenti è diventata un mezzo di comunicazione diffuso. Ogni promessa può essere confrontata con una testimonianza. Ogni valore può essere verificato attraverso una storia. Ogni campagna può essere messa accanto alle condizioni effettive.

Questo non significa che le imprese debbano smettere di raccontarsi. Significa che devono costruire una narrazione meno autoreferenziale e più dimostrabile. Tenere sempre fisso l’obiettivo di chiudere il gap tra promessa e realtà.

Forse il salario compare nelle ultime posizioni di alcuni sondaggi perché abbiamo imparato a desiderare molto di più da un’impresa. Ed è una buona notizia. Ma sarebbe un errore concludere che abbiamo smesso di averne bisogno.

 

 


L’era dell’adattamento accelerato è già cominciata

L’era dell’adattamento accelerato è già cominciata

Viviamo in un’epoca in cui il cambiamento non rappresenta più un’eccezione da gestire, ma il contesto permanente dentro cui persone, imprese e istituzioni sono chiamate a prendere decisioni. Cambiano le tecnologie, cambiano le competenze richieste dal lavoro, cambiano i modelli organizzativi e cambiano, sempre più rapidamente, anche le condizioni ambientali con cui conviviamo ogni giorno. Forse il tratto distintivo del nostro tempo non è l’innovazione. È la capacità di adattarsi.

Qualche giorno fa, parlando con alcuni colleghi danesi, mi raccontavano di aver deciso di non andare in ufficio perché a Copenaghen la temperatura aveva raggiunto i 37 gradi. La prima reazione è stata di sorpresa. La seconda è stata una domanda: è davvero questa la risposta al cambiamento?

Se temperature di questo tipo diventeranno sempre più frequenti, non potremo semplicemente rinunciare a vivere gli spazi o modificare continuamente le nostre abitudini. Dovremo imparare ad adattarci e a riprogettare le nostre aspettative. Gli uffici dovranno essere pensati per affrontare condizioni climatiche diverse da quelle per cui erano stati costruiti. La storia dell’uomo è sempre stata una storia di adattamento. Ogni grande trasformazione ha generato nuove soluzioni. Non vedo perché questa debba essere diversa.

Ed è proprio questo il punto.

L’era dell’adattamento accelerato è già cominciata
L’era dell’adattamento accelerato è già cominciata

Dall'emergenza climatica alla nuova normalità del cambiamento

Per anni abbiamo affrontato il cambiamento climatico quasi esclusivamente come un problema da risolvere. Oggi stiamo iniziando a comprenderlo anche come una condizione con cui dovremo convivere. Le registrazioni dei record internazionali indicano ormai da tempo ogni anno che passa è il più caldo di quelli precedenti. Non sono semplicemente numeri climatici. Sono numeri economici, sociali e organizzativi. Ci raccontano che il cambiamento non riguarda più soltanto l’ambiente. Riguarda il modo in cui lavoriamo, produciamo, progettiamo le città e organizziamo le nostre imprese.

Perché la resilienza non basta più: serve la capacità di anticipare

Forse dovremmo smettere di parlare soltanto di resilienza. La resilienza ci insegna a reagire dopo un evento. Oggi, invece, abbiamo bisogno di qualcosa in più: la capacità di anticipare.

L’Intelligenza Artificiale, i dati satellitari e i modelli predittivi ci permettono di sapere con sempre maggiore precisione quando arriverà un’ondata di calore, una piena o un evento estremo. La tecnologia sta riducendo drasticamente l’incertezza. Eppure molti dei disastri che abbiamo vissuto negli ultimi anni erano stati previsti con largo anticipo. Il problema non è stato la mancanza di dati. È stata la difficoltà nel trasformare quelle informazioni in decisioni.

È una dinamica che ritroviamo in molti altri ambiti.

L’adattamento, quindi, non è più una soft skill. È probabilmente la competenza più strategica del nostro tempo.

Vale per le imprese, chiamate a ripensare prodotti, servizi e modelli organizzativi. Vale per i lavoratori, che devono riprogettare le loro aspettative.  Vale per le università, chiamate a preparare professionisti destinati a lavorare in contesti che cambieranno continuamente. Vale anche per la comunicazione.

Negli ultimi anni abbiamo spesso raccontato la sostenibilità come un percorso fatto soprattutto di obiettivi da raggiungere e impatti da ridurre. Ma vale la pena iniziare a chiedersi come contribuire concretamente con il nostro adattamento sia come individui che come cittadini delle imprese.

Amazon e l'adattamento come scelta strategica, non emergenziale

Alcune aziende hanno già iniziato a tradurre questa capacità di adattamento in scelte concrete. Amazon, ad esempio, ha rafforzato i protocolli per proteggere i propri addetti durante le ondate di calore, distribuendo crema solare, sali elettrolitici, borracce termiche e dispositivi refrigeranti, oltre a ripensare turni e modalità operative nelle giornate più critiche. Potrebbe sembrare una misura marginale, ma in realtà racconta un cambio di paradigma molto più profondo. L’obiettivo non è più soltanto garantire continuità operativa, ma riprogettare il lavoro alla luce di condizioni ambientali che stanno cambiando. È un esempio concreto di come l’adattamento stia diventando parte integrante della strategia aziendale e di come le organizzazioni siano chiamate a evolvere non solo attraverso la tecnologia, ma anche attraverso una nuova capacità di leggere il contesto e agire di conseguenza.

La comunicazione e il nuovo ruolo: anticipare, non solo raccontare

La comunicazione non sarà chiamata soltanto a raccontare ciò che cambia. Dovrà aiutare persone e organizzazioni a prepararsi al cambiamento prima che diventi un’emergenza. Dovrà trasformare dati complessi in comportamenti semplici, scenari futuri in decisioni presenti, innovazione in cultura condivisa.

Forse questa sarà una delle sue responsabilità più importanti nei prossimi anni.

Perché il futuro non premierà necessariamente chi saprà prevedere tutto. Premierà chi riuscirà ad adattarsi più rapidamente senza perdere la propria identità. E questo vale per le persone, per le imprese, per le istituzioni e persino per le città che abiteremo.

L’adattamento non è una resa al cambiamento. È la forma più evoluta dell’innovazione. Ed è probabilmente la competenza che definirà la qualità delle nostre decisioni molto più di qualsiasi tecnologia. La comunicazione, in questo scenario, avrà un compito decisivo: non limitarsi a descrivere il futuro, ma aiutare le persone a riconoscerlo quando sta già iniziando a prendere forma.


Innovazione, ricerca e IA: il quarto pilastro è la comunicazione

Innovazione, ricerca e IA: il quarto pilastro è la comunicazione

Qualcosa sembra davvero muoversi nel panorama italiano dell’innovazione. Gli articoli pubblicati sul Sole nelle ultime settimane raccontano di investimenti significativi nella ricerca, di nuove alleanze tra università e imprese, di startup deep-tech sostenute da capitali privati e di una scuola che si prepara a introdurre l’intelligenza artificiale e le discipline STEM come elementi strutturali della formazione futura.

Il patto tra Politecnico di Milano, Università Bocconi e Tech Europe Foundation, con oltre 130 milioni di euro raccolti in quindici mesi per sostenere ricerca e imprenditorialità tecnologica, rappresenta uno dei segnali più evidenti di questa trasformazione. Allo stesso tempo, il dibattito sull’ingresso dell’intelligenza artificiale nei percorsi scolastici mostra la volontà di preparare le nuove generazioni a un mondo in cui competenze digitali, scientifiche e matematiche saranno sempre più decisive.

Una strategia di sistema

Se osservati insieme, questi fenomeni delineano una possibile strategia di sistema: collegare scuola, università, ricerca, impresa e finanza per generare innovazione e crescita. Un obiettivo che l’Italia ha spesso dichiarato ma che raramente è riuscita a perseguire in modo organico.

Tuttavia, accanto ai tre pilastri tradizionali – formazione, ricerca e trasferimento tecnologico – ne esiste un quarto che viene spesso sottovalutato: la comunicazione.

Non si tratta di marketing o promozione. Si tratta della capacità di costruire una conoscenza pubblica dell’innovazione.

Le tecnologie emergenti stanno modificando rapidamente il modo in cui lavoriamo, studiamo, produciamo e prendiamo decisioni. Eppure il dibattito pubblico continua spesso a oscillare tra entusiasmi incontrollati e paure irrazionali. L’intelligenza artificiale viene raccontata alternativamente come la soluzione a ogni problema o come una minaccia imminente. Le startup vengono celebrate come simbolo di modernità oppure liquidate come mode passeggere. La ricerca scientifica viene talvolta percepita come distante dalla vita quotidiana dei cittadini.

In questo contesto, l’informazione di qualità assume un ruolo strategico.

Innovazione, ricerca e IA: il quarto pilastro è la comunicazione
Innovazione, ricerca e IA: il quarto pilastro è la comunicazione

Il quarto pilastro che manca al sistema, la Comunicazione

Perché l’innovazione possa essere compresa, sostenuta e valutata, servono narrazioni fondate sui dati, sulla verifica delle fonti e sulla capacità di spiegare la complessità senza semplificarla eccessivamente. Non basta raccontare gli investimenti annunciati; occorre seguirne gli effetti. Non basta celebrare la nascita di una startup; bisogna comprenderne il modello di sviluppo, l’impatto economico e la capacità di generare valore. Non basta introdurre nuove tecnologie nella scuola; è necessario interrogarsi sulla preparazione dei docenti, sulle metodologie didattiche e sui risultati effettivamente ottenuti.

L’approccio critico non è il contrario dell’innovazione. Al contrario, ne rappresenta una condizione essenziale.

Un ecosistema maturo non ha bisogno di tifoserie, ma di osservatori competenti. Ha bisogno di giornalisti, divulgatori, insegnanti, ricercatori e cittadini capaci di discutere opportunità e rischi sulla base di evidenze e non di percezioni.

Cultura della condivisione dell'Innovazione

I grandi ecosistemi dell’innovazione nel mondo hanno costruito la propria forza non soltanto attraverso laboratori, investimenti e università eccellenti. Hanno costruito anche una cultura condivisa dell’innovazione, una capacità diffusa di comprendere il valore della ricerca e di partecipare al dibattito pubblico sulle trasformazioni tecnologiche.

Se davvero in Italia qualcosa si sta muovendo, la sfida non riguarda soltanto la quantità delle risorse investite. Riguarda la capacità di accompagnare questi cambiamenti con una comunicazione innovativa, accessibile e indipendente.

Perché l’innovazione non diventa progresso quando nasce in un laboratorio o quando riceve un finanziamento. Diventa progresso quando una comunità riesce a comprenderla, valutarla e orientarla verso il bene comune.

E per fare questo, oggi più che mai, serve comunicazione di qualità.


Quando l'IA entra nelle istituzioni: il caso Eva e la sfida della fiducia

Quando l'IA entra nelle istituzioni: il caso Eva e la sfida della fiducia

Qualche mese fa mi aveva incuriosito l'iniziativa del principale quotidiano del Libano, che in un vuoto presidenziale, a causa dello stallo politico e dei ripetuti fallimenti del Parlamento aveva deciso di “eleggere” un successore particolare: un bot di intelligenza artificiale che aveva chiamato AI president.

Questo presidente digitale era addestrato su circa 90 anni di archivio giornalistico del quotidiano. L’idea era mostrare come un sistema basato su dati, memoria storica e analisi potesse fornire risposte e proposte su questioni politiche e sociali mentre la politica reale rimaneva bloccata.

E questa case study mi aveva acceso una riflessione perché non parlava di tecnologia, ma di comunicazione e fiducia nelle istituzioni.

Eva ad Acqui Terme: la tecnologia che affianca, non sostituisce

E proprio in questi giorni il Corriere della Sera riporta una notizia che sembra quasi la versione italiana e amministrativa di ciò che aveva fatto An-Nahar in Libano, ma con una differenza fondamentale.

Il Comune di Acqui Terme ha creato “Eva”, un’assessora virtuale con deleghe all’umanizzazione, all’intelligenza artificiale e alla transizione digitale. Il sindaco specifica più volte che Eva non decide, non sostituisce la giunta e non esercita potere politico autonomo. Elabora dati, propone scenari, formula pareri e contribuisce alla valutazione delle opzioni. Le decisioni restano umane.

Nel caso libanese l’IA veniva utilizzata come provocazione politica per evidenziare un vuoto di leadership. Qui invece la tecnologia viene inserita formalmente dentro un processo decisionale, pur senza sostituire gli esseri umani.

Ed è proprio qui che secondo me si apre una riflessione molto interessante sul rapporto tra innovazione, istituzioni e comunicazione.

Da anni stiamo raccontando l’Intelligenza Artificiale come una tecnologia destinata a sostituire attività umane. In realtà i casi più interessanti che stanno emergendo raccontano una storia diversa. L’IA non entra nelle organizzazioni per sostituire la leadership. Entra per aumentare la qualità delle informazioni su cui la leadership prende decisioni.

Quando l'IA entra nelle istituzioni: il caso Eva e la sfida della fiducia
Quando l'IA entra nelle istituzioni: il caso Eva e la sfida della fiducia

Dare un nome all'IA: una scelta comunicativa, non solo tecnica

Da questo punto di vista Eva non è tanto una notizia tecnologica quanto comunicativa.

Perché il sindaco ha scelto di darle un nome, un volto, un’identità visiva e addirittura un ruolo istituzionale?

La risposta probabilmente è semplice: perché le persone comprendono meglio ciò che vedono.

Se il Comune avesse annunciato l’adozione di una piattaforma predittiva basata su modelli generativi per supportare la giunta, probabilmente la notizia sarebbe rimasta confinata agli addetti ai lavori. Chiamarla “assessora” trasforma invece una tecnologia astratta in una storia comprensibile.

È un meccanismo comunicativo molto potente.

La IA e il tema della rappresentanzione sociale

E apre una domanda che secondo me interessante: stiamo entrando in una fase in cui l’adozione dell’IA dipenderà sempre meno dalla tecnologia e sempre più dalla sua rappresentazione sociale?

In fondo è quello che abbiamo visto anche con gli smartphone. Le persone non hanno adottato gli smartphone perché comprendevano i microprocessori. Li hanno adottati perché avevano capito il beneficio.

Lo stesso probabilmente accadrà con l’Intelligenza Artificiale.

Il caso di Acqui Terme può piacere o meno, ma ha il merito di rendere visibile una questione che riguarda tutte le organizzazioni: come si introduce una tecnologia complessa all’interno di una comunità senza generare diffidenza?


Alcuni elementi da considerare:

Chi è Eva, l'assessora virtuale del Comune di Acqui Terme?

Eva è una figura generata con l'intelligenza artificiale, introdotta in giunta dal Comune di Acqui Terme con deleghe all'umanizzazione, all'intelligenza artificiale e alla transizione digitale. Non ha potere decisionale autonomo, non sostituisce la giunta e non esercita ruoli politici. Il suo compito è elaborare dati, proporre scenari e formulare pareri a supporto delle decisioni che restano umane.

L'intelligenza artificiale può prendere decisioni politiche o amministrative?

Negli esperimenti istituzionali realizzati finora, no. L'IA viene introdotta nelle organizzazioni non per sostituire la leadership, ma per aumentare la qualità delle informazioni su cui la leadership prende decisioni. Il caso di Acqui Terme conferma questa logica: la tecnologia entra formalmente nel processo decisionale, ma le scelte restano in capo agli esseri umani.

Perché dare un nome e un volto all'IA ne facilita l'adozione?

Perché le persone comprendono meglio ciò che vedono. Una piattaforma predittiva descritta in termini tecnici resta confinata agli addetti ai lavori, mentre un'identità riconoscibile trasforma una tecnologia astratta in una storia comprensibile. È lo stesso meccanismo che ha guidato l'adozione degli smartphone: non la comprensione del microprocessore, ma la percezione del beneficio.


Dal medium al formato, come cambia la comunicazione nell'era mobile

Dal medium al formato, come cambia la comunicazione nell'era mobile

Marshall McLuhan diceva che “il medium è il messaggio”. E per decenni quella frase ha spiegato perfettamente il modo in cui i media influenzavano la società. Ogni mezzo modificava linguaggi, comportamenti, percezione del tempo e relazioni sociali. Il medium, appunto, plasmava il contenuto.

Oggi però sembra che ci troviamo in una fase ulteriore di quell’evoluzione. Perché se nel Novecento il messaggio era il medium, nel 2026 il messaggio sembra essere diventato il formato.

Il contenuto è costruito per essere consumato

Siamo passati dal dominio del mezzo al dominio dell’esperienza di fruizione. Non è più soltanto importante dove un contenuto vive, ma come viene costruito per essere consumato. Verticale o orizzontale. Breve o lungo. Interattivo o lineare. Serializzato o statico. Il formato sta ridefinendo il modo in cui le persone attribuiscono attenzione, credibilità e coinvolgimento ai contenuti.

Ed è qui che iniziano ad emergere segnali molto interessanti anche fuori dai circuiti tradizionali dei media.

Ho intercettato uno spunto interessante che arriva dal Messico, dove nel 2026 è nata Drama Click, una piattaforma di streaming progettata interamente attorno a un concetto semplice ma potentissimo: il telefono non è più un secondo schermo bensì il primo. E se il device cambia, inevitabilmente devono cambiare anche grammatica, ritmo, struttura narrativa e modelli produttivi.

Il caso Drama Click

Drama Click non produce serie “adattate” al mobile. Produce contenuti nativi verticali, pensati per essere fruiti in movimento, in tempi brevi, dentro una logica di consumo continua e frammentata. Micro-drammi serializzati, costruiti attorno a storie quotidiane, emotive, immediate, in cui il pubblico possa riconoscersi rapidamente. Non è solo una questione estetica. È un cambio di paradigma.

Per decenni i media tradizionali hanno lavorato dentro un modello lineare: contenuto, distribuzione, audience. Oggi questo schema si è ribaltato. La distribuzione condiziona il linguaggio. Il linguaggio modifica il contenuto. E il pubblico non vuole più soltanto guardare: vuole interagire, commentare, partecipare, sentirsi dentro la narrazione.

È esattamente ciò che Drama Click ha capito.

La piattaforma non si limita a distribuire video. Costruisce un ecosistema relazionale attorno ai contenuti. Accorcia i tempi di produzione, velocizza il ciclo creativo, permette agli utenti di amplificare le storie attraverso i social e, soprattutto, parla fluentemente la lingua di una generazione per cui lo smartphone rappresenta il centro dell’esperienza mediale.

Ma il punto interessante non riguarda solo l’intrattenimento.

Dal medium al formato, come cambia la comunicazione nell'era mobile
Dal medium al formato, come cambia la comunicazione nell'era mobile

Come cambia la comunicazione corporate

Riguarda il modo in cui questo cambiamento sta ridefinendo l’intero concetto di comunicazione, anche nel mondo corporate.

Per anni le aziende hanno costruito i propri eventi, i propri contenuti e la propria comunicazione interna ed esterna seguendo una grammatica molto tradizionale: palco, speech, video recap, comunicato stampa, contenuto orizzontale. Un modello ancora efficace in alcuni contesti, ma sempre meno sufficiente per generare coinvolgimento.

Perché oggi il pubblico, soprattutto quello più giovane, non vive più la comunicazione come esperienza passiva. Vuole linguaggi più immersivi, frammentati, autentici e partecipativi. Vuole contenuti che sembrino appartenere al proprio ambiente culturale, non semplicemente adattati ad esso.

Ed è qui che casi come Drama Click diventano interessanti per il mondo degli eventi e della comunicazione aziendale.

Oggi un evento non vive più soltanto nel momento fisico in cui accade ma nella possibilità di essere destrutturato, reinterpretato, condiviso e distribuito attraverso formati compatibili con i comportamenti digitali.

Un keynote può diventare una serie di micro-contenuti verticali. Un panel può trasformarsi in storytelling distribuito. Un insight può vivere come frammento narrativo sui social molto più a lungo dell’evento stesso. E soprattutto: il pubblico può diventare parte attiva della propagazione del messaggio.

Questo non significa banalizzare i contenuti ma renderli accessibili. È una differenza enorme.

Il formato come scelta strategica

Per molto tempo il mondo corporate ha osservato i linguaggi dei social quasi con diffidenza, come se fossero territori separati dalla comunicazione “alta”. Ma oggi la distanza tra media tradizionali, creator economy, entertainment e comunicazione aziendale si sta progressivamente riducendo.

Il linguaggio verticale, rapido e partecipativo non è una moda estetica ma il riflesso di un cambiamento cognitivo e culturale profondo.

Le nuove generazioni processano i contenuti in modo diverso. Entrano nelle storie più rapidamente. Alternano continuamente attenzione e interazione. Premiano autenticità, immediatezza e riconoscibilità. E soprattutto distinguono immediatamente ciò che è pensato per il loro ecosistema culturale da ciò che è semplicemente “adattato”. Per questo il formato sta diventando strategico quanto il messaggio.

E forse la lezione più interessante che arriva da piattaforme come Drama Click è proprio questa: il futuro della comunicazione non appartiene necessariamente a chi produce più contenuti, ma a chi comprende meglio come le persone vivono i contenuti.


L’inverno demografico è anche un problema di fiducia

L’inverno demografico è anche un problema di fiducia

Sto notando una certa evoluzione sui media quando parlano di inverno demografico. Si va oltre le ragioni di base e si iniziano finalmente a esplorare dati e motivazioni molto più interessanti - e, soprattutto, molto più illuminanti. Per anni il racconto si è fermato quasi esclusivamente alla denatalità, trasformando il tema demografico in una specie di fotografia immobile: nascono meno bambini, la popolazione invecchia, il sistema rischia di collassare. Tutto vero. Ma anche incompleto.

Perché oggi sta emergendo qualcosa di più profondo. Il tema non è soltanto quanti giovani nascono. Il tema è cosa succede ai giovani che abbiamo già.

Si parla ancora di scarsità di capitale umano

Il rapporto ISTAT raccontato in questi giorni prova ad aprire finalmente questa discussione. E lo fa mostrando una contraddizione molto italiana: continuiamo a parlare di scarsità di capitale umano mentre contemporaneamente impoveriamo, sottoutilizziamo o perdiamo quello che esiste già. La mobilità sociale rallenta, i salari reali diminuiscono, i giovani qualificati emigrano, il lavoro fatica a trasformarsi in leva di crescita personale. L’ascensore sociale addirittura innesta la retromarcia. Ed è qui che il tema demografico smette di essere soltanto statistica e diventa racconto collettivo.

Perché una società non si impoverisce soltanto quando nascono meno persone. Si impoverisce quando le persone smettono di immaginare il futuro come uno spazio possibile. Quando la percezione di crescita si interrompe. Quando il lavoro perde capacità trasformativa. Quando l’istruzione non riesce più a garantire mobilità. Quando il talento percepisce di valere di più altrove.

Il tema culturale da non trascurare

In altre parole: il vero tema demografico è culturale prima ancora che numerico. E questo riguarda molto da vicino anche la comunicazione.

Per anni il dibattito pubblico sull’inverno demografico è stato costruito attorno a una narrativa quasi fatalista. Una specie di determinismo demografico: meno figli, più anziani, meno crescita. Ma una narrativa esclusivamente emergenziale rischia di produrre un effetto collaterale pericoloso: normalizzare l’idea del declino.

Oggi invece qualcosa sembra cambiare. Sempre più spesso si iniziano a collegare i dati demografici alla qualità del lavoro, al sistema educativo, ai salari, alla formazione, alla capacità di valorizzare il capitale umano. E questo è importante perché cambia completamente il perimetro della discussione.

Significa smettere di raccontare il problema come inevitabile e iniziare a trattarlo come sistemico.

Perché il punto non è semplicemente convincere le persone a fare figli. Il punto è costruire un ecosistema in cui progettare il futuro torni ad avere senso.

L’inverno demografico è anche un problema di fiducia
L’inverno demografico è anche un problema di fiducia

Costruire un ecosistema con le imprese

Ed è qui che entra in gioco il ruolo delle imprese. Per molto tempo il dibattito demografico è stato considerato quasi esclusivamente materia politica o sociologica. Oggi invece riguarda direttamente la competitività economica. Perché un Paese che perde giovani, competenze e fiducia perde inevitabilmente anche capacità di innovazione.

La vera questione è che stiamo entrando in una fase storica in cui il capitale umano diventa la principale infrastruttura economica.

L’Intelligenza Artificiale, l’automazione e la trasformazione tecnologica non riducono il valore delle persone. Lo aumentano. Ma aumentano soprattutto il valore delle competenze, della formazione continua, della capacità di adattamento. E se un sistema non riesce a trattenere o valorizzare le proprie energie migliori, rischia di indebolirsi proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di loro.

Anche per questo la comunicazione assume un ruolo molto più strategico di quanto sembri.

Perché le società si muovono anche attraverso le narrative che costruiscono su sé stesse. Le imprese attraggono persone anche attraverso il modo in cui raccontano il lavoro, la crescita, il merito, la possibilità di evoluzione. E i giovani non cercano soltanto stipendi. Cercano contesti credibili. Cercano organizzazioni capaci di offrire traiettorie.

Fiducia nel futuro e ruolo della comunicazione

La fiducia nel futuro è anche un fatto comunicativo. Per anni abbiamo raccontato il lavoro quasi esclusivamente come rinuncia, instabilità o sacrificio necessario. Ma una narrazione continua di questo tipo genera sfiducia. Se anche la formazione viene percepita come un investimento che non restituisce valore, si finisce per erodere il senso stesso dell’istruzione. E quando il talento trova all’estero il riconoscimento che nel proprio Paese fatica ad avere, la perdita non è soltanto economica: è culturale, identitaria, simbolica.

Ed è forse questo il passaggio più interessante della nuova narrativa che sta emergendo attorno al tema demografico: il problema non viene più letto solo dal lato quantitativo, ma dal lato qualitativo.

Non basta chiedersi quanti giovani avremo. Dobbiamo chiederci che spazio daremo ai giovani che ci sono.

E qui il ruolo delle imprese diventa centrale.

Perché oggi fare impresa significa anche contribuire alla costruzione di un ecosistema attrattivo. Significa investire nella formazione, nella crescita interna, nella mobilità professionale, nella qualità organizzativa. Significa costruire luoghi di lavoro capaci di generare appartenenza e prospettiva.

Comunicare in maniera credibile

Ma significa anche comunicare tutto questo in modo credibile.

La comunicazione corporate non serve più soltanto a proteggere la reputazione. Serve a costruire fiducia sistemica. Serve a rendere visibile una direzione. Serve a creare connessioni tra crescita economica e crescita sociale.

Ed è forse questo il vero cambio di paradigma.

L’inverno demografico non può essere affrontato soltanto con incentivi economici o politiche di welfare. Serve una nuova idea di futuro condiviso. Un racconto collettivo che rimetta al centro il valore del capitale umano.

Perché le persone non investono nel futuro quando percepiscono solo incertezza. Lo fanno quando sentono di poter crescere insieme al sistema in cui vivono.

E forse il vero rischio oggi non è semplicemente avere meno giovani. È continuare a perdere fiducia nel fatto che possano avere un futuro migliore del nostro.


Misurare la comunicazione significa riconoscerne il valore

Misurare la comunicazione significa riconoscerne il valore

Per anni la comunicazione d’impresa è stata percepita come una funzione “laterale”. Importante, certamente. Utile. A volte persino strategica. Ma raramente considerata parte integrante del motore di business  delle organizzazioni. In molti contesti aziendali è rimasta confinata dentro una dimensione prevalentemente reputazionale: un presidio dell’immagine, un elemento di supporto, un acceleratore narrativo chiamato ad intervenire quando il business aveva già preso forma.

Oggi questo schema non sembra adeguato alla società post-digitale che la tecnologia sta accelerando.

L'IA e l'aspetto della Reputazione

Le trasformazioni tecnologiche, l’evoluzione dei mercati, la frammentazione dei linguaggi, l’impatto dell’Intelligenza Artificiale e la crescente esposizione reputazionale delle imprese stanno ridefinendo il ruolo stesso della comunicazione, vera infrastruttura del cambiamento.

È dentro questo contesto che nasce l’indagine promossa da Assolombarda e Accenture “Architetti del cambiamento Il ruolo della comunicazione”, dedicata al ruolo della comunicazione nella reinvenzione delle imprese.   Un’iniziativa che ha un valore particolare perché arriva in un momento di transizione profonda. E soprattutto perché prova a fare qualcosa che nel mondo della comunicazione accade ancora troppo poco: misurare.

Misurare la comunicazione significa riconoscerne il valore
Misurare la comunicazione significa riconoscerne il valore

Misurare per comprendere

Misurare il posizionamento della funzione comunicazione nelle aziende. Misurare quanto viene coinvolta nei processi decisionali. Comprendere quali competenze stanno emergendo, come vengono utilizzate le tecnologie, quale spazio occupa oggi l’Intelligenza Artificiale e, soprattutto, quale valore reale viene attribuito alla comunicazione all’interno delle organizzazioni.

Le domande presenti nell’indagine, a cui si risponde in 4 minuti, raccontano infatti un tema centrale: la comunicazione viene coinvolta a monte o a valle delle decisioni? Gli investimenti sono considerati strategici o operativi? Esistono KPI condivisi? L’Intelligenza Artificiale è già integrata nei processi o è ancora in fase esplorativa?

Sono domande che ci fanno comprendere il livello di maturità organizzativa delle imprese italiane.

E questo riguarda soprattutto le piccole e medie imprese dove talvolta esiste una distanza tra comunicazione e governance.

Proprio per questo, i risultati dell’indagine potranno diventare uno strumento utile non solo per chi lavora nella comunicazione, ma anche per imprenditori e CEO chiamati a decidere quale ruolo attribuire a questa funzione all’interno delle proprie aziende.

Il ruolo del comunicatore per costruite Fiducia

Perché oggi scegliere un comunicatore non significa semplicemente selezionare qualcuno che sappia gestire media, eventi o social network. Significa decidere quale peso dare alla costruzione della fiducia, alla gestione del cambiamento, alla cultura organizzativa e alla relazione con gli stakeholder.

In altre parole: significa decidere quale idea di impresa si vuole costruire.

Un ringraziamento particolare va ad Alessandro Papini per la capacità di costruire con il suo team spazi di confronto e iniziative capaci di generare valore per l’intero ecosistema della comunicazione e delle imprese. Per questo motivo iniziative come questa hanno un valore che va oltre il dato statistico.

Servono a capire dove siamo. Se abbiamo preso la direzione giusta. Se il sistema imprenditoriale italiano sta davvero riconoscendo il peso strategico della comunicazione oppure se esiste ancora un ritardo culturale da colmare. Ma soprattutto servono a costruire consapevolezza.

Per partecipare alla survey: https://assolombarda.qualtrics.com/jfe/form/SV_6DmChSXVbQDn20m

L’invito è rivolto a tutti coloro che lavorano nella comunicazione, ma anche a chi si sta preparando a entrarci. Perché capire dove sta andando questa professione significa, in fondo, capire dove stanno andando le imprese.


L’Intelligenza Artificiale non si adotta, ma si diffonde

L’Intelligenza Artificiale non si adotta, ma si diffonde

C’è un equivoco di fondo quando si parla di Intelligenza Artificiale nelle imprese. Si tende a considerarla una scelta tecnologica, un investimento, un progetto da pianificare. In realtà, la storia dell’innovazione ci insegna che le trasformazioni più profonde non partono mai dalle organizzazioni. Partono dalle persone.

È già successo. Con i telefoni cellulari prima, con gli smartphone poi. La diffusione non è stata guidata da strategie aziendali, ma da un’adozione progressiva, quotidiana, quasi spontanea da parte dei consumatori. Solo in un secondo momento le aziende hanno integrato queste tecnologie nei propri modelli operativi, trasformando processi, servizi e interi settori economici. Lo smart working, per esempio, non è nato con la pandemia: è stato reso possibile da una familiarità diffusa con strumenti digitali già presenti nella vita delle persone.

L’Intelligenza Artificiale si muove lungo la stessa traiettoria.

L'Intelligenza Artificiale e la sua accelerazione

Oggi la sua adozione è ancora percepita come un tema prevalentemente aziendale, ma il vero punto di accelerazione si gioca sul piano consumer. Quanto più le persone iniziano a utilizzare strumenti basati sull’IA nella loro quotidianità - per lavorare, informarsi, prendere decisioni - tanto più si crea una base culturale che rende naturale, quasi inevitabile, la sua integrazione nei contesti organizzativi.

Non è un passaggio secondario. È il passaggio chiave.

Perché l’adozione tecnologica non è mai solo una questione di disponibilità degli strumenti. È, prima di tutto, una questione di fiducia e di familiarità. Le persone adottano ciò che comprendono, e comprendono ciò che utilizzano. Senza questo passaggio, ogni tentativo di implementazione rischia di restare confinato a iniziative isolate, spesso guidate più dalla pressione competitiva che da una reale trasformazione.

In questo senso, il tema delle competenze diventa centrale. Non tanto in termini di specializzazione tecnica, quanto di alfabetizzazione diffusa. Secondo le analisi più recenti, il livello di competenze digitali in Italia resta ancora inferiore alla media europea, con una quota significativa di popolazione che non possiede le competenze di base necessarie per utilizzare in modo consapevole le tecnologie. Questo gap non riguarda solo gli individui, ma si riflette direttamente sulla capacità delle imprese - in particolare le PMI - di adottare e scalare l’innovazione.

Ed è qui che emerge una delle principali contraddizioni del sistema.

L’Intelligenza Artificiale non si adotta, ma si diffonde
L’Intelligenza Artificiale non si adotta, ma si diffonde

L'IA e il cambio di prospettiva

Da una parte, le aziende riconoscono l’importanza strategica dell’Intelligenza Artificiale. Dall’altra, faticano a integrarla nei propri processi, non tanto per mancanza di tecnologia, quanto per mancanza di competenze e cultura diffusa. Senza una base ampia di utilizzo e comprensione, l’IA resta un tema per pochi, difficilmente scalabile.

Il rischio, in questo scenario, è duplice. Da un lato si crea un divario tra chi è in grado di adottare e chi resta indietro. Dall’altro si rallenta la capacità complessiva del sistema economico di generare valore.

Per evitare questo scenario, serve un cambio di prospettiva.

L’adozione dell’Intelligenza Artificiale non può essere guidata esclusivamente dall’alto, attraverso piani strategici o investimenti mirati. Deve essere accompagnata da una diffusione capillare, che coinvolga persone, organizzazioni e territori. Un processo in cui l’uso quotidiano diventa il primo vero motore di trasformazione.

Il ruolo della comunicazione

In questo percorso, la comunicazione gioca un ruolo decisivo.

Non come strumento di promozione, ma come infrastruttura abilitante. Comunicare l’Intelligenza Artificiale significa renderla comprensibile, accessibile, concreta. Significa tradurre la complessità in esperienze d’uso, superare la distanza tra tecnologia e percezione, costruire le condizioni perché le persone possano fidarsi.

L'intelligenza artificiale e il tema della Fiducia

Perché senza fiducia non c’è adozione. E senza adozione non c’è scala.

Questo vale ancora di più per il tessuto imprenditoriale italiano, caratterizzato da una forte presenza di piccole e medie imprese. Per molte di queste realtà, l’Intelligenza Artificiale rappresenta ancora un territorio distante, spesso percepito come complesso o non immediatamente rilevante. Ridurre questa distanza è la vera sfida.

E ridurla significa, ancora una volta, lavorare sulla diffusione.

Non è un caso che alcune delle più grandi trasformazioni economiche degli ultimi anni siano nate proprio da dinamiche di adozione diffusa. L’economia delle app, ad esempio, si è sviluppata a partire dall’utilizzo quotidiano degli smartphone. Il cloud, oggi una delle principali fonti di ricavo per aziende come Amazon, è diventato centrale grazie a una progressiva normalizzazione dell’uso dei servizi digitali.

L’Intelligenza Artificiale ha lo stesso potenziale. Ma perché questo potenziale si realizzi, serve un salto culturale prima ancora che tecnologico.

Un salto che riguarda le persone, chiamate a integrare questi strumenti nella propria quotidianità. E riguarda le aziende, chiamate a ripensare i propri modelli operativi in funzione di una tecnologia che non è più sperimentale, ma già presente.

L'IA e la vera sfida

La vera sfida, quindi, non è decidere se adottare l’Intelligenza Artificiale.

È creare le condizioni perché questa adozione diventi naturale.

Perché solo quando una tecnologia entra nella vita delle persone smette di essere innovazione e diventa infrastruttura. E solo quando diventa infrastruttura può generare valore su larga scala.

In questo scenario, il ruolo della comunicazione diventa ancora più evidente. Non è un elemento accessorio del processo, ma una delle leve principali. È ciò che consente di trasformare una possibilità tecnologica in un’opportunità reale, condivisa e diffusa.

Perché alla fine, come spesso accade nei processi di trasformazione, non è la tecnologia a fare la differenza.

È la capacità di utilizzarla.

Happy AI!


New Media vs traditional Media

Editoria e giovani: il problema non è il contenuto, è il modello

Oggi il tema non è più dove si informano le persone, ma perché scelgono di fidarsi di una fonte rispetto a un'altra.

Secondo il Reuters Institute, i giovani tra i 18 e i 24 anni si affidano ormai in misura crescente ai social media come fonte primaria di informazione, mentre il ricorso ai siti e alle app dei media tradizionali è in netta diminuzione. I nuovi media vengono utilizzati dalle generazioni più giovani perché sono percepiti come attuali, rilevanti, coerenti con il loro linguaggio. Piattaforme come TikTok non nascono per informare, ma per intrattenere.

E proprio per questo riescono a intercettare l'attenzione: perché parlano il linguaggio del presente. I nuovi media vengono utilizzati dalle generazioni più giovani perché sono percepiti come attuali, rilevanti, coerenti con il loro linguaggio. Piattaforme come TikTok non nascono per informare, ma per intrattenere. E proprio per questo riescono a intercettare l'attenzione: perché parlano il linguaggio del presente.

Questo è il loro punto di forza, ma anche il loro limite.

Quando l'informazione diventa intrattenimento

Per queste piattaforme, la notizia non è il core business. L'informazione è accessoria, spesso subordinata alle logiche dell'intrattenimento. Il rischio è che il contenuto informativo perda profondità, autorevolezza e gerarchia.

Ed è qui che emerge il paradosso.

New Media vs traditional Media
New Media vs traditional Media

Il paradosso dell'editoria tradizionale

Il mondo dell'editoria tradizionale possiede tutte le competenze per informare i giovani: autorevolezza, capacità di analisi, credibilità. Eppure fatica a raggiungerli. Non per mancanza di contenuto, ma per rigidità di modello.

Il problema non è editoriale. È industriale.

L'editoria è ancora troppo ancorata a un modello di remunerazione basato sulla pubblicità, difeso in modo spesso conservativo. Il quotidiano cartaceo ne è la rappresentazione più evidente: uno strumento che oggi appare "old fashion", non tanto per il contenuto, quanto per il formato e il modello che lo sostiene.

La necessità di una reinvention industriale

Da qui nasce la necessità di una reinvention. Serve ripensare il modello di business mettendo davvero al centro la notizia, ma distribuendola attraverso asset nuovi, costruiti sulle tecnologie disponibili. Asset capaci di essere iper-personalizzati, rilevanti, accessibili. Ma soprattutto serve allargare lo sguardo.

Il valore del brand come asset monetizzabile

Il valore dell'editoria non è solo nell'informazione in sé, ma nel significato del brand, nella fiducia che quel brand rappresenta. Ed è proprio questa fiducia che può essere monetizzata anche con extension in altri ambiti e mercati.

Dal prodotto all'ecosistema

In sintesi, il vero passaggio è questo:

  • dalla difesa del modello alla costruzione di valore
  • dal prodotto all'ecosistema
  • dalla distribuzione alla relazione

Perché oggi la competizione non si gioca solo sull'informazione. Si gioca sulla capacità di trasformarla in valore percepito. Il problema non è che i giovani non cercano informazione. È che l'informazione, oggi, non è più dove loro si aspettano di trovarla.


Armando Barone

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