Il 2026 si è aperto con una consapevolezza sempre più diffusa: l’Intelligenza Artificiale non è più una possibilità futura, ma una leva già attiva di trasformazione economica e culturale. Questo è emerso chiaramente dal recente Forum di Davos.
In un’epoca in cui ogni innovazione è anche un posizionamento, ogni passo avanti tecnologico può e deve diventare una leva di fiducia, visione e valore condiviso. L’IA è sempre più nei processi decisionali, nelle strategie aziendali, nei modelli operativi. Ma la posta in gioco non è la diffusione della tecnologia in sé: è la sua capacità di generare opportunità che non si concentrino, ma si distribuiscano.
Secondo una recente analisi della mia Accenture, quasi il 90% dei leader aziendali prevede di aumentare gli investimenti in IA nei prossimi mesi. Per oltre tre quarti, non si tratta solo di un tema di efficienza, ma di crescita dei ricavi. L’adozione dell’IA non è più oggetto di dibattito: è in movimento crescente. Il tema diventa allora come orientarla, come indirizzare la sua traiettoria per trasformarla in infrastruttura di equilibrio. Un’IA che moltiplica il valore senza accentrare il potere, che migliora la produttività ma non allarga i divari, che abilita la competitività ma sostiene anche l’inclusione.
Le tre basi per un’IA che genera equilibrio
Perché questo accada, occorre spostare l’attenzione al modo in cui la tecnologia si radica nei contesti, si connette ai territori, si traduce nelle scelte quotidiane delle organizzazioni. L’IA va integrata nel tessuto produttivo e culturale come un’infrastruttura diffusa, trasversale, accessibile per le famiglie, la scuola, le organizzazioni pubbliche e private.
In questa prospettiva, le aziende sono protagoniste. Non perché obbligate a guidare il cambiamento, ma perché hanno la possibilità concreta di definire modelli, linguaggi, approcci in grado di creare fiducia rispetto ai benefici . È un’occasione reale per attivare nuovi equilibri: tra tecnologia e umanità, tra profitto e impatto, tra velocità e visione.
Naturalmente, questo processo ha bisogno della creazione di basi solide. La prima è una regolazione che non freni, ma abiliti. L’AI Act europeo, se attuato con pragmatismo, può offrire un quadro di riferimento stabile entro cui innovare con fiducia. Quando le regole sono chiare e condivise, la concorrenza diventa virtuosa, la trasparenza non è più un ostacolo ma una condizione sistemica di crescita.

La seconda è una politica industriale coerente con l’epoca. L’IA va trattata come un’infrastruttura invisibile ma determinante, capace di aumentare la resilienza e la competitività del sistema nel suo complesso. Per questo servono alleanze tra pubblico e privato, ecosistemi di innovazione distribuita, supporto alle PMI e una scuola che abbracci la contemporaneità. L’adozione dell’IA non può dipendere solo dalla scala, ma dalla visione.
La terza è una leva fiscale intelligente. Se l’IA genera nuova produttività – e lo sta già facendo – è giusto che il sistema favorisca chi reinveste questo valore in formazione, occupazione, trasformazione. Le politiche fiscali possono accelerare l’adozione responsabile, sostenere chi mette la tecnologia al servizio delle persone.
Comunicare l’IA per creare fiducia
Altro elemento decisivo: serve una comunicazione all’altezza della posta in gioco. La tecnologia ha bisogno di linguaggi per diventare reale, utile, viva. Comunicare l’IA non significa creare slogan accattivanti, ma renderla navigabile attraverso esempi concreti, comprensibili, capaci di includere con consapevolezza. È un passaggio decisivo per creare fiducia e consentire alla tecnologia di scalare.
Il 2026 non ci chiede più di discutere se l’IA cambierà le cose: ci chiede di scegliere come vogliamo che lo faccia. Le imprese hanno questa possibilità. Possono guidarne l’adozione, orientarla, renderla generativa. Possono contribuire a una cultura dell’innovazione più matura, più accessibile, più nostra. Non vincerà chi correrà più veloce, ma chi saprà andare più lontano, accompagnato da un sistema che sostiene con coerenza, visione e coraggio condiviso.
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