Nel 2025, per la prima volta, i ricavi pubblicitari generati da contenuti user-generated superano quelli dei media. Una trasformazione silenziosa ma epocale: la pubblicità non passa più (solo) dai canali tradizionali, ma da persone. E da relazioni.
La cosiddetta creator economy — che secondo Statista supererà i 33 miliardi di dollari nel 2025, con un +36% su base annua — sta riscrivendo i piani media di tutti i brand. Sotto la pressione di budget più snelli e aspettative più fluide, le aziende privilegiano creator e community rispetto all’advertising.
Ma se il creator è il nuovo media, chi è l’editore? Chi è il garante? Quali sono le regole? Ogni innovazione è da guardare con favore: crea concorrenza, nuovi standard ma per creare anche qualità deve muoversi dentro un sistema di regole certo e trasparente.
Differentemente sarà sempre più difficile distinguere un’opinione basata sull’interesse da un racconto personale. La fiducia non si costruirà più attraverso la trasparenza o la reputazione, ma con l’emotività. E se questa “voce” rappresenta un brand, il rischio reputazionale è dietro l’angolo.

Abbiamo detto, non serve demonizzare il nuovo. Serve capirlo e governarlo.
Un brand responsabile potrebbe adottare una strategia “ibrida”:
- Co-creare, affiancando i creator come partner editoriali, dentro cornici narrative e valoriali condivise;
- Formare ed educare, offrendo strumenti a chi comunica il brand perché lo faccia con la massima consapevolezza e rigore;
- Istituire un comitato etico-editoriale interno, che supervisioni i contenuti, ne valuti il rischio, e mantenga coerenza e integrità, estendendo così le regole del giornalismo a questo nuovo settore.
Senza un sistema, il mercato perde fiducia. Senza regole, l’autenticità diventa un trucco. Senza metodo, la creator economy rischia di implodere sotto il peso delle sue stesse promesse. Il futuro della comunicazione non è una questione di reach ma di valore.
Happy influencing!
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