In questo blog siamo tornati spesso a parlare di giovani. Lo abbiamo fatto ragionando sul futuro del lavoro, sul valore del talento, sulle competenze necessarie per affrontare l’Intelligenza Artificiale e sulle responsabilità che imprese e istituzioni hanno nei confronti delle nuove generazioni. È un tema al quale tengo particolarmente, perché sono convinto che il futuro di un Paese dipenda anche dalla capacità di riconoscere e valorizzare le energie di chi lo abiliterà più a lungo.
In questi giorni, osservando le immagini delle manifestazioni che attraversano diverse città, mi sono ritrovato a riflettere ancora una volta su come raccontiamo i giovani. Non voglio entrare nel merito delle singole proteste, che hanno motivazioni e contesti differenti. Ogni forma di violenza va naturalmente condannata. Mi interessa piuttosto affrontare una contraddizione che riguarda anche il nostro mondo, quello della comunicazione. Parliamo continuamente dei giovani come di una risorsa fondamentale, ma siamo davvero disposti a riconoscerne il valore?
Il bisogno di una vita autonoma
Da anni studiamo la Generazione Z, ne analizziamo i comportamenti, i linguaggi e le aspettative. Produciamo ricerche e strategie per intercettarne l’attenzione, ma rischiamo di dimenticare che dietro quelle categorie ci sono persone che chiedono soprattutto di poter costruire una vita autonoma. E l’autonomia non si conquista soltanto attraverso le parole, le opportunità promesse o la possibilità di partecipare a un progetto. Richiede condizioni concrete.
Penso, per esempio, a chi termina gli studi ed entra nel mondo del lavoro. Non possiamo continuare a considerare normale che un giovane preparato debba accettare una retribuzione inadeguata. E quando un giovane rifiuta queste condizioni, liquidarlo come poco disposto al sacrificio significa probabilmente non aver compreso ciò che sta chiedendo. Non sorprende, allora, che molti giovani cerchino anche all’estero opportunità di crescita e riconoscimento professionale, circa 60 mila ogni anno. E come se ogni anno una città come Sanremo vedesse scomparire i propri cittadini, completamente.

Le condizioni materiali e la scelta del proprio futuro
Questa contraddizione emerge anche quando parliamo di inverno demografico. Ci interroghiamo sul perché i giovani facciano sempre meno figli, rimandino la costruzione di una famiglia o continuino a vivere con i genitori. Naturalmente le ragioni del calo delle nascite sono molteplici e riguardano anche trasformazioni culturali e personali. Tuttavia, non possiamo ignorare il peso delle condizioni materiali sulla possibilità di scegliere liberamente il proprio futuro.
È qui che vedo una responsabilità importante per la narrazione che raccontiamo e per la comunicazione. Per anni abbiamo cercato il linguaggio giusto per parlare alle nuove generazioni, abbiamo costruito campagne dedicate al talento, all’inclusione e alle opportunità professionali. Ma la credibilità di un messaggio dipende dalla coerenza tra ciò che raccontiamo e ciò che le persone sperimentano: il lavoro più bello ma malpagato rende il contesto poco credibile.
Questo non significa che la comunicazione possa risolvere da sola problemi complessi. Può però contribuire a renderli più comprensibili e, soprattutto, aiutare le organizzazioni a riconoscere la distanza tra le proprie dichiarazioni e le esperienze delle persone. È un ruolo che va oltre la costruzione di messaggi efficaci e riguarda la capacità di ascoltare, interpretare le aspettative e portarle nei luoghi in cui vengono prese le decisioni.
Smettere di considerare i giovani come pubblico da raggiungere
Credo che il passaggio da compiere sia proprio questo: smettere di considerare i giovani soltanto come un pubblico da raggiungere e iniziare a riconoscerli come interlocutori con cui costruire progetti, opportunità e relazioni. Bisogna andare oltre il tradizionale chiedere la loro opinione, utilizzare i loro linguaggi. Bisogna contribuire a creare le condizioni perché le loro competenze possano incidere davvero e ricevere un riconoscimento adeguato.
Le immagini di questi giorni ci ricordano quanto sia importante non ridurre una generazione a poche etichette. I giovani non sono tutti uguali, non condividono necessariamente le stesse idee e non chiedono tutti le stesse cose. Ma hanno diritto a essere ascoltati senza che le loro aspettative vengano considerate automaticamente eccessive.
Abbiamo dedicato molto tempo a studiare come comunicare con le nuove generazioni, forse la sfida di oggi è trovare con loro un terreno comune per creare organizzazioni che possano contribuire alla sostenibilità intergenerazionale.
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