L’inverno demografico è anche un problema di fiducia

L’inverno demografico è anche un problema di fiducia

Sto notando una certa evoluzione sui media quando parlano di inverno demografico. Si va oltre le ragioni di base e si iniziano finalmente a esplorare dati e motivazioni molto più interessanti - e, soprattutto, molto più illuminanti. Per anni il racconto si è fermato quasi esclusivamente alla denatalità, trasformando il tema demografico in una specie di fotografia immobile: nascono meno bambini, la popolazione invecchia, il sistema rischia di collassare. Tutto vero. Ma anche incompleto.

Perché oggi sta emergendo qualcosa di più profondo. Il tema non è soltanto quanti giovani nascono. Il tema è cosa succede ai giovani che abbiamo già.

Si parla ancora di scarsità di capitale umano

Il rapporto ISTAT raccontato in questi giorni prova ad aprire finalmente questa discussione. E lo fa mostrando una contraddizione molto italiana: continuiamo a parlare di scarsità di capitale umano mentre contemporaneamente impoveriamo, sottoutilizziamo o perdiamo quello che esiste già. La mobilità sociale rallenta, i salari reali diminuiscono, i giovani qualificati emigrano, il lavoro fatica a trasformarsi in leva di crescita personale. L’ascensore sociale addirittura innesta la retromarcia. Ed è qui che il tema demografico smette di essere soltanto statistica e diventa racconto collettivo.

Perché una società non si impoverisce soltanto quando nascono meno persone. Si impoverisce quando le persone smettono di immaginare il futuro come uno spazio possibile. Quando la percezione di crescita si interrompe. Quando il lavoro perde capacità trasformativa. Quando l’istruzione non riesce più a garantire mobilità. Quando il talento percepisce di valere di più altrove.

Il tema culturale da non trascurare

In altre parole: il vero tema demografico è culturale prima ancora che numerico. E questo riguarda molto da vicino anche la comunicazione.

Per anni il dibattito pubblico sull’inverno demografico è stato costruito attorno a una narrativa quasi fatalista. Una specie di determinismo demografico: meno figli, più anziani, meno crescita. Ma una narrativa esclusivamente emergenziale rischia di produrre un effetto collaterale pericoloso: normalizzare l’idea del declino.

Oggi invece qualcosa sembra cambiare. Sempre più spesso si iniziano a collegare i dati demografici alla qualità del lavoro, al sistema educativo, ai salari, alla formazione, alla capacità di valorizzare il capitale umano. E questo è importante perché cambia completamente il perimetro della discussione.

Significa smettere di raccontare il problema come inevitabile e iniziare a trattarlo come sistemico.

Perché il punto non è semplicemente convincere le persone a fare figli. Il punto è costruire un ecosistema in cui progettare il futuro torni ad avere senso.

L’inverno demografico è anche un problema di fiducia
L’inverno demografico è anche un problema di fiducia

Costruire un ecosistema con le imprese

Ed è qui che entra in gioco il ruolo delle imprese. Per molto tempo il dibattito demografico è stato considerato quasi esclusivamente materia politica o sociologica. Oggi invece riguarda direttamente la competitività economica. Perché un Paese che perde giovani, competenze e fiducia perde inevitabilmente anche capacità di innovazione.

La vera questione è che stiamo entrando in una fase storica in cui il capitale umano diventa la principale infrastruttura economica.

L’Intelligenza Artificiale, l’automazione e la trasformazione tecnologica non riducono il valore delle persone. Lo aumentano. Ma aumentano soprattutto il valore delle competenze, della formazione continua, della capacità di adattamento. E se un sistema non riesce a trattenere o valorizzare le proprie energie migliori, rischia di indebolirsi proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di loro.

Anche per questo la comunicazione assume un ruolo molto più strategico di quanto sembri.

Perché le società si muovono anche attraverso le narrative che costruiscono su sé stesse. Le imprese attraggono persone anche attraverso il modo in cui raccontano il lavoro, la crescita, il merito, la possibilità di evoluzione. E i giovani non cercano soltanto stipendi. Cercano contesti credibili. Cercano organizzazioni capaci di offrire traiettorie.

Fiducia nel futuro e ruolo della comunicazione

La fiducia nel futuro è anche un fatto comunicativo. Per anni abbiamo raccontato il lavoro quasi esclusivamente come rinuncia, instabilità o sacrificio necessario. Ma una narrazione continua di questo tipo genera sfiducia. Se anche la formazione viene percepita come un investimento che non restituisce valore, si finisce per erodere il senso stesso dell’istruzione. E quando il talento trova all’estero il riconoscimento che nel proprio Paese fatica ad avere, la perdita non è soltanto economica: è culturale, identitaria, simbolica.

Ed è forse questo il passaggio più interessante della nuova narrativa che sta emergendo attorno al tema demografico: il problema non viene più letto solo dal lato quantitativo, ma dal lato qualitativo.

Non basta chiedersi quanti giovani avremo. Dobbiamo chiederci che spazio daremo ai giovani che ci sono.

E qui il ruolo delle imprese diventa centrale.

Perché oggi fare impresa significa anche contribuire alla costruzione di un ecosistema attrattivo. Significa investire nella formazione, nella crescita interna, nella mobilità professionale, nella qualità organizzativa. Significa costruire luoghi di lavoro capaci di generare appartenenza e prospettiva.

Comunicare in maniera credibile

Ma significa anche comunicare tutto questo in modo credibile.

La comunicazione corporate non serve più soltanto a proteggere la reputazione. Serve a costruire fiducia sistemica. Serve a rendere visibile una direzione. Serve a creare connessioni tra crescita economica e crescita sociale.

Ed è forse questo il vero cambio di paradigma.

L’inverno demografico non può essere affrontato soltanto con incentivi economici o politiche di welfare. Serve una nuova idea di futuro condiviso. Un racconto collettivo che rimetta al centro il valore del capitale umano.

Perché le persone non investono nel futuro quando percepiscono solo incertezza. Lo fanno quando sentono di poter crescere insieme al sistema in cui vivono.

E forse il vero rischio oggi non è semplicemente avere meno giovani. È continuare a perdere fiducia nel fatto che possano avere un futuro migliore del nostro.


New Media vs traditional Media

Editoria e giovani: il problema non è il contenuto, è il modello

Oggi il tema non è più dove si informano le persone, ma perché scelgono di fidarsi di una fonte rispetto a un'altra.

Secondo il Reuters Institute, i giovani tra i 18 e i 24 anni si affidano ormai in misura crescente ai social media come fonte primaria di informazione, mentre il ricorso ai siti e alle app dei media tradizionali è in netta diminuzione. I nuovi media vengono utilizzati dalle generazioni più giovani perché sono percepiti come attuali, rilevanti, coerenti con il loro linguaggio. Piattaforme come TikTok non nascono per informare, ma per intrattenere.

E proprio per questo riescono a intercettare l'attenzione: perché parlano il linguaggio del presente. I nuovi media vengono utilizzati dalle generazioni più giovani perché sono percepiti come attuali, rilevanti, coerenti con il loro linguaggio. Piattaforme come TikTok non nascono per informare, ma per intrattenere. E proprio per questo riescono a intercettare l'attenzione: perché parlano il linguaggio del presente.

Questo è il loro punto di forza, ma anche il loro limite.

Quando l'informazione diventa intrattenimento

Per queste piattaforme, la notizia non è il core business. L'informazione è accessoria, spesso subordinata alle logiche dell'intrattenimento. Il rischio è che il contenuto informativo perda profondità, autorevolezza e gerarchia.

Ed è qui che emerge il paradosso.

New Media vs traditional Media
New Media vs traditional Media

Il paradosso dell'editoria tradizionale

Il mondo dell'editoria tradizionale possiede tutte le competenze per informare i giovani: autorevolezza, capacità di analisi, credibilità. Eppure fatica a raggiungerli. Non per mancanza di contenuto, ma per rigidità di modello.

Il problema non è editoriale. È industriale.

L'editoria è ancora troppo ancorata a un modello di remunerazione basato sulla pubblicità, difeso in modo spesso conservativo. Il quotidiano cartaceo ne è la rappresentazione più evidente: uno strumento che oggi appare "old fashion", non tanto per il contenuto, quanto per il formato e il modello che lo sostiene.

La necessità di una reinvention industriale

Da qui nasce la necessità di una reinvention. Serve ripensare il modello di business mettendo davvero al centro la notizia, ma distribuendola attraverso asset nuovi, costruiti sulle tecnologie disponibili. Asset capaci di essere iper-personalizzati, rilevanti, accessibili. Ma soprattutto serve allargare lo sguardo.

Il valore del brand come asset monetizzabile

Il valore dell'editoria non è solo nell'informazione in sé, ma nel significato del brand, nella fiducia che quel brand rappresenta. Ed è proprio questa fiducia che può essere monetizzata anche con extension in altri ambiti e mercati.

Dal prodotto all'ecosistema

In sintesi, il vero passaggio è questo:

  • dalla difesa del modello alla costruzione di valore
  • dal prodotto all'ecosistema
  • dalla distribuzione alla relazione

Perché oggi la competizione non si gioca solo sull'informazione. Si gioca sulla capacità di trasformarla in valore percepito. Il problema non è che i giovani non cercano informazione. È che l'informazione, oggi, non è più dove loro si aspettano di trovarla.


Dietro ogni talento ci deve essere un sistema che funziona

Dietro ogni talento ci deve essere un sistema che funziona

L’uscita della Nazionale dal panorama competitivo non ha lasciato solo amaro in bocca, ha fatto emergere qualcosa di più scomodo.  Una consapevolezza: il problema non è la partita persa con la Bosnia, è il sistema che non funziona. Troppi stranieri? Pochi investimenti? Mancanza di infrastrutture?

Il nostro punto di vista è che il sistema non funziona perché non forma e valorizza il talento. È un punto di vista scomodo, perché coinvolge tutti: istituzioni, scuola, famiglie, aziende. È come avere una fabbrica con ottime materie prime ma una linea produttiva che non funziona. Puoi continuare a dire che il materiale è buono, ma il risultato sarà sempre mediocre.

Tre dati che raccontano un problema di sistema

Ci sono tre dati che, letti insieme, raccontano una storia molto chiara: l’ultimo Pallone d’Oro italiano assegnato ad un attaccante risale al 1993, con Roberto Baggio, l’Italia ha mancato tre Mondiali e oggi abbiamo oltre 3 milioni di NEET. Allo stesso tempo, i dati OCSE PISA ci mostrano che una quota rilevante di giovani fatica a comprendere testi complessi, a interpretare le informazioni e soprattutto a trasformare la conoscenza in capacità concreta. Non siamo quindi di fronte a un problema sportivo: siamo di fronte a un problema più profondo, che riguarda la formazione del capitale umano.

All’inizio degli anni 2000, quando i segnali erano già chiari, fu elaborato il cosiddetto “Progetto Roberto Baggio”. Non si trattava di un semplice piano tecnico, ma di un vero e proprio sistema che puntava a creare una filiera unica del talento, a formare gli allenatori non solo come tecnici ma come educatori, a introdurre standard nazionali, a integrare sport, scuola e territorio e a rimettere al centro cultura ed etica. In sintesi, era un tentativo di trasformare il talento da qualcosa di casuale a qualcosa di sistemico.

La verità è che quel progetto non è fallito perché era sbagliato, ma per ragioni molto più profonde. Toccava equilibri locali consolidati, richiedeva una visione di lungo periodo e presupponeva una governance centrale forte, capace di coordinare davvero il sistema. Soprattutto, imponeva un cambio di mentalità radicale: passare dall’idea di talento come espressione individuale a quella di responsabilità collettiva. Era un progetto giusto, ma semplicemente troppo avanti per il contesto in cui è nato.

Dietro ogni talento ci deve essere un sistema che funziona
Dietro ogni talento ci deve essere un sistema che funziona

La sfida del capitale umano

Ed è proprio qui che si apre un’opportunità che oggi non possiamo permetterci di ignorare: questo schema non riguarda solo il calcio, riguarda il Paese nel suo insieme. Perché lo stesso modello si replica ovunque. Nelle scuole, nelle aziende, nella società, abbiamo per anni privilegiato l’accumulo di informazioni rispetto allo sviluppo di capacità. Ma è proprio questa consapevolezza che oggi può diventare un punto di svolta. Nel contesto post digitale, infatti, questo limite si trasforma in un vantaggio competitivo per chi sa leggerlo. Oggi le informazioni sono accessibili a tutti, la tecnologia è diffusa e l’intelligenza artificiale amplifica ogni processo. Questo significa che il vero differenziale non è più sapere, ma saper trasformare ciò che si sa in azione. Ed è qui che si gioca la partita. Perché chi riesce a fare questo passaggio - da conoscenza a capacità - non solo colma un gap, ma costruisce un vantaggio strutturale. Se osserviamo i sistemi che funzionano davvero, dallo sport all’impresa, emergono alcune costanti molto chiare: responsabilità individuale, capacità di scelta, disciplina nell’esecuzione, visione sistemica e una cultura dell’errore intesa come apprendimento. Non sono competenze tecniche, ma veri e propri valori operativi.

Cosa serve per tornare a formare talento

Se oggi dovessimo ripartire -nel calcio come nel Paese - la direzione è più chiara di quanto sembri. Non servono nuove riforme isolate, ma un sistema capace di allineare educazione, sport e lavoro, di misurare lo sviluppo del talento e non solo il risultato, di incentivare comportamenti e non solo performance e soprattutto di costruire contesti in cui il talento venga allenato, accompagnato, fatto crescere, invece che lasciato emergere per caso. In fondo è esattamente ciò che il progetto Baggio aveva già intuito: creare leader positivi.

Quando questo accade, cambia tutto. Il talento smette di essere episodico e diventa replicabile, le organizzazioni diventano più veloci perché sanno decidere e agire, e i risultati non sono più casuali ma sostenibili nel tempo. Non si tratta solo di crescita, ma di capacità reale di competere nel lungo periodo. E allora il punto non è tornare a vincere un Mondiale. Il punto è tornare a costruire persone che sappiano stare nel mondo, prendere decisioni, generare impatto. Perché il vero rischio oggi non è perdere competitività, ma avere talento senza leadership.


Formazione e lavoro: come uscire dal circolo vizioso

Formazione e lavoro: come uscire dal circolo vizioso

C’è una contraddizione che attraversa il nostro Paese e che non possiamo più ignorare. Da un lato, quasi una posizione su due è difficile da coprire. Le imprese dichiarano un mismatch strutturale che in alcuni settori – costruzioni, industria, manifattura – supera il 60%. I tempi medi di reperimento del personale superano i quattro mesi, con punte ancora più alte nei comparti tecnici. Dall’altro lato, aumentano i giovani inattivi.

Non è un problema di quantità. È un problema di allineamento. È un problema di sistema. E quando un sistema non riesce a mantenere un dialogo sufficientemente strutturato tra formazione e sviluppo economico, entra in un circolo vizioso.

Quando formazione e lavoro non si parlano

Il circolo vizioso è semplice da descrivere, anche se complesso da risolvere. Quando il dialogo tra sistema educativo e sistema produttivo non è pienamente allineato, si crea un disallineamento che penalizza giovani e imprese. Competenze poco coerenti con la domanda generano inattività o sotto-occupazione. L’inattività riduce il potenziale produttivo del Paese. La riduzione del potenziale produttivo rallenta il PIL. Un PIL debole riduce la capacità di investimento pubblico e privato in formazione. E il ciclo si ripete.

Nel frattempo, nell’epoca della reinvenzione continua e accelerata, le imprese cercano altrove. O rinunciano a crescere. La reinvention delle organizzazioni non può avvenire in isolamento. Se le aziende stanno ripensando modelli di business, processi e competenze per restare competitive, anche la formazione deve attraversare una trasformazione altrettanto profonda.

Formazione e lavoro: come uscire dal circolo vizioso
Formazione e lavoro: come uscire dal circolo vizioso

Evoluzione del sistema educativo

Senza un’evoluzione parallela del sistema educativo, il rischio è creare due mondi che corrono a velocità diverse. La connessione tra istruzione e lavoro non è automatica: va progettata. E oggi più che mai va ripensata in modo sistemico, continuo e strategico.

Un giovane che non trova un canale di ingresso efficace nel mondo del lavoro non è solo un dato statistico. È capitale umano che non si attiva. È fiducia che si riduce. È mobilità sociale che si contrae. Quando questo accade su larga scala, non si tratta più solo di occupazione. Si tratta di modello di sviluppo.

Esiste però un altro circuito possibile. Un sistema formativo capace di intercettare le traiettorie dell’innovazione tecnologica, i cambiamenti demografici e le trasformazioni dei modelli produttivi crea competenze coerenti con l’evoluzione culturale e con la domanda di mercato.

Competenze coerenti generano occupazione qualificata e soddisfazione professionale. L’occupazione qualificata alimenta produttività. La produttività rafforza il PIL. Un PIL solido aumenta la capacità di investimento in ricerca, università, formazione continua.

E il ciclo diventa virtuoso.

Non è teoria. I dati internazionali mostrano una correlazione robusta tra livello di istruzione e crescita economica. I Paesi con una maggiore percentuale di laureati e con sistemi di formazione tecnica avanzata presentano, nel medio-lungo periodo, tassi di produttività e PIL pro capite più elevati. L’investimento in capitale umano non è una voce di spesa: è un moltiplicatore economico.

L'Istruzione è infrastruttura economica

L’istruzione non è solo un ascensore sociale. È un’infrastruttura economica.

Cambiamenti demografici che riducono la popolazione attiva. Innovazione tecnologica che ridefinisce competenze e professioni. Nuovi modelli di apprendimento, ibridi e digitali, che superano il perimetro tradizionale dell’aula. In questo scenario, la formazione non può restare immobile: non è un settore tra gli altri, ma la condizione abilitante di tutti gli altri settori.

Le università, in particolare, hanno oggi l’opportunità di guidare questa evoluzione. Non solo come luoghi di trasmissione del sapere, ma come piattaforme di connessione tra ricerca, organizzazioni e società. Possono integrare competenze tecniche e soft skill, rafforzare l’apertura internazionale, anticipare le traiettorie del mercato e tradurle in percorsi formativi coerenti.

Possono diventare attivatori di un ecosistema post-digitale che connette scuola, imprese e istituzioni, combinando personalizzazione e scalabilità.

In conclusione, possiamo accettare il circolo vizioso, limitandoci a registrare il mismatch e la fuga dei talenti. Oppure possiamo scegliere il circolo virtuoso, investendo in formazione come infrastruttura strategica.

Non è una scelta ideologica. È una scelta economica. La domanda non è se possiamo permetterci di investire nella formazione. È se possiamo permetterci di non farlo.

E la risposta, guardando numeri e dinamiche globali, è sempre più chiara.

 


Giovani in difficoltà: il sistema scuola, aziende e comunicazione nelle soluzioni

Giovani in difficoltà: il sistema scuola, aziende e comunicazione nelle soluzioni

I numeri che emergono dai dati giudiziari e sociali ci dicono potente: crescono i comportamenti devianti tra i giovanissimi, cresce il numero di minori nelle strutture detentive e aumenta la percezione di fragilità nei percorsi di crescita. È un fenomeno che riguarda sicuramente il sistema di giustizia, ma ancor prima racconta una difficoltà profonda di molti ragazzi a trovare strutture di sostegno reali, opportunità significative e comunità educative solide.

Italia e spesa per l'istruzione: un ritardo da colmare

Se vogliamo guardare questo fenomeno con occhi orientati alle soluzioni, dobbiamo partire da un pilastro della vita di ogni giovane: la scuola. Non è un luogo astratto, ma il cuore delle possibilità future di una generazione. E tuttavia, i dati europei ci mostrano che l’Italia, nel 2023, ha destinato alla scuola una quota di spesa pubblica pari al 3,9 per cento del proprio Prodotto Interno Lordo, una percentuale inferiore alla media dei Paesi dell’Unione Europea, che si attesta attorno al 4,7 per cento. In quest’ambito, l’Italia si colloca tra i paesi con la spesa più bassa, superata solo da poche realtà come Romania e Irlanda, mentre altri Paesi europei investono in misura più ampia in istruzione, rendendola un cardine delle proprie politiche di coesione e sviluppo.

Questo dato non è solo statistica: è indicativo di quanto la società nel suo complesso consideri strategico il nodo educativo. Dove la quota di risorse è più alta si dispongono maggiori possibilità di supporto individuale, progetti di rete e professionalità dedicate alla crescita dei ragazzi.

Il ruolo delle imprese nei percorsi formativi

E qui entra in gioco un secondo attore spesso sottovalutato: le aziende e i brand che operano nei nostri territori. In un mondo dove le traiettorie di vita non si definiscono solo dentro la scuola, le imprese hanno la possibilità concreta di essere partner attivi dei processi educativi e di inclusione. Non si tratta di filantropia, ma di responsabilità sistemica: offrire percorsi di tirocinio, promuovere collaborazioni con scuole e enti locali, sostenere attività che valorizzano competenze e talenti, creare culture aziendali che non lasciano indietro chi parte da condizioni più fragili.

Giovani in difficoltà: il sistema scuola, aziende e comunicazione nelle soluzioni
Giovani in difficoltà: il sistema scuola, aziende e comunicazione nelle soluzioni

Quando un’impresa decide di investire nei giovani con politiche di diversità e inclusione autentiche, non sta semplicemente facendo un gesto simbolico: sta contribuendo a creare ecosistemi territoriali in cui i ragazzi non si sentono soli, ma parte di un progetto collettivo di crescita. È lì che abbiamo visto, in tanti contesti, come la combinazione di risorse pubbliche ben dirette e iniziative private strutturate possa ridurre la dispersione scolastica e favorire percorsi di inserimento sostenibile nel mondo del lavoro.

Comunicare le soluzioni per moltiplicarle

E infine, se vogliamo che queste esperienze positive non restino isolate, la comunicazione ha un ruolo strategico insostituibile. Non è sufficiente segnalare, ogni tanto, un progetto riuscito: dobbiamo raccontare cosa funziona, come e perché. Una comunicazione attenta trasferisce conoscenza da un contesto all’altro, genera fiducia, crea punti di riferimento. Quando chi governa, chi dirige una scuola, chi guida un’azienda vede esempi concreti e bene raccontati di pratiche inclusive che producono risultati, allora si attiva un circolo virtuoso: non solo si investe di più, ma si impara a farlo meglio.

Questa narrazione di soluzioni non è idealista: è pratica, sostenuta da dati, e soprattutto è una prospettiva che sbocca in azioni concrete. Investire nella scuola in modo più consistente, valorizzare le aziende come partner educativi e usare la comunicazione per diffondere modelli efficaci non sono idee campate in aria, ma strumenti per trasformare i segnali d’allarme in progetti di futuro.

In definitiva, se vogliamo rispondere alla complessità dei comportamenti giovanili, la risposta non è semplicemente più repressione: è un sistema integrato di politiche, di collaborazioni e di narrazioni che mettono al centro le opportunità, la crescita e la fiducia nei nostri giovani.


Includere i giovani conviene. Anche agli adulti

Includere i giovani conviene. Anche agli adulti

Nel dibattito pubblico, nei board aziendali, nei piani strategici delle istituzioni, si parla spesso dei giovani come di una categoria da “coinvolgere”, “ascoltare”, “avvicinare”. Ma raramente ci si ferma a riflettere sul perché farlo. Non dal punto di vista della giustizia sociale o della retorica dell’inclusione, ma da un’ottica di pura convenienza sistemica. Includere i giovani non è un favore che le generazioni adulte fanno a quelle più giovani. È un vantaggio competitivo, un’opportunità di rigenerazione, una scelta strategica che produce benefici per tutti. E che, se ignorata, diventa una zavorra per l’intero sistema.

Squilibrio tra dipendenti senior e giovani

I numeri parlano chiaro. Secondo i dati ISTAT 2025, circa il 30% delle imprese italiane presenta oggi uno squilibrio critico tra dipendenti senior e giovani under 35. Nelle micro-imprese questa percentuale sale oltre il 35%. Il rapporto “Giovani 2024” del Consiglio Nazionale dei Giovani fotografa una situazione ancora più preoccupante sul piano demografico, con l’Italia che ha perso quasi 3,5 milioni di giovani under 35 negli ultimi vent’anni. Un dato che ci rende ultimi in Europa per incidenza di questa fascia di popolazione. Se a questo si aggiunge che la disoccupazione giovanile resta intorno al 19%, con punte ben più alte nel Mezzogiorno, il quadro appare evidente. Non includere i giovani oggi significa trovarsi senza risorse domani.

Eppure la questione non è solo quantitativa. I giovani non portano solo competenze digitali o una maggiore dimestichezza con le tecnologie emergenti. Portano un diverso modo di interpretare il mondo, di valutare le priorità, di abitare la complessità. In un contesto segnato da cambiamenti rapidi, discontinuità e crisi ricorrenti, questo sguardo può rappresentare una risorsa preziosa per tutti. Per le imprese, per le istituzioni, per le comunità locali.

Riconoscere la diversità generazionale

Non si tratta di creare spazi di partecipazione simbolica, ma di aprire davvero i processi decisionali. Di riconoscere che la diversità generazionale produce valore quando viene trattata non come elemento decorativo, ma come ingrediente strutturale della governance. Troppo spesso, nei contesti professionali, i giovani vengono chiamati a osservare, a imparare, ad “assorbire esperienza”. Raramente vengono messi in condizione di esercitare agency, cioè di incidere davvero sui progetti, sui linguaggi, sulle scelte. È un errore che si paga due volte, perché si scoraggia il talento e si rinuncia a una parte del potenziale collettivo.

Molte organizzazioni lamentano una difficoltà a ingaggiare le nuove generazioni, ma non mettono in discussione i propri modelli comunicativi e organizzativi. Parlano ai giovani con codici superati, li coinvolgono in iniziative verticali, ne chiedono l’adattamento ma raramente offrono un ascolto autentico. È qui che entra in gioco la comunicazione inclusiva, intesa non come strategia di marketing, ma come approccio culturale. Una comunicazione che non infantilizza né idealizza i giovani, ma li riconosce come interlocutori completi, portatori di idee, sensibilità, urgenze. Una comunicazione che abbandona la retorica della “generazione Z” come oggetto da studiare, per trattarla finalmente come soggetto con cui costruire insieme.

Includere i giovani conviene. Anche agli adulti
Includere i giovani conviene. Anche agli adulti

Un cambio di paradigma che conviene alle aziende

Questo cambio di paradigma conviene. Conviene alle aziende, che oggi si trovano a competere per attrarre talenti in un mercato del lavoro sempre più fluido e instabile. Conviene alle istituzioni, che per recuperare fiducia devono mostrare di essere capaci di ascolto reale e di azione tempestiva. Conviene ai territori, che possono rigenerarsi solo se mettono al centro le energie e le competenze dei propri cittadini più giovani. E conviene anche alle generazioni più adulte, perché nessun sistema sociale o produttivo può permettersi di stagnare, di ripetere formule che non funzionano più, di escludere una parte della popolazione solo perché “ancora troppo giovane”.

Le ricerche confermano questa intuizione. Uno studio globale di Indeed e YouGov ha rilevato che il 71% dei lavoratori italiani ritiene che una forza lavoro multigenerazionale migliori significativamente l’atmosfera sul posto di lavoro. E l’81% dei datori di lavoro che può contare su un team intergenerazionale riconosce impatti positivi sulla produttività aziendale. Non si tratta di buone intenzioni, ma di evidenze misurabili.

La comunicazione di empowerment

La comunicazione di empowerment è l’anello che può connettere visioni diverse. È quella comunicazione che non si limita a informare, ma abilita. Che non pretende di spiegare tutto, ma crea spazio per l’espressione. Che non racconta un modello da seguire, ma costruisce un terreno comune su cui confrontarsi. È una comunicazione che chiede tempo, cura, coerenza. Ma è l’unica che può generare fiducia vera. E la fiducia, oggi, è la valuta più scarsa e più richiesta in ogni campo.

Includere i giovani non significa solo aprire le porte di qualche consiglio direttivo. Significa ripensare i meccanismi di accesso alle opportunità, riconoscere le barriere invisibili che limitano la partecipazione, accettare di mettere in discussione le strutture che hanno funzionato per decenni ma che oggi mostrano segni di logoramento. È un processo che può creare attrito, certo. Ma anche innovazione. Perché è proprio nella tensione tra ciò che è consolidato e ciò che emerge che nasce il cambiamento autentico.

Non esistono scorciatoie per attivare questo cambiamento. Esistono però segnali concreti, esperienze che funzionano, organizzazioni che stanno già percorrendo questa strada. Ci sono aziende che co-progettano prodotti e servizi con team intergenerazionali. Ci sono amministrazioni pubbliche che aprono spazi decisionali ai giovani su tematiche ambientali, sociali, educative. Ci sono movimenti civici e culturali che mettono insieme studenti, artigiani, imprenditori, professionisti per ripensare le economie locali. In tutti questi casi, la chiave non è la retorica generazionale, ma la costruzione di alleanze generative tra persone che vivono lo stesso presente da prospettive diverse.

L'inclusione è strategia

Serve quindi una rotazione verso il nuovo. Uscire dalla logica per cui l’inclusione giovanile è una concessione, un investimento a lungo termine, un gesto altruistico. L’inclusione è una strategia di sostenibilità del sistema. Un’organizzazione che non è capace di rinnovarsi è destinata a perdere rilevanza. E una società che non include i giovani oggi non avrà chi la guiderà domani.

In un mondo che cambia così rapidamente, il capitale più prezioso non è la tecnologia, né il capitale finanziario. È la capacità di apprendere e adattarsi. I giovani sono naturalmente più agili in questo, ma non possono essere lasciati soli. Hanno bisogno di essere coinvolti in modo autentico, ascoltati senza pregiudizi, responsabilizzati senza paternalismo. Hanno bisogno di comunicazioni che li mettano al centro non come pubblico da conquistare, ma come protagonisti da ascoltare.

Per farlo serve coraggio. Il coraggio di uscire dalla comfort zone delle proprie abitudini organizzative, di non avere tutte le risposte, di lasciare spazio. E di costruire, insieme, un presente che sia già futuro.


Giovani e futuro: perché non vanno “guidati”, ma seguiti

Giovani e futuro: perché non vanno “guidati”, ma seguiti

Ogni epoca ha avuto la sua critica ai giovani. Negli anni Sessanta erano accusati di essere ribelli senza causa, negli Ottanta di pensare solo all’edonismo, nei Duemila di essere choosy e viziati. Oggi, mentre i dati ci dicono che sei giovani su dieci sarebbero pronti a trasferirsi all’estero per costruire il proprio futuro, stiano ripetendo lo stesso copione: considerarli fragili, incerti, smarriti, bisognosi di essere “accompagnati”.

Una narrativa che si ripete

È la trappola di una narrativa che si ripete uguale a se stessa e che finisce per rendere invisibile ciò che in realtà i giovani sono: il più potente motore di trasformazione che un Paese possa avere.

I numeri raccolti da Ipsos sono chiari: negli ultimi tredici anni 550mila giovani hanno lasciato l’Italia, mentre solo 173mila sono rientrati.

Le ragioni principali non sono misteriose: opportunità lavorative (20%) e qualità della vita (16%). È un messaggio forte, che non può essere letto solo come una fuga, ma come un indicatore del gap tra ciò che i giovani cercano e ciò che il Paese offre. E qui la comunicazione gioca un ruolo decisivo: perché prima ancora che nelle statistiche, la distanza si misura nel racconto che una società sa fare di se stessa.

Da paternalismo a protagonismo dei giovani

In Italia abbiamo coltivato per decenni la narrazione del giovane da sostenere, da trattenere, da proteggere. Una narrativa paternalista che li colloca in uno spazio passivo, come se la direzione del cambiamento fosse già tracciata da altri e loro dovessero soltanto “adeguarsi”. Ma la verità è un’altra: non sono i giovani a dover essere accompagnati, sono loro ad accompagnarci. Sono loro che, con le scelte di studio, di lavoro, di migrazione o di permanenza, spostano il baricentro delle economie e delle culture. Sono loro che connettono mondi diversi, che aprono varchi, che inventano linguaggi. Loro che ogni giorno votano con i piedi, scegliendo dove vivere, lavorare, creare relazioni.

Giovani e futuro: perché non vanno “guidati”, ma seguiti
Giovani e futuro: perché non vanno “guidati”, ma seguiti

Il bivio narrativo

Imprese, istituzioni e territori hanno davanti un bivio narrativo: continuare a raccontare i giovani come “da trattenere”, oppure iniziare a rappresentarli come il vero acceleratore del cambiamento. Perché se sei su dieci sono pronti a partire, non è solo un problema da tamponare: è una chiamata collettiva a immaginare un Paese più attrattivo, in cui la mobilità non sia sinonimo di perdita, ma di circolazione di energie e competenze. E qui il linguaggio conta: dire “ci lasciano” è molto diverso dal dire “ci portano altrove”.

Ribaltare la prospettiva

Cambiare la rotta significa ribaltare la prospettiva. Non più giovani “oggetto” di politiche, ma soggetti che trainano strategie, visioni e persino valori. Se guardiamo con attenzione, già lo fanno: basti pensare al ruolo che hanno avuto nel diffondere nuove sensibilità ambientali, nel ridisegnare le regole del lavoro flessibile, nell’aprire l’Italia a una cultura digitale che altrimenti sarebbe rimasta più lenta. Non è un caso che molte start-up nascano da ragazzi che hanno avuto il coraggio di cercare opportunità fuori dai confini e poi di riportare esperienze, reti e idee.

I giovani come promotori di crescita

Per questo serve una nuova narrativa nazionale: smettere di certificare i giovani come “risorsa da salvare” e iniziare a riconoscerli come promotori di crescita. La comunicazione pubblica e quella d’impresa possono fare molto, non limitandosi a descrivere il fenomeno, ma contribuendo a ridefinire le cornici con cui lo leggiamo. Ogni volta che un ragazzo e una ragazza decide di studiare o lavorare all’estero, non stiamo perdendo dei cittadini: stiamo ampliando il perimetro della nostra comunità. Ogni volta che un giovane fonda una start-up a Berlino o accetta un contratto a Londra, non è una sottrazione, ma un investimento a ritorno differito: perché la rete di esperienze, conoscenze e relazioni che costruiscono, prima o poi, torna a ridisegnare anche la società d’origine.

Il futuro dell’Italia non si gioca quindi solo nella capacità di trattenere, ma nella capacità di accogliere, collegare e rilanciare. Se riusciremo a comunicare questo cambio di paradigma – che non sono i giovani a dover essere “guidati”, ma noi a doverci lasciare guidare da loro – allora avremo fatto un passo decisivo. Perché il Paese diventa attrattivo non quando convince i suoi figli a rimanere, ma quando riesce a diventare una casa da cui si può partire e a cui si vuole sempre tornare.

Happy growth!

Reinventare i giovani, una nuova generazione tra business e comunità

Reinventare i giovani, una nuova generazione tra business e comunità

Reinventare una nuova generazione vuol dire più che includere i giovani nella comunicazione: significa ripensare il concetto stesso di “giovani”, intesi non come segmento demografico o semplice destinatario, ma come risultante di un processo collettivo, culturale, economico e civile. In un’epoca segnata da un forte inverno demografico, in cui la natalità diminuisce e l’età media della popolazione cresce, è cruciale chiedersi se stiamo facendo del nostro meglio per favorire la crescita di una generazione che dovrà affrontare un mondo molto differente da quello che le generazioni precedenti hanno ereditato.

Secondo l’ultimo Rapporto Giovani 2025, presentato il 20 maggio al Presidente della Repubblica, i giovani italiani tra i 18 e i 34 anni sono descritti come “consapevoli, desiderosi di contribuire al cambiamento, ma troppo spesso ostacolati da barriere economiche e sociali”. L’Osservatorio segnala un bisogno profondo di spazi concreti di crescita e partecipazione, non semplici parole d’ordine. In tal senso appare un buon segnale quello del Governo inglese che ha deciso di abbassare fino a 16 l’età per il diritto al voto.

In questo quadro, la comunicazione non può limitarsi a cercare di “parlare ai giovani”: deve trasformarsi in una pratica che li include come autori della narrazione, protagonisti con voce, spazio e responsabilità. Le imprese dovrebbero andare oltre il linguaggio studiato per intercettarli, aprendosi a co-creazione, mentorship, incubatori senza barriere generazionali, scelte comunicative che valorizzano l’esperienza e l’interpretazione dei giovani stessi.

Reinventare i giovani, una nuova generazione tra business e comunità
Reinventare i giovani, una nuova generazione tra business e comunità

Il punto è che quella che oggi chiamiamo generazione Z, o millennial, deve diventare la generazione A: A di autonomia, ascolto, azione. E questo non è solo un tema ideale: è una questione di sopravvivenza strategica. È assolutamente necessario continuare a produrre chip e tecnologie avanzate, ma allo stesso modo dobbiamo garantirci di avere giovani formati, motivati e protagonisti capaci di svilupparle, utilizzarle, migliorarle.

I dati IARD, frutto dell’indagine condotta dall’Istituto Toniolo in collaborazione con l’Università Cattolica tramite IPSOS, confermano questa esigenza: manca una struttura solida di supporto, culturale e istituzionale.

Tutto punta nella direzione di un cambio di paradigma per far emergere una generazione A che sarà contemporaneamente capitale umano, driver di innovazione e valore reputazionale per imprese e istituzioni.

Se è vero che la speranza non ha età, come scrive Francesco Macrì, giornalista, analista e saggista impegnato in particolare sul tema della condizione giovanile in Italia, è responsabilità degli adulti – imprese, scuole, istituzioni – darsi una scossa e creare un progetto per fare in modo che questa speranza non resti aspirazione, ma diventi un fatto concreto, generazione dopo generazione.


Il futuro del settore farmaceutico italiano: ricerca e giovani talenti

Il futuro del settore farmaceutico italiano: ricerca e giovani talenti

Il settore farmaceutico è in un momento di crescita globale soprattutto nel comparto  biotecnologico e farmaceutico. La crescita del mercato è un’opportunità preziosa per trattenere e attrarre quei giovani talenti italiani che sempre più spesso lasciano il Paese alla ricerca di migliori opportunità professionali e di sviluppo. Secondo dati recenti, l’Italia continua a perdere numerosi giovani laureati in discipline scientifiche, che scelgono di trasferirsi all’estero attratti da posizioni più remunerative e da ambienti di lavoro maggiormente innovativi e stimolanti.

Una perdita di capitale inaccettabile per un Paese che sa che la salute è un settore essenziale ma anche una risorsa strategica su cui è vitale investire per la stabilità e la longevità del Paese. Le aziende farmaceutiche italiane svolgono un ruolo fondamentale nel mantenere la popolazione in salute e nel ridurre i costi a lungo termine per il sistema sanitario. Questa consapevolezza ha stimolato anche il settore privato a sviluppare competenze e investimenti significativi per sostenere la ricerca scientifica e migliorare la qualità della vita.

Il settore farmaceutico e la "fuga dei cervelli"

Il settore farmaceutico italiano ha proprio ora la possibilità di assumere un ruolo cruciale per frenare la “fuga dei cervelli” e creare nuove opportunità di lavoro altamente qualificato per i giovani. Le aziende italiane potrebbero attrarre questi talenti puntando su salari competitivi, ma soprattutto offrendo progetti di ricerca ambiziosi, un ambiente di lavoro inclusivo e percorsi di crescita strutturati. In un contesto internazionale in cui competere per le menti migliori è sempre più difficile, la creazione di un ecosistema innovativo e orientato al futuro farà la differenza.

Investire in ricerca farmaceutica e biotecnologica è anche un passo strategico per tutto il Paese. Un sistema sanitario robusto, supportato da un settore farmaceutico forte, significa una popolazione più sana, una riduzione dei costi sanitari e una migliore resilienza di fronte a future emergenze sanitarie. La capacità di mantenere la popolazione in buona salute è diventata fondamentale non solo per motivi etici e sociali, ma per il benessere economico del Paese: più la popolazione è longeva e sana, più è produttiva e meno graverà sulle risorse pubbliche.

La necessità di comunicazioni mirate

Per attrarre giovani professionisti qualificati, le aziende farmaceutiche italiane devono adottare strategie di comunicazione mirate e intelligenti. Creare una campagna di talent recruiting efficace richiede un approccio multicanale che utilizzi social media, piattaforme professionali e media tradizionali, adattando il messaggio al target specifico.

Il futuro del settore farmaceutico italiano: ricerca e giovani talenti

Ecco alcuni suggerimenti su come le aziende possono ottimizzare la propria comunicazione per attrarre i migliori talenti:

Utilizzare un linguaggio inclusivo e motivante

Per i giovani talenti, la crescita personale e la possibilità di fare la differenza sono spesso più importanti del mero compenso economico. I messaggi di recruiting devono trasmettere la missione aziendale e l’impatto sociale del lavoro, evidenziando come i candidati possano contribuire direttamente al miglioramento della salute pubblica.

Raccontare storie di successo

Condividere casi studio di dipendenti che hanno trovato realizzazione all’interno dell’azienda è un ottimo modo per rendere tangibili le opportunità offerte. Video, articoli e testimonianze sui social possono dimostrare ai potenziali candidati che esistono reali prospettive di crescita e di carriera all’interno dell’azienda.

Sfruttare LinkedIn e piattaforme professionali

LinkedIn resta la piattaforma di riferimento per il talent scouting. Qui le aziende possono creare contenuti che mostrino l’innovazione e la ricerca continua come valori centrali, raggiungendo direttamente i profili di giovani con background accademico in settori scientifici.

Coltivare una presenza nei media

Articoli su testate scientifiche e giornali di settore che raccontino le sfide e i traguardi delle aziende italiane sono un modo per guadagnare visibilità e autorevolezza. Le aziende possono anche collaborare con università e istituti di ricerca per organizzare eventi e webinar che attraggano studenti e neolaureati.

Coinvolgere i dipendenti come brand ambassador

La voce interna dei dipendenti ha un valore inestimabile. Attraverso interviste, post e video, i collaboratori possono raccontare la cultura aziendale e dare un’immagine autentica dell’ambiente di lavoro, trasmettendo un messaggio di trasparenza e fiducia.

Il potenziale di crescita del settore farmaceutico italiano è enorme. Puntare sui talenti e sulla ricerca scientifica significa investire in un futuro più sano, più resiliente e più competitivo. Affinché ciò avvenga, è fondamentale che le aziende adottino una visione a lungo termine, integrando nella propria strategia di sviluppo l’obiettivo di rafforzare il capitale umano. La salute, come dimostrato negli ultimi anni, non è solo un settore strategico ma un pilastro fondamentale per la prosperità del Paese.

 


Salute mentale dei giovani: nuovo purpose per i brand

Salute mentale dei giovani: nuovo purpose per i brand

La società post-digitale sta ridefinendo alcuni concetti e delineando alcuni fenomeni in maniera abbastanza chiara. Il primo elemento che voglio condividere,  riguarda la  salute che è mutato in tema trasversale, non più confinato al settore sanitario, ma parte fondante dell’ecosistema sociale ed economico. Quando poi guardiamo alla salute mentale ci rendiamo conto che questa è una priorità che permea ogni aspetto della vita dei giovani e della società. Le organizzazioni non possono non tenerne conto.

Un'altra riflessione riguarda il fatto che i brand che operano con successo nei mercati hanno un forte purpose. In virtù di un profondo significato associato al proprio brand, queste aziende assumono un ruolo attivo nella società, contribuendo al benessere collettivo, spesso integrando la salute dei giovani nei propri obiettivi.

Un fenomeno preoccupante

Ultimo fenomeno riguarda i giovani la cui situazione è preoccupante. Infatti, un'indagine ha rilevato che il 49,4% dei giovani tra i 18 e i 25 anni ha sofferto di ansia e depressione. La vulnerabilità dei giovani è un dato che richiede l'attenzione di tutti gli attori sociali, inclusi i brand. 

Un rapporto di Havas ha evidenziato come per gli italiani, e in particolare per i giovani, lo "star bene" sia diventato una priorità sia come diritto individuale che come dovere collettivo. Questo riflette un cambiamento importante nelle aspettative che i giovani hanno nei confronti dei brand: non solo prodotti e servizi, ma anche un impegno concreto verso il benessere della comunità. 

È nostra convinzione che la salute mentale dei giovani dovrebbe diventare parte integrante del purpose di un brand by design. Possiamo condividere alcune riflessioni su come i marchi possono impegnarsi per affrontare questa sfida. Bisogna iniziare dalle progettualità in grado di generare beneficio concreto, essere misurabili e scalabili. Questi progetti diventano certamente asset di comunicazione, empatia e autenticità. Le aziende devono riconoscere l’opportunità, economica e sociale, ed associarvi l'importanza di comunicare direttamente con i giovani.

Salute mentale dei giovani: nuovo purpose per i brand

Creazione di spazi di dialogo

 Su questa base sono molte le tattiche che si possono mettere in campo. Come  la creazione di spazi sicuri e di dialogo dove i giovani possano esprimere le loro idee senza timore di giudizi. Questo approccio non solo favorisce il coinvolgimento, ma posiziona il brand come alleato del benessere sociale ed emotivo. 

Così come può risultare determinante l’educazione e il supporto emotivo attraverso la comunicazione: le aziende possono collaborare con esperti di salute mentale per ideare, materializzare e offrire contenuti educativi, risorse di supporto e programmi di sensibilizzazione.

In un contesto in cui i giovani vivono una pressione crescente e affrontano sfide senza precedenti, i brand hanno l'opportunità e la responsabilità di giocare un ruolo cruciale nel promuovere la salute mentale. Integrare il benessere dei giovani nel proprio purpose non è solo una scelta etica, ma anche una strategia che rafforza la relazione con i consumatori e costruisce una reputazione di marca solida e affidabile. 

Adottando strategie comunicative autentiche, empatiche e inclusive, i brand possono contribuire al benessere sociale e supportare le nuove generazioni in questo periodo complesso. 

Happy purpose!

 


Armando Barone

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