Giovani in difficoltà: il sistema scuola, aziende e comunicazione nelle soluzioni
I numeri che emergono dai dati giudiziari e sociali ci dicono potente: crescono i comportamenti devianti tra i giovanissimi, cresce il numero di minori nelle strutture detentive e aumenta la percezione di fragilità nei percorsi di crescita. È un fenomeno che riguarda sicuramente il sistema di giustizia, ma ancor prima racconta una difficoltà profonda di molti ragazzi a trovare strutture di sostegno reali, opportunità significative e comunità educative solide.
Italia e spesa per l'istruzione: un ritardo da colmare
Se vogliamo guardare questo fenomeno con occhi orientati alle soluzioni, dobbiamo partire da un pilastro della vita di ogni giovane: la scuola. Non è un luogo astratto, ma il cuore delle possibilità future di una generazione. E tuttavia, i dati europei ci mostrano che l’Italia, nel 2023, ha destinato alla scuola una quota di spesa pubblica pari al 3,9 per cento del proprio Prodotto Interno Lordo, una percentuale inferiore alla media dei Paesi dell’Unione Europea, che si attesta attorno al 4,7 per cento. In quest’ambito, l’Italia si colloca tra i paesi con la spesa più bassa, superata solo da poche realtà come Romania e Irlanda, mentre altri Paesi europei investono in misura più ampia in istruzione, rendendola un cardine delle proprie politiche di coesione e sviluppo.
Questo dato non è solo statistica: è indicativo di quanto la società nel suo complesso consideri strategico il nodo educativo. Dove la quota di risorse è più alta si dispongono maggiori possibilità di supporto individuale, progetti di rete e professionalità dedicate alla crescita dei ragazzi.
Il ruolo delle imprese nei percorsi formativi
E qui entra in gioco un secondo attore spesso sottovalutato: le aziende e i brand che operano nei nostri territori. In un mondo dove le traiettorie di vita non si definiscono solo dentro la scuola, le imprese hanno la possibilità concreta di essere partner attivi dei processi educativi e di inclusione. Non si tratta di filantropia, ma di responsabilità sistemica: offrire percorsi di tirocinio, promuovere collaborazioni con scuole e enti locali, sostenere attività che valorizzano competenze e talenti, creare culture aziendali che non lasciano indietro chi parte da condizioni più fragili.

Quando un’impresa decide di investire nei giovani con politiche di diversità e inclusione autentiche, non sta semplicemente facendo un gesto simbolico: sta contribuendo a creare ecosistemi territoriali in cui i ragazzi non si sentono soli, ma parte di un progetto collettivo di crescita. È lì che abbiamo visto, in tanti contesti, come la combinazione di risorse pubbliche ben dirette e iniziative private strutturate possa ridurre la dispersione scolastica e favorire percorsi di inserimento sostenibile nel mondo del lavoro.
Comunicare le soluzioni per moltiplicarle
E infine, se vogliamo che queste esperienze positive non restino isolate, la comunicazione ha un ruolo strategico insostituibile. Non è sufficiente segnalare, ogni tanto, un progetto riuscito: dobbiamo raccontare cosa funziona, come e perché. Una comunicazione attenta trasferisce conoscenza da un contesto all’altro, genera fiducia, crea punti di riferimento. Quando chi governa, chi dirige una scuola, chi guida un’azienda vede esempi concreti e bene raccontati di pratiche inclusive che producono risultati, allora si attiva un circolo virtuoso: non solo si investe di più, ma si impara a farlo meglio.
Questa narrazione di soluzioni non è idealista: è pratica, sostenuta da dati, e soprattutto è una prospettiva che sbocca in azioni concrete. Investire nella scuola in modo più consistente, valorizzare le aziende come partner educativi e usare la comunicazione per diffondere modelli efficaci non sono idee campate in aria, ma strumenti per trasformare i segnali d’allarme in progetti di futuro.
In definitiva, se vogliamo rispondere alla complessità dei comportamenti giovanili, la risposta non è semplicemente più repressione: è un sistema integrato di politiche, di collaborazioni e di narrazioni che mettono al centro le opportunità, la crescita e la fiducia nei nostri giovani.
Intelligenza Artificiale 2026: come trasformarla in infrastruttura di equilibrio
Il 2026 si è aperto con una consapevolezza sempre più diffusa: l’Intelligenza Artificiale non è più una possibilità futura, ma una leva già attiva di trasformazione economica e culturale. Questo è emerso chiaramente dal recente Forum di Davos.
In un’epoca in cui ogni innovazione è anche un posizionamento, ogni passo avanti tecnologico può e deve diventare una leva di fiducia, visione e valore condiviso. L’IA è sempre più nei processi decisionali, nelle strategie aziendali, nei modelli operativi. Ma la posta in gioco non è la diffusione della tecnologia in sé: è la sua capacità di generare opportunità che non si concentrino, ma si distribuiscano.
Secondo una recente analisi della mia Accenture, quasi il 90% dei leader aziendali prevede di aumentare gli investimenti in IA nei prossimi mesi. Per oltre tre quarti, non si tratta solo di un tema di efficienza, ma di crescita dei ricavi. L’adozione dell’IA non è più oggetto di dibattito: è in movimento crescente. Il tema diventa allora come orientarla, come indirizzare la sua traiettoria per trasformarla in infrastruttura di equilibrio. Un’IA che moltiplica il valore senza accentrare il potere, che migliora la produttività ma non allarga i divari, che abilita la competitività ma sostiene anche l’inclusione.
Le tre basi per un'IA che genera equilibrio
Perché questo accada, occorre spostare l’attenzione al modo in cui la tecnologia si radica nei contesti, si connette ai territori, si traduce nelle scelte quotidiane delle organizzazioni. L’IA va integrata nel tessuto produttivo e culturale come un’infrastruttura diffusa, trasversale, accessibile per le famiglie, la scuola, le organizzazioni pubbliche e private.
In questa prospettiva, le aziende sono protagoniste. Non perché obbligate a guidare il cambiamento, ma perché hanno la possibilità concreta di definire modelli, linguaggi, approcci in grado di creare fiducia rispetto ai benefici . È un’occasione reale per attivare nuovi equilibri: tra tecnologia e umanità, tra profitto e impatto, tra velocità e visione.
Naturalmente, questo processo ha bisogno della creazione di basi solide. La prima è una regolazione che non freni, ma abiliti. L’AI Act europeo, se attuato con pragmatismo, può offrire un quadro di riferimento stabile entro cui innovare con fiducia. Quando le regole sono chiare e condivise, la concorrenza diventa virtuosa, la trasparenza non è più un ostacolo ma una condizione sistemica di crescita.

La seconda è una politica industriale coerente con l’epoca. L’IA va trattata come un’infrastruttura invisibile ma determinante, capace di aumentare la resilienza e la competitività del sistema nel suo complesso. Per questo servono alleanze tra pubblico e privato, ecosistemi di innovazione distribuita, supporto alle PMI e una scuola che abbracci la contemporaneità. L’adozione dell’IA non può dipendere solo dalla scala, ma dalla visione.
La terza è una leva fiscale intelligente. Se l’IA genera nuova produttività - e lo sta già facendo - è giusto che il sistema favorisca chi reinveste questo valore in formazione, occupazione, trasformazione. Le politiche fiscali possono accelerare l’adozione responsabile, sostenere chi mette la tecnologia al servizio delle persone.
Comunicare l'IA per creare fiducia
Altro elemento decisivo: serve una comunicazione all’altezza della posta in gioco. La tecnologia ha bisogno di linguaggi per diventare reale, utile, viva. Comunicare l’IA non significa creare slogan accattivanti, ma renderla navigabile attraverso esempi concreti, comprensibili, capaci di includere con consapevolezza. È un passaggio decisivo per creare fiducia e consentire alla tecnologia di scalare.
Il 2026 non ci chiede più di discutere se l’IA cambierà le cose: ci chiede di scegliere come vogliamo che lo faccia. Le imprese hanno questa possibilità. Possono guidarne l’adozione, orientarla, renderla generativa. Possono contribuire a una cultura dell’innovazione più matura, più accessibile, più nostra. Non vincerà chi correrà più veloce, ma chi saprà andare più lontano, accompagnato da un sistema che sostiene con coerenza, visione e coraggio condiviso.
Includere i giovani conviene. Anche agli adulti
Nel dibattito pubblico, nei board aziendali, nei piani strategici delle istituzioni, si parla spesso dei giovani come di una categoria da “coinvolgere”, “ascoltare”, “avvicinare”. Ma raramente ci si ferma a riflettere sul perché farlo. Non dal punto di vista della giustizia sociale o della retorica dell’inclusione, ma da un’ottica di pura convenienza sistemica. Includere i giovani non è un favore che le generazioni adulte fanno a quelle più giovani. È un vantaggio competitivo, un’opportunità di rigenerazione, una scelta strategica che produce benefici per tutti. E che, se ignorata, diventa una zavorra per l’intero sistema.
Squilibrio tra dipendenti senior e giovani
I numeri parlano chiaro. Secondo i dati ISTAT 2025, circa il 30% delle imprese italiane presenta oggi uno squilibrio critico tra dipendenti senior e giovani under 35. Nelle micro-imprese questa percentuale sale oltre il 35%. Il rapporto “Giovani 2024” del Consiglio Nazionale dei Giovani fotografa una situazione ancora più preoccupante sul piano demografico, con l’Italia che ha perso quasi 3,5 milioni di giovani under 35 negli ultimi vent’anni. Un dato che ci rende ultimi in Europa per incidenza di questa fascia di popolazione. Se a questo si aggiunge che la disoccupazione giovanile resta intorno al 19%, con punte ben più alte nel Mezzogiorno, il quadro appare evidente. Non includere i giovani oggi significa trovarsi senza risorse domani.
Eppure la questione non è solo quantitativa. I giovani non portano solo competenze digitali o una maggiore dimestichezza con le tecnologie emergenti. Portano un diverso modo di interpretare il mondo, di valutare le priorità, di abitare la complessità. In un contesto segnato da cambiamenti rapidi, discontinuità e crisi ricorrenti, questo sguardo può rappresentare una risorsa preziosa per tutti. Per le imprese, per le istituzioni, per le comunità locali.
Riconoscere la diversità generazionale
Non si tratta di creare spazi di partecipazione simbolica, ma di aprire davvero i processi decisionali. Di riconoscere che la diversità generazionale produce valore quando viene trattata non come elemento decorativo, ma come ingrediente strutturale della governance. Troppo spesso, nei contesti professionali, i giovani vengono chiamati a osservare, a imparare, ad “assorbire esperienza”. Raramente vengono messi in condizione di esercitare agency, cioè di incidere davvero sui progetti, sui linguaggi, sulle scelte. È un errore che si paga due volte, perché si scoraggia il talento e si rinuncia a una parte del potenziale collettivo.
Molte organizzazioni lamentano una difficoltà a ingaggiare le nuove generazioni, ma non mettono in discussione i propri modelli comunicativi e organizzativi. Parlano ai giovani con codici superati, li coinvolgono in iniziative verticali, ne chiedono l’adattamento ma raramente offrono un ascolto autentico. È qui che entra in gioco la comunicazione inclusiva, intesa non come strategia di marketing, ma come approccio culturale. Una comunicazione che non infantilizza né idealizza i giovani, ma li riconosce come interlocutori completi, portatori di idee, sensibilità, urgenze. Una comunicazione che abbandona la retorica della “generazione Z” come oggetto da studiare, per trattarla finalmente come soggetto con cui costruire insieme.

Un cambio di paradigma che conviene alle aziende
Questo cambio di paradigma conviene. Conviene alle aziende, che oggi si trovano a competere per attrarre talenti in un mercato del lavoro sempre più fluido e instabile. Conviene alle istituzioni, che per recuperare fiducia devono mostrare di essere capaci di ascolto reale e di azione tempestiva. Conviene ai territori, che possono rigenerarsi solo se mettono al centro le energie e le competenze dei propri cittadini più giovani. E conviene anche alle generazioni più adulte, perché nessun sistema sociale o produttivo può permettersi di stagnare, di ripetere formule che non funzionano più, di escludere una parte della popolazione solo perché “ancora troppo giovane”.
Le ricerche confermano questa intuizione. Uno studio globale di Indeed e YouGov ha rilevato che il 71% dei lavoratori italiani ritiene che una forza lavoro multigenerazionale migliori significativamente l’atmosfera sul posto di lavoro. E l’81% dei datori di lavoro che può contare su un team intergenerazionale riconosce impatti positivi sulla produttività aziendale. Non si tratta di buone intenzioni, ma di evidenze misurabili.
La comunicazione di empowerment
La comunicazione di empowerment è l’anello che può connettere visioni diverse. È quella comunicazione che non si limita a informare, ma abilita. Che non pretende di spiegare tutto, ma crea spazio per l’espressione. Che non racconta un modello da seguire, ma costruisce un terreno comune su cui confrontarsi. È una comunicazione che chiede tempo, cura, coerenza. Ma è l’unica che può generare fiducia vera. E la fiducia, oggi, è la valuta più scarsa e più richiesta in ogni campo.
Includere i giovani non significa solo aprire le porte di qualche consiglio direttivo. Significa ripensare i meccanismi di accesso alle opportunità, riconoscere le barriere invisibili che limitano la partecipazione, accettare di mettere in discussione le strutture che hanno funzionato per decenni ma che oggi mostrano segni di logoramento. È un processo che può creare attrito, certo. Ma anche innovazione. Perché è proprio nella tensione tra ciò che è consolidato e ciò che emerge che nasce il cambiamento autentico.
Non esistono scorciatoie per attivare questo cambiamento. Esistono però segnali concreti, esperienze che funzionano, organizzazioni che stanno già percorrendo questa strada. Ci sono aziende che co-progettano prodotti e servizi con team intergenerazionali. Ci sono amministrazioni pubbliche che aprono spazi decisionali ai giovani su tematiche ambientali, sociali, educative. Ci sono movimenti civici e culturali che mettono insieme studenti, artigiani, imprenditori, professionisti per ripensare le economie locali. In tutti questi casi, la chiave non è la retorica generazionale, ma la costruzione di alleanze generative tra persone che vivono lo stesso presente da prospettive diverse.
L'inclusione è strategia
Serve quindi una rotazione verso il nuovo. Uscire dalla logica per cui l’inclusione giovanile è una concessione, un investimento a lungo termine, un gesto altruistico. L’inclusione è una strategia di sostenibilità del sistema. Un’organizzazione che non è capace di rinnovarsi è destinata a perdere rilevanza. E una società che non include i giovani oggi non avrà chi la guiderà domani.
In un mondo che cambia così rapidamente, il capitale più prezioso non è la tecnologia, né il capitale finanziario. È la capacità di apprendere e adattarsi. I giovani sono naturalmente più agili in questo, ma non possono essere lasciati soli. Hanno bisogno di essere coinvolti in modo autentico, ascoltati senza pregiudizi, responsabilizzati senza paternalismo. Hanno bisogno di comunicazioni che li mettano al centro non come pubblico da conquistare, ma come protagonisti da ascoltare.
Per farlo serve coraggio. Il coraggio di uscire dalla comfort zone delle proprie abitudini organizzative, di non avere tutte le risposte, di lasciare spazio. E di costruire, insieme, un presente che sia già futuro.
IA e Made in Italy: una trasformazione strategica delle imprese
Nel dibattito si sente spesso parlare dell’Intelligenza Artificiale come di una tecnologia dirompente, capace di rivoluzionare settori, modelli produttivi e persino l’esperienza del consumatore. Per il Made in Italy, etichetta che rappresenta non solo prodotti ma autentici marchi culturali, l’IA può effettivamente costituire un elemento di svolta - ma solo se utilizzata per reinventare il modello di impresa e non semplicemente come una novità da aggiungere alla narrazione.
L'IA come collega digitale: il modello human in the loop
L’obiettivo strategico non è l’adozione passiva di strumenti digitali, ma un cambiamento profondo: mettere la tecnologia al centro dei processi aziendali, integrandola in modo organico con la competenza umana. È qui che entra in gioco la dimensione human in the loop, secondo cui l’IA non sostituisce le persone, ma amplifica le loro capacità, consentendo decisioni più rapide, produttività superiore, migliore gestione delle risorse e creatività potenziata. Un vero e proprio collega digitale. Questa integrazione è la chiave per passare da un uso sperimentale dell’intelligenza artificiale a una trasformazione strategica dell’intera impresa.
Produttività ed efficienza per le PMI italiane
Per le aziende del Made in Italy, spesso piccole e medie realtà con forti radici culturali e artigianali, il primo grande beneficio dell’IA risiede nella produttività e nell’efficienza operativa. Attraverso sistemi intelligenti di automazione, è possibile snellire attività ripetitive, migliorare il controllo qualità, prevedere i colli di bottiglia produttivi e ottimizzare le catene di fornitura. Questo non significa solo risparmiare costi: significa liberare tempo e risorse per concentrarsi su ciò che distingue davvero un prodotto italiano - la qualità, l’estetica, il valore simbolico e l’esperienza del cliente. Tuttavia, la produttività da sola non è sufficiente. La vera opportunità consiste nel reinventare l’offerta di prodotti e servizi. L’IA può supportare l’analisi dei dati di consumo in tempo reale, permettendo alle imprese di anticipare le tendenze, adattare i propri design e introdurre sul mercato prodotti che rispondano a bisogni emergenti. In molte filiere italiane, come moda e design, agrifood o meccanica di precisione, questa capacità di insight predittivo può diventare un vantaggio competitivo decisivo.
Nuovi mercati e personalizzazione dell'offerta
La trasformazione legata all’IA apre anche la strada a nuovi mercati e segmenti di clienti. Grazie all’analisi avanzata dei dati e agli algoritmi di personalizzazione, le imprese italiane possono segmentare con maggiore precisione le proprie audience, adattare l’offerta e comunicare in modi che risuonano con specifici gruppi di consumatori in Paesi differenti. Questo approccio non solo aumenta le probabilità di penetrazione nei mercati esteri, ma favorisce anche una crescita sostenibile e scalabile, basata sulla comprensione profonda dei desideri e delle aspettative di chi acquista.

La comunicazione come leva di trasformazione
Un elemento fondamentale di questa trasformazione è la comunicazione, sia interna sia esterna. All’interno dell’azienda, la comunicazione è la leva che permette di diffondere la cultura dell’innovazione, di accompagnare i team nella comprensione delle nuove tecnologie e di costruire una visione condivisa. In un contesto in cui l’adozione dell’IA richiede nuove competenze e mentalità, una comunicazione chiara e partecipativa diventa essenziale. All’esterno, la comunicazione riguarda la capacità di raccontare in modo credibile e trasparente come e perché l’impresa sta evolvendo, come l’intelligenza artificiale viene integrata nei processi e quali benefici concreti essa porta ai clienti, ai partner commerciali e alla comunità.
Il Made in Italy ha un valore identitario difficilmente replicabile: è il frutto di storia, cultura, artigianalità e gusto estetico e deve saper dialogare con il futuro. L’IA, se adottata in modo strategico, permette di raccontare questo valore in modo più efficace, di portarlo oltre i confini nazionali e di farlo vivere attraverso esperienze personalizzate. Il valore del brand, in questa prospettiva, si intreccia con la capacità di comunicare un’identità in movimento, capace di evolvere senza perdere autenticità. Un altro fronte su cui l’IA può avere un impatto concreto riguarda la gestione dei costi e delle risorse umane. È importante dire le cose con chiarezza: l’aumento della produttività e l’automazione di certe funzioni possono portare a una riduzione dei costi operativi. Tuttavia, se questa riduzione viene utilizzata esclusivamente per aumentare i margini di profitto, si perde un’opportunità più grande. Le imprese più lungimiranti reinvestono questi benefici in formazione e sviluppo di nuovi prodotti e mercati. Investire nella crescita e nelle persone significa anche attrarre talenti, far evolvere competenze e creare un ambiente aziendale in cui la tecnologia non spaventa, ma potenzia. In un mercato globale sempre più competitivo, non esiste una formula magica né un percorso unico per tutti.
Linee guida strategiche per l'adozione dell'IA
Ogni impresa ha una propria storia, una propria identità e una propria traiettoria di crescita. Tuttavia, è possibile individuare alcune linee guida strategiche per un uso efficace dell’IA nel contesto italiano:
- Centralità delle persone: l’intelligenza artificiale deve essere progettata per amplificare le capacità umane, non per sostituirle. Nei processi decisionali, l’elemento umano resta il giudice finale.
- Investimento nella cultura digitale: la formazione continua e la comunicazione interna sono fondamentali per favorire l’adozione e la comprensione delle tecnologie intelligenti.
- Integrazione nei processi chiave: l’IA deve essere collegata alle funzioni core dell’azienda — produzione, design, gestione dei clienti, logistica — per generare valore reale.
- Approccio orientato ai dati: raccogliere, analizzare e interpretare i dati significa prendere decisioni più rapide e più accurate, riducendo l’incertezza e accelerando l’innovazione.
- Comunicazione coerente e trasparente: spiegare come l’IA viene utilizzata all’interno dei prodotti e nei processi permette di costruire fiducia nei confronti di partner e clienti.
L’intelligenza artificiale non è una panacea, ma è uno strumento potente se accoppiato a una visione chiara e a una leadership capace di guidare il cambiamento. Per il Made in Italy, integrare l’IA nei processi aziendali significa abbracciare una cultura della trasformazione che non rinnega il passato, ma utilizza la tecnologia per amplificare ciò che rende unico il patrimonio italiano in Europa e nel mondo.
Happy IA!
Il tennis italiano ha vinto la partita della comunicazione
C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui il tennis italiano sembrava destinato a restare ai margini del grande sport popolare. I circoli erano luoghi d’élite, le scuole tennis strutture per pochi, e i grandi tornei nazionali - con l’eccezione degli Internazionali di Roma - eventi da cornice, non da palcoscenico globale.
Quel tempo è finito. E non per caso.
Il sorpasso storico del tennis
Nel 2025, secondo i dati pubblicati da Il Sole 24 Ore, la FITP (Federazione Italiana Tennis e Padel) ha raggiunto un valore di produzione di 230 milioni di euro, superando per la prima volta la FIGC, ferma a circa 200 milioni. Un sorpasso storico. Ma, soprattutto, una costruzione culturale. Il tennis oggi è il vero sistema vincente dello sport italiano, non solo perché genera numeri migliori, ma perché ha saputo raccontarsi meglio. È la comunicazione, più ancora dei risultati, ad aver fatto la differenza.
Una nuova grammatica narrativa
Diversamente dal calcio, che continua a reggersi su una narrazione mitologica e autoreferenziale, , il tennis ha costruito una nuova grammatica narrativa. Più inclusiva, più giovane, più credibile. Un linguaggio fatto di volti, talenti, storie, immagini, eventi, valori — non solo di trofei. L’immagine della squadra italiana che solleva la Coppa Davis a Bologna è diventata iconica non perché l’Italia ha vinto, ma per come quella vittoria è stata raccontata: come una storia collettiva, emotiva, accessibile. Un riscatto di squadra in uno sport solitamente individuale. Un momento di gioia sobria, riconoscibile, condivisa. Nessun eccesso, nessuna retorica. Solo una comunicazione che ha saputo trasformare il risultato in percezione di valore.
È qui che si gioca la vera volè vincente: sul terreno della reputazione. Il tennis italiano oggi vale di più anche perché “sembra” valere di più. Non è solo business: è storytelling strategico.
Nel mondo dello sport contemporaneo - dominato da brand, piattaforme, sponsorship, engagement - la percezione è valore. E il valore, se ben raccontato, diventa leva economica. La FITP lo ha capito prima di altri. Ha lavorato con costanza per portare il tennis fuori dai confini del campo. Lo ha fatto con un progetto di rilievo e visione chiara: legare ogni investimento sportivo a una narrazione mediatica coerente. Dietro ogni evento c’è una regia. Dietro ogni torneo, una storia. Dietro ogni giovane talento, un sistema che lo sostiene - e lo racconta.

Sinner e il racconto corale
Jannik Sinner è la punta dell’iceberg. Non è solo un atleta: è un progetto comunicativo. È stato accompagnato nella crescita mediatica con una cura rara. Nessuna sovraesposizione, nessun clamore. Solo un’idea precisa: costruire un simbolo autentico, non una star di plastica. Il racconto attorno a lui - misurato, rispettoso, progressivo - ha contribuito tanto quanto i suoi risultati alla percezione di un tennis italiano serio, solido, credibile. E non è l’unico. Anche il circuito dei Challenger, i club locali, le scuole tennis, le academy d’eccellenza sono stati progressivamente inclusi in un racconto corale che ha ribaltato l’immaginario: il tennis non è più uno sport per pochi. È diventato un sistema per molti. Dove si può crescere, migliorare, imparare. Dove c’è spazio per chi sogna e per chi lavora. Dove il talento è una possibilità, non un’eccezione.
Il grande errore che molti sistemi sportivi (e aziendali) continuano a fare è pensare che basti ottenere risultati per essere riconosciuti. Ma non è così. I risultati parlano solo se qualcuno li ascolta. E li ascolta solo se sono inseriti in un racconto che li rende memorabili.
Il tennis italiano ha smesso di rincorrere la retorica del “campione solitario” e ha iniziato a parlare di filiera, di squadra, di cultura del lavoro. Lo ha fatto con immagini pulite, con parole selezionate, con testimonial coerenti, con eventi capaci di parlare a pubblici diversi. Ha saputo portare il tennis nei media generalisti, nei social, nei linguaggi visivi dei più giovani, senza snaturarsi. Ha trasformato le partite in contenuti, le conferenze stampa in occasioni di posizionamento, le vittorie in leve narrative. E così, senza gridare, ha costruito una reputazione forte, condivisa e trasversale, che oggi si traduce in più sponsor, più tesserati, più biglietti venduti, più visibilità, più impatto economico. Ma soprattutto: più senso.
Quattro fronti, una strategia
Questa rivoluzione comunicativa ha avuto effetti su almeno quattro fronti.
Sul fronte business, ha attratto investimenti pubblici e privati, convinto partner internazionali, ottenuto l’assegnazione di eventi di alto profilo come le ATP Finals a Torino o la Coppa Davis. Non è un caso che il tennis italiano sia diventato anche un caso economico.
Sul fronte dei talenti, ha valorizzato le storie individuali senza bruciarle, restituendo umanità e percorso, rendendo i campioni accessibili e non idolatrati. Il risultato è che i ragazzi oggi vogliono giocare a tennis, e le famiglie li accompagnano con fiducia.
Sul fronte sportivo, ha generato entusiasmo, passione e senso di appartenenza. I club sono cresciuti. I circoli sono tornati a essere luoghi di comunità, non solo di allenamento. I numeri lo dimostrano: 1,2 milioni di tesserati, +20% in cinque anni.
Sul fronte culturale, infine, il tennis ha incarnato un’idea di riscatto sobrio, di disciplina silenziosa, di eccellenza costruita. Ha offerto un’alternativa credibile al caos narrativo del calcio, restituendo al pubblico un modello di sport fondato su competenza, cura e visione.
Oltre i bilanci, è una questione di clima
Il vero sorpasso sul calcio, forse, non è nei bilanci. È nel clima. Nell’atmosfera. Nel fatto che, per una volta, un’intera generazione di giovani italiani ha guardato al tennis non come un diversivo, ma come a una scelta. Che ha visto nei volti dei giocatori italiani qualcosa di familiare, di possibile, di stimolante. Che si è sentita parte di un movimento, non solo spettatrice.
Il calcio, in confronto, appare sempre più chiuso, autoreferenziale, segnato da logiche vecchie, da un linguaggio consumato, da una retorica che non incanta più. Il tennis ha fatto il contrario. Ha aperto. Ha ascoltato. Ha imparato. Ha comunicato. E, così facendo, ha vinto. Ecco perché la volè vincente del tennis italiano non è solo quella giocata da Sinner contro Alcaraz .
È quella giocata dal sistema FITP contro il cinismo del “tanto qui non cambia mai nulla”. È la volè con cui si prende l’iniziativa. Si anticipa. Si crea il tempo giusto. È il gesto elegante che ribalta l’inerzia.
È il simbolo di un’Italia che può ancora fare le cose bene, se sa dove guardare e se impara a raccontarlo nel modo giusto.
Happy sport!
Essere audience-centric oggi: perché il messaggio non basta più
Essere audience-centric è, oggi, una necessità che va ben oltre la retorica della personalizzazione dei messaggi o dell’analisi dei dati comportamentali. È un cambio di paradigma che implica un diverso modo di concepire il ruolo del comunicatore. Non si tratta più soltanto di comprendere cosa vuole il pubblico, ma di interrogarsi su come il pubblico vive, percepisce, interagisce con ciò che gli viene proposto. L’audience non è un bersaglio statico da colpire con messaggi ben calibrati, ma un sistema complesso, mutevole, immerso in un ecosistema di stimoli tecnologici, sociali, emotivi. E, soprattutto, è un soggetto che oggi va ingaggiato non solo sul piano razionale o informativo, ma anche e soprattutto su quello esperienziale, fisiologico, percettivo.
Il contenuto come esperienza
In questo contesto, il lavoro del comunicatore si sposta sempre più verso una capacità di ascolto profondo, non solo dei contenuti espliciti che il pubblico manifesta, ma dei segnali sottili che emergono nei contesti di fruizione. Serve interrogarsi su come il messaggio viene vissuto, in che ambiente, con quale disposizione emotiva, in quali condizioni sensoriali. La comunicazione oggi si gioca in gran parte nella relazione tra il contenuto e il contesto in cui quel contenuto viene esperito. Questo significa che il contenuto da solo non può più essere progettato come elemento autosufficiente: deve essere pensato come parte di un’esperienza, come un nodo di una rete più ampia fatta di percezioni, sensazioni, reazioni fisiologiche.
Il rischio, altrimenti, è quello di continuare a progettare contenuti perfetti per un pubblico teorico, che non esiste più. Il pubblico reale, oggi, vive in un contesto saturo di informazioni, attraversato da forme nuove di ansia, frammentazione dell’attenzione, desiderio di autenticità ma anche fatica di decifrazione. È un pubblico che spesso non ha più il tempo – o l’energia – per interpretare, per contestualizzare, per distinguere. Non si tratta di stupire, ma di risuonare. Non di conquistare attenzione, ma di generare comprensione. E questo vale anche – e soprattutto – quando si lavora con tecnologie nuove, immersive, sensoriali.
La comunicazione diventa esperienza
Due progetti recenti aiutano a comprendere questa logica. A Los Angeles, lo spazio esperienziale Chromasonic Field ha messo a punto un’installazione che unisce luce e suono in tempo reale, trasformando l’ambiente in una forma di dialogo fisiologico con i partecipanti. I primi studi interni segnalano un impatto misurabile su umore e stati d’ansia, a dimostrazione del fatto che comunicare oggi può voler dire anche creare le condizioni sensoriali per un ascolto autentico.
In un’altra esperienza, Resolution - una cine-rappresentazione immersiva di un album musicale - ha portato il pubblico all’interno di una cupola visiva e sonora, eliminando ogni elemento di distrazione per favorire un’interazione profonda, personale, emotiva con il contenuto. In entrambi i casi, non si è trattato di stupire il pubblico, ma di metterlo in condizione di sentire il contenuto, nel senso più ampio e concreto del termine.

La tecnologia come mezzo, non come fine
La tecnologia non è il fine. È un mezzo, potentissimo, ma che va maneggiato con una precisa consapevolezza. Non basta usare strumenti sofisticati per creare esperienze memorabili. È necessario comprendere cosa quella tecnologia attiva nell’esperienza delle persone. Come modifica il loro stato emotivo, quali reazioni induce, quali connessioni interne favorisce. La domanda non è: “Possiamo costruire un’esperienza immersiva?” Ma piuttosto: “Quell’esperienza, per chi la vive, è significativa? Lascia un segno? Aiuta a decifrare il presente?” In questo senso, il lavoro del comunicatore torna a essere un lavoro profondamente umano. È il lavoro di chi sa leggere i contesti, interpretare le condizioni, ascoltare non solo le parole, ma anche i silenzi e le reazioni corporee. Non si tratta di anticipare le mode, ma di mettersi a fianco. Di osservare con lucidità e senza compiacimento come le persone vivono le esperienze mediate, e di costruire contenuti e ambienti che siano in sintonia con quella realtà.
Questa attenzione alla dimensione esperienziale della comunicazione non implica necessariamente un’estetica minimalista o una semplificazione eccessiva. Al contrario, implica rigore. Progettare per l’esperienza significa lavorare sulla coerenza, sulla precisione, sulla qualità delle interazioni. Significa fare in modo che ogni elemento – visivo, sonoro, testuale – contribuisca a costruire un’atmosfera, un percorso, un’intuizione. E che ogni scelta sia motivata non da una logica autoreferenziale, ma dal desiderio di favorire un incontro reale con chi fruisce.
Audience-centric, esercizio di responsabilità
Parlare a una nicchia non è sufficiente se non si è in grado di entrare davvero in contatto con quella nicchia. Conoscerne i codici non basta, se non si comprendono le emozioni che abitano quei codici. La segmentazione del pubblico, per essere utile, deve essere integrata da una profonda empatia progettuale: la capacità di immaginare, con rispetto e senza semplificazioni, cosa significa per quella persona vivere quella comunicazione. Che sia un post, un evento, un’esperienza immersiva o un contenuto editoriale.
Significa riconoscere che il nostro lavoro non si esaurisce nell’efficacia del messaggio, ma ha a che fare con la qualità dell’esperienza che contribuiamo a generare. Non serve essere visionari o pionieri per raggiungere questo obiettivo. Serve essere presenti. Serve conoscere i propri strumenti e, al tempo stesso, sapere che quegli strumenti non sono mai neutrali. Serve, soprattutto, spostare il focus dal messaggio alla relazione. E ricordare che ogni atto comunicativo, per quanto strutturato, è sempre un incontro tra due vulnerabilità: quella di chi parla, e quella di chi ascolta.
Essere audience-centric oggi è, in fondo, un esercizio di vera responsabilità.
Happy audience!
Ecco come la IA può risvegliare la creatività contro la pigrizia
Nel paesaggio tecnologico contemporaneo, sempre più dominato da intelligenze artificiali capaci di generare testi, immagini e raggiungere obiettivi, si fa strada un interrogativo urgente ma spesso trascurato: cosa succede alla nostra creatività quando deleghiamo troppo? Il rischio non è tanto nella tecnologia in sé, quanto nel modo in cui scegliamo di rapportarci ad essa. “La trappola della pigrizia”, concetto che si sta facendo largo nel dibattito, descrive bene una dinamica sottile: l’erosione del pensiero critico sotto il peso della comodità.
IA e Creatività, equilibrio fragile
Secondo studi recenti, oltre la metà degli adulti statunitensi ritiene che l’uso dell’intelligenza artificiale peggiorerà la capacità delle persone di pensare in modo creativo e di instaurare relazioni autentiche. Un dato che riflette un malessere diffuso, alimentato da un ecosistema digitale saturo di contenuti omologati, spesso creati da algoritmi addestrati per intrattenere senza stimolare. È qui che la comodità si scontra con la possibilità stessa di un pensiero autentico: quando tutto è a portata di clic e si brucia in pochi secondi, il rischio è perdere il senso della profondità, dell’intuizione, della lentezza necessaria a creare davvero qualcosa di nuovo.
Una alleanza per una comunicazione consapevole
Questo però non deve portarci a una visione apocalittica. Il punto non è demonizzare l’innovazione, al contrario: l’intelligenza artificiale, se ben compresa e integrata, può diventare un potente alleato della creatività umana, non il suo sostituto. Il discrimine sta nel modo in cui comunichiamo questa relazione: raccontare la tecnologia non come bacchetta magica che risolve ogni problema, ma come strumento che amplifica la nostra capacità di pensare, progettare, relazionarci. Una comunicazione consapevole, che valorizzi il ruolo umano nella catena del valore, è essenziale per contrastare quella che potremmo chiamare l’abdicazione cognitiva.

Leadership e la capacità di migliorare l'umanità
La responsabilità, in questo senso, è anche culturale. Sta alla “leadership” ricordare che la vera innovazione non risiede solo nella potenza di calcolo, ma nella capacità di orientarla verso scopi migliorativi per l’umanità. L’intelligenza artificiale può e deve occuparsi dell’amministrazione, della gestione dei flussi, delle attività ripetitive. Ma ciò che conta davvero – il significato, la visione, il pensiero complesso – resta nelle mani delle persone. Ed è proprio qui che si apre una riflessione più ampia sul nostro rapporto con il tempo, con il lavoro e con l’idea stessa di produttività.
Il thinking di Anthropic
Un esempio illuminante arriva da New York, dove Anthropic, la società creatrice di Claude – uno dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati – ha deciso di aprire nel West Village un’edicola trasformata in spazio di riflessione. Non un punto vendita, non un esperimento di immersivo, ma una vera e propria oasi urbana dedicata al pensiero lento. I visitatori, accolti in un ambiente dal gusto vintage, possono leggere, scrivere a mano, riflettere e conversare. Senza schermi, senza notifiche, senza input digitali. L’inaugurazione ha attirato una folla inaspettata, con file lungo l’isolato e una corsa ai cappellini con la scritta “thinking”. Un segnale chiaro: il bisogno di qualità, di profondità, di momenti non ottimizzati, è più vivo che mai.
La scelta di Anthropic è tutt’altro che nostalgica. Al contrario, rappresenta un posizionamento preciso nel panorama affollato dell’intelligenza artificiale: non un sostituto della mente umana, ma un suo alleato. Non una tecnologia che pretende di risolvere tutto, ma uno strumento che lascia spazio all’essere umano di esprimersi nella sua interezza. La comunicazione di Claude è coerente, rispettosa, strategica: enfatizza la responsabilità, l’equilibrio, l’uso intenzionale della tecnologia.
Una IA all'altezza delle nuove possibilità
In questo senso, il vero discrimine non è tra chi usa o non usa l’AI, ma tra chi la integra consapevolmente nei processi e chi la subisce passivamente. Tra chi costruisce un pensiero complesso attorno alla tecnologia e chi si lascia semplicemente trasportare dall’automazione. La sfida dei prossimi anni non sarà evitare l’intelligenza artificiale, ma sviluppare un’intelligenza umana all’altezza delle nuove possibilità. E in questo, la comunicazione ha un ruolo decisivo.
Serve una nuova alleanza per cambiare la narrazione del Paese
Negli ultimi dieci anni l'Italia ha registrato un calo demografico del 2,4%, mentre la produttività del lavoro è cresciuta di appena lo 0,7% e il PIL ha segnato un aumento cumulato dell'11,6%. Tutti indicatori che ci collocano stabilmente tra i Paesi meno dinamici dell'Eurozona. In confronto, la popolazione dell'area euro è cresciuta del 3,1%, la produttività media del 3,6% e la crescita economica complessiva ha superato il 17%. L'Italia, insomma, fatica a tenere il passo, stretta tra un inverno demografico sempre più rigido e una struttura paese incapace di generare valore aggiunto come altrove.
Ma c'è un dato implicito, spesso rimosso, che rende tutto questo ancora più critico: il basso livello medio di istruzione della popolazione italiana.
Il rapporto Ocse fotografa l'Italia
Secondo il più recente rapporto OCSE “Education at a Glance”, solo il 20% circa degli adulti italiani tra i 25 e i 64 anni ha un titolo di studio terziario, contro una media OCSE del 40%. Inoltre, l'Italia è tra i Paesi con la più alta percentuale di adulti con competenze alfabetiche e numeriche al di sotto del livello minimo per orientarsi nel mondo del lavoro digitale. Circa il 28% degli italiani è classificato tra i livelli più bassi nei test PIAAC sulle competenze degli adulti.
Non si tratta solo di demografia o produttività. Si tratta di capacità di comprendere, interpretare e orientarsi in un mondo che cambia. Una quota troppo ampia di persone non ha gli strumenti per accedere pienamente ai processi di innovazione, transizione digitale e trasformazione del lavoro.

Serve una nuova alleanza che coinvolga tutti
Non possiamo stupirci se una parte del Paese si sente esclusa, smarrita, talvolta ostile: è il risultato di una narrazione del cambiamento che parla a pochi e lascia indietro molti. Serve un cambio di paradigma, una nuova alleanza tra aziende, pubbliche amministrazioni, media e piattaforme social per costruire insieme una narrazione diversa: una narrazione che includa, spieghi, accompagni.
Questa alleanza dovrebbe avere un duplice obiettivo: da un lato, contribuire a colmare il divario di comprensione e accesso al cambiamento; dall'altro, agevolare riforme strutturali coraggiose, che mettano l'istruzione continua e l'aggiornamento delle competenze al centro della strategia di investimenti del Paese.
Per le aziende è anche una questione di business
Per le aziende, questo è un tema di business, non solo di responsabilità sociale. Significa poter contare su un mercato interno più preparato, su una forza lavoro più adattabile, su una reputazione allineata ai valori di innovazione inclusiva.
L'Italia non può permettersi di crescere lasciando indietro la maggioranza del proprio capitale umano. L'inclusione non è più una questione di sensibilità sociale ma chiave della competitività. Solo se renderemo comprensibile e desiderabile il futuro, potremo costruirne uno davvero condiviso per innovare e crescere insieme e tenere fede al proprio ruolo di fondatori della Comunità Europea.
Educazione finanziaria: come AI e brand la rendono concreta
Poiché l’alfabetizzazione finanziaria continua a essere disomogenea tra Paesi, regioni e fasce sociali, il mondo dell’educazione formale non basta più da solo a colmare il divario. I sistemi scolastici faticano ad aggiornarsi al ritmo delle trasformazioni economiche e digitali. In questo vuoto si inseriscono sempre più attori - privati e pubblici - che ridefiniscono il ruolo educativo delle istituzioni, dei brand e persino delle politiche sociali.
Una direzione chiara emerge: trasformare concetti come risparmio, budgeting, costo/opportunità o gestione del rischio da nozioni astratte a esperienze tangibili. È un’evoluzione che non riguarda solo il prodotto, ma anche la comunicazione. Sempre più aziende stanno infatti scegliendo lo storydoing, ovvero costruire narrazioni attraverso azioni reali: momenti, esperienze e strumenti di alfabetizzazione finanziaria che hanno un impatto concreto sulle persone. Insegnare diventa la nuova forma di raccontare.
Alcuni casi internazionali
I casi internazionali lo dimostrano con chiarezza. Nel Regno Unito, Lloyds Bank ha ampliato la partnership con MyPocketSkill, piattaforma che permette ai giovani tra 13 e 25 anni di imparare a gestire il denaro attraverso micro-lavori retribuiti. Tutoraggio, fotografia, attività digitali: lavori veri che trasformano l’esperienza economica in apprendimento immediato. Gli studenti che utilizzano la piattaforma risparmiano di più e gestiscono meglio le proprie risorse: un messaggio potentissimo, comunicato con i fatti.
Un approccio altrettanto concreto è quello adottato da Garanti BBVA in Turchia, che apre le proprie filiali agli studenti delle scuole primarie. Vedere da vicino come funziona uno sportello, come si gestiscono le transazioni, come lavora il personale bancario rende la banca un luogo comprensibile.

Gamification come linguaggio
Infine, la gamification diventa un linguaggio educativo e narrativo insieme. In Romania, Raiffeisen Bank ha portato l’educazione finanziaria dentro Minecraft con My Financial Mission: moduli, quiz e scenari interattivi che trasformano i concetti economici in sfide da giocare, non da memorizzare.
Ma oggi anche in Italia qualcosa si muove nella stessa direzione. Una proposta bipartisan, discussa in sede di manovra economica, punta a introdurre un fondo pensione per ogni neonato, attivato fin dalla nascita con versamenti congiunti da parte dei genitori, dello Stato e dell’INPS. L’obiettivo è culturale prima ancora che economico: coltivare l’idea di sostenibilità finanziaria fin dalla culla, educando all’importanza del risparmio previdenziale già in età scolare e creando un capitale che potrà essere utilizzato anche per studio, formazione o avvio alla vita adulta. Un’iniziativa che unisce welfare, educazione e visione intergenerazionale.
Tutto questo risponde a un bisogno che riguarda tutte le età. Il rischio di cadere in trappole finanziarie, sovrastimare la propria capacità di spesa o non pianificare il futuro è un fenomeno trasversale che cresce nei periodi di turbolenza economica. Per questo brand e istituzioni stanno sviluppando percorsi pensati per studenti, lavoratori, famiglie e pensionati.
La IA come ausilio indispensabile
In questo scenario l’intelligenza artificiale introduce un salto di qualità: consente personalizzazione, continuità e adattabilità. Un assistente IA può valutare il livello dell’utente, proporre esercizi mirati, stimolare nuove competenze e offrire micro-consulenze quotidiane. Non è più solo tecnologia: è un mentore finanziario su misura, accessibile a chiunque.
E non è un vantaggio solo per i cittadini. Una società con maggiore cultura finanziaria favorisce comportamenti economici più stabili e razionali: meno indebitamento improduttivo, maggiore capacità di risparmio, più investimenti sostenibili. Tutto questo riduce il rischio sistemico e permette alle organizzazioni di operare in un mercato più maturo, più stabile e più predisposto a valorizzare prodotti e servizi evoluti. In altre parole: consumatori più consapevoli generano ecosistemi economici più sani.
Alla fine, l’educazione finanziaria non è solo un vantaggio individuale. È un investimento collettivo che crea una società più fertile. Aumenta la trasparenza, riduce le vulnerabilità, crea ricchezza e rafforza la fiducia nelle istituzioni e nei brand.
Sovranità dell’IA: perché l’Italia è tornata protagonista dell’innovazione
È arrivato il momento di spingere nel post-digitale le eccellenze italiane. Non solo quelle che tutti conosciamo, legate alla creatività o al design. Oggi il Made in Italy dell’innovazione esiste, cresce, si consolida. Ed è uno dei segnali più interessanti del riscatto europeo sul fronte tecnologico. Lo dimostra un recente studio di Accenture dedicato alla sovranità dell’intelligenza artificiale: un tema che sembra tecnico, ma che in realtà riguarda da vicino la competitività delle nostre imprese, la reputazione del Paese e la capacità dell’Europa di ritrovare una sua voce nella reinvenzione tecnologica.
Da mesi utilizziamo l’IA nei modi più diversi. Ma la velocità con cui queste tecnologie entrano nei processi aziendali porta con sé una domanda nuova, quasi culturale: dove risiedono i nostri dati? Chi li gestisce? Quanto siamo dipendenti da tecnologie nate lontano da noi?
Sovranità IA, equilibrio tra innovazione e identità digitale
La cosiddetta “sovranità dell’IA” nasce proprio qui: non come desiderio di chiusura, ma come volontà di responsabilità. È il tentativo di riportare equilibrio tra la spinta all’innovazione e il bisogno di proteggere l’identità digitale di aziende e Paesi.
In questo nuovo scenario, l’Italia sta giocando una partita importante. E lo sta facendo con una maturità che, questa volta, non sorprende: deriva da anni di trasformazioni silenziose, investimenti consistenti, competenze cresciute dentro e fuori le organizzazioni.

Lo studio di Accenture sulla sovranità IA
Secondo i dati Accenture, il 71% delle imprese italiane aumenterà gli investimenti in soluzioni di Intelligenza Artificiale “sovrana” nei prossimi due anni. Un dato che posiziona l’Italia ai vertici europei, quasi alla pari con la Germania. Perché succede?
Le organizzazioni italiane hanno capito che il valore sta nei dati. E che governarli significa proteggere relazioni, prodotti, reputazione. L’IA viene vista come un abilitatore di competitività, non come un esperimento. Il passaggio dalla curiosità alla strategia è stato rapido. La consapevolezza del rischio è aumentata.
L'Italia è pronta a fare innovazione con la IA
Questi elementi spiegano perché, oggi, l’Italia appare così pronta: non è un caso isolato, ma l’esito di un’evoluzione che non raccontiamo abbastanza.
Negli ultimi anni abbiamo interiorizzato l’idea dell’Italia “fanalino di coda” nell’innovazione. Eppure, i numeri stanno mostrando il contrario: nelle tecnologie più strategiche, dal cloud all’IA, il tessuto produttivo italiano si sta muovendo con pragmatismo e velocità.
La ricerca sulla sovranità dell’IA mette in luce proprio questo: un’Italia che non rincorre, ma che partecipa con successo alla transizione digitale europea.
Un paese nuovamente competitivo
Il tema non è solo tecnologico. È narrativo, culturale, identitario. Raccontare un’Italia che torna a competere significa restituire fiducia a un ecosistema industriale che ha ritrovato ambizione e che oggi vuole essere protagonista in un’Europa che deve cambiare e accelerare.
Saper raccontare questo nuovo scenario è essenziale per differenziarsi, attrarre investitori, dialogare con partner e istituzioni. La IA Sovrana diventa una storia di strategia, non di compliance.
La sovranità IA e la sfida ai big tech
La sovranità dell’IA non è la fine dell’apertura, né una sfida ai big della tecnologia. È la scelta - moderna, matura - di innovare in modo consapevole. Per l’Italia è un’occasione preziosa: riposizionarsi, raccontarsi meglio, mostrare la forza delle proprie competenze e delle proprie imprese.
E forse, dopo anni di complessità e di narrazioni al ribasso, è proprio questa la storia che vale la pena raccontare di più: un Paese che ha voglia di tornare protagonista.










