Quando leggo un libro, mi interessa soprattutto ciò che l’autore riesce a trasmettermi. Le idee, la qualità della scrittura, la capacità di offrirmi una prospettiva diversa. Raramente mi domando quali strumenti abbia utilizzato per arrivare a quel risultato. Eppure oggi, con l’Intelligenza Artificiale, sembra che questa domanda rischi di diventare più importante del contenuto stesso.

Leggendo il dibattito tra gli scrittori sull’utilizzo dell’IA, mi sono chiesto se non stiamo affrontando la questione dal punto di vista sbagliato. Si discute di programmi capaci di riconoscere testi generati artificialmente, di autori sospettati di aver utilizzato ChatGPT e di opere la cui autenticità viene messa in discussione. Come se il semplice ricorso all’IA potesse ridimensionare il valore di ciò che viene scritto.

L’introduzione della filigrana digitale

Il tema è diventato ancora più attuale con l’annuncio di OpenAI sull’introduzione graduale di una filigrana digitale invisibile nei testi generati da ChatGPT e Codex nell’Unione Europea. È un passo interessante verso una maggiore tracciabilità dei contenuti, ma introduce anche una distinzione fondamentale: riconoscere l’intervento dell’IA non significa comprendere quale ruolo abbia avuto nel processo creativo. Una filigrana può segnalare l’origine di un testo, non raccontare le scelte e la responsabilità di chi lo firma.

È una riflessione che mi riguarda personalmente. Circa quattro anni fa, quando fu chiesto di contribuire alla scrittura di un capitolo di un libro, decidemmo di utilizzare l’Intelligenza Artificiale come supporto. Dichiarammo apertamente di averlo fatto, indicando persino il numero di prompt utilizzati e il tempo risparmiato. Non ci sembrò necessario nascondere nulla: la tecnologia aveva contribuito al lavoro, mentre le idee, le valutazioni e la responsabilità del risultato rimanevano nostre.

Continuo a non vedere perché uno scrittore dovrebbe rinunciare a uno strumento che può aiutarlo a organizzare idee, approfondire ricerche o esplorare nuove possibilità espressive. Naturalmente esiste una differenza tra utilizzare l’IA come supporto e delegarle interamente la scrittura senza alcun controllo. Ma proprio questa differenza dimostra quanto sia riduttivo classificare un’opera semplicemente come umana o artificiale.

Non chiedetemi se ho usato l’IA, chiedetemi come l’ho usata
Non chiedetemi se ho usato l’IA, chiedetemi come l’ho usata

Dichiarare l’uso della IA

Un segnale interessante arriva anche dal report 2026 di TrendWatching. Nel trend Unprompted viene citata una ricerca Ipsos secondo cui il 74% delle persone intervistate a livello mondiale ritiene che le aziende dovrebbero dichiarare quando utilizzano l’IA. Il dato riguarda i consumatori, non specificamente i lettori, ma suggerisce un’aspettativa crescente: le persone vogliono sapere quando la tecnologia interviene nelle esperienze e nei contenuti con cui entrano in contatto.

Nel mondo editoriale stanno già nascendo iniziative come Books By People, che certifica i libri scritti da esseri umani. È una scelta legittima, ma non credo che l’assenza dell’IA rappresenti automaticamente una garanzia di qualità, così come il suo utilizzo non rende necessariamente un’opera migliore. Da lettore, voglio continuare a giudicare un libro per ciò che mi lascia. Da autore, considero giusto spiegare come ho lavorato.

Raccontare la collaborazione tra persone e tecnologia

È qui che la comunicazione assume una responsabilità importante. Non basta distinguere ciò che è stato generato artificialmente da ciò che non lo è. Dobbiamo imparare a raccontare con chiarezza la collaborazione tra persone e tecnologia, senza trasformare la trasparenza in una confessione o l’innovazione in qualcosa di cui giustificarsi.

Ripensando alla nostra esperienza di quattro anni fa, credo che dichiarare quanti prompt avevamo utilizzato e quanto tempo avevamo risparmiato fosse già un modo concreto per affrontare questa sfida. Non una difesa preventiva, ma la volontà di rendere comprensibile il processo creativo.

Il futuro della scrittura non si difende nascondendo gli strumenti o mettendo sotto accusa chi li utilizza. Si costruisce attraverso la qualità delle opere, la trasparenza dei processi e la responsabilità degli autori.

Perché l’IA può contribuire a scrivere un testo. Ma chi lo firma deve continuare a risponderne.

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Armando Barone

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