Le generazioni sono un vantaggio competitivo
Per anni abbiamo raccontato le generazioni come se fossero mondi separati. Baby boomer contro Gen X, Gen X contro millennial, millennial contro Gen Z. Una narrazione comoda, quasi rassicurante, perché semplifica la complessità. Ma oggi quella distanza - almeno nei contesti più evoluti - si sta riducendo.
Non perché le differenze siano scomparse, ma perché il contesto le ha rese meno rigide. La tecnologia, la connettività e l’esposizione continua a linguaggi, contenuti e modelli culturali condivisi hanno accorciato le distanze.
Differenze valoriali tra generazioni
Secondo diverse analisi le differenze valoriali tra generazioni restano, ma si stanno progressivamente attenuando su temi chiave come lavoro, identità e partecipazione sociale, soprattutto nelle economie avanzate. In altre parole: le generazioni continuano a esistere, ma si capiscono più di quanto immaginiamo. E questo cambia tutto.
Oggi la Gen Z convive quotidianamente con la Gen X, spesso negli stessi team, sugli stessi progetti, negli stessi spazi - fisici e digitali. Non è più una dinamica di passaggio di testimone. È una dinamica di coesistenza.
Intergenerazionalità come opportunità
La domanda, allora, non è più come gestire il conflitto generazionale. La domanda è: c’è un’opportunità nell’intergenerazionalità? La risposta, se guardiamo con attenzione, è sì. Ed è anche una delle più sottovalutate. Perché se è vero che le nuove generazioni portano velocità, fluidità, capacità di interpretare i linguaggi contemporanei, è altrettanto vero che le generazioni più mature portano qualcosa che non si costruisce rapidamente: la capacità di riconoscere schemi.
Chi ha attraversato più cicli economici, più trasformazioni sociali, più evoluzioni culturali sviluppa una sensibilità particolare. Non solo esperienza, ma una forma di intuizione. Sa cosa torna, cosa funziona, cosa resta.

Comunicazione e seniority, al momento ignorata
Nel mondo della comunicazione, questo è un asset enorme. Eppure, è un asset spesso ignorato. Il settore pubblicitario, per esempio, raramente prende in considerazione il potenziale creativo che risiede nella fascia d’età più matura. È una delle più grandi occasioni perse. Gli adulti più anziani possiedono una capacità di lettura trasversale delle generazioni, una comprensione profonda di ciò che risuona davvero e una schiettezza che spesso manca nei processi creativi contemporanei.
Per i brand, il paradosso è ancora più evidente. I consumatori più anziani rappresentano una quota significativa del potere d’acquisto globale, soprattutto in mercati come Paesi Bassi, Germania, Regno Unito, Giappone e Stati Uniti. Eppure restano sottorappresentati nella comunicazione. E quando compaiono, vengono spesso raccontati attraverso stereotipi.
Non è solo un problema di rappresentazione. È un problema di prospettiva. Coinvolgere queste persone fin dalle prime fasi della strategia - non come target, ma come parte attiva del processo creativo - significa accedere a un livello di profondità che nessun report sulle tendenze può restituire.
Un esempio concreto arriva da Tosti Creative. Quando l’agenzia ha deciso di affrontare il tema della solitudine tra la popolazione anziana, ha fatto quello che raramente si fa: ha ascoltato davvero. E la risposta ricevuta è stata tanto semplice quanto potente. “Non possiamo semplicemente venire a fare brainstorming con voi? Vogliamo partecipare. Sarò anche vecchio, ma non sono stupido.”
Da lì nasce un’idea che cambia il paradigma.
Quando i creativi over 70 entrano in agenzia
Nel dicembre 2025 l’agenzia lancia un bando aperto a creativi over 70. Centinaia di persone rispondono. Dodici vengono selezionate e invitate a lavorare sui brief reali dei clienti, all’interno dell’agenzia, insieme a team eterogenei per età, provenienza e genere.
Non è un’operazione di comunicazione. È un esperimento di lavoro. I gruppi affrontano progetti per Vodafone Foundation, Funda e Takecarebnb. Le idee vengono presentate, discusse, valutate. E succede qualcosa di interessante: non restano sulla carta. Due progetti entrano in fase di sviluppo.
Ma il punto non è solo il risultato. È ciò che emerge dal processo.
Lavorare con persone più mature porta prospettive diverse, meno scontate, spesso più radicali. E allo stesso tempo restituisce dignità a un capitale creativo che troppo spesso viene escluso a priori.
Lo racconta bene Katinka Hofstede van Beek, illustratrice e partecipante al progetto. All’esterno viene percepita come una “signora anziana”. Dentro, dice, si sente ancora una venticinquenne, con una mente piena di idee.
Ed è forse proprio questo il punto. L’età anagrafica racconta una parte della storia. Non tutta. Nel mondo della comunicazione, che vive di interpretazione del presente e anticipazione del futuro, attenersi a una sola generazione è una scelta limitante. Integrare prospettive diverse, invece, significa aumentare la qualità del pensiero.
L'Intergenerazionalità è efficace
L’intergenerazionalità non è un tema di inclusione. È un tema di efficacia. Non si tratta di “dare spazio” a qualcuno. Si tratta di costruire contesti in cui le differenze generazionali diventano un vantaggio competitivo. Perché in un mondo dove tutto cambia rapidamente, servono due cose: la capacità di leggere il nuovo e la capacità di riconoscere ciò che resta.
E raramente queste due capacità stanno nella stessa generazione. La vera opportunità, allora, non è scegliere tra giovani e senior. È metterli nelle condizioni di lavorare insieme. Perché è lì - nell’intersezione tra velocità ed esperienza - che nasce la comunicazione più interessante.
Reinventare i giovani, una nuova generazione tra business e comunità
Reinventare una nuova generazione vuol dire più che includere i giovani nella comunicazione: significa ripensare il concetto stesso di “giovani”, intesi non come segmento demografico o semplice destinatario, ma come risultante di un processo collettivo, culturale, economico e civile. In un’epoca segnata da un forte inverno demografico, in cui la natalità diminuisce e l’età media della popolazione cresce, è cruciale chiedersi se stiamo facendo del nostro meglio per favorire la crescita di una generazione che dovrà affrontare un mondo molto differente da quello che le generazioni precedenti hanno ereditato.
Secondo l’ultimo Rapporto Giovani 2025, presentato il 20 maggio al Presidente della Repubblica, i giovani italiani tra i 18 e i 34 anni sono descritti come “consapevoli, desiderosi di contribuire al cambiamento, ma troppo spesso ostacolati da barriere economiche e sociali”. L’Osservatorio segnala un bisogno profondo di spazi concreti di crescita e partecipazione, non semplici parole d’ordine. In tal senso appare un buon segnale quello del Governo inglese che ha deciso di abbassare fino a 16 l’età per il diritto al voto.
In questo quadro, la comunicazione non può limitarsi a cercare di “parlare ai giovani”: deve trasformarsi in una pratica che li include come autori della narrazione, protagonisti con voce, spazio e responsabilità. Le imprese dovrebbero andare oltre il linguaggio studiato per intercettarli, aprendosi a co-creazione, mentorship, incubatori senza barriere generazionali, scelte comunicative che valorizzano l’esperienza e l’interpretazione dei giovani stessi.

Il punto è che quella che oggi chiamiamo generazione Z, o millennial, deve diventare la generazione A: A di autonomia, ascolto, azione. E questo non è solo un tema ideale: è una questione di sopravvivenza strategica. È assolutamente necessario continuare a produrre chip e tecnologie avanzate, ma allo stesso modo dobbiamo garantirci di avere giovani formati, motivati e protagonisti capaci di svilupparle, utilizzarle, migliorarle.
I dati IARD, frutto dell’indagine condotta dall’Istituto Toniolo in collaborazione con l’Università Cattolica tramite IPSOS, confermano questa esigenza: manca una struttura solida di supporto, culturale e istituzionale.
Tutto punta nella direzione di un cambio di paradigma per far emergere una generazione A che sarà contemporaneamente capitale umano, driver di innovazione e valore reputazionale per imprese e istituzioni.
Se è vero che la speranza non ha età, come scrive Francesco Macrì, giornalista, analista e saggista impegnato in particolare sul tema della condizione giovanile in Italia, è responsabilità degli adulti – imprese, scuole, istituzioni – darsi una scossa e creare un progetto per fare in modo che questa speranza non resti aspirazione, ma diventi un fatto concreto, generazione dopo generazione.


