Dietro ogni talento ci deve essere un sistema che funziona
L’uscita della Nazionale dal panorama competitivo non ha lasciato solo amaro in bocca, ha fatto emergere qualcosa di più scomodo. Una consapevolezza: il problema non è la partita persa con la Bosnia, è il sistema che non funziona. Troppi stranieri? Pochi investimenti? Mancanza di infrastrutture?
Il nostro punto di vista è che il sistema non funziona perché non forma e valorizza il talento. È un punto di vista scomodo, perché coinvolge tutti: istituzioni, scuola, famiglie, aziende. È come avere una fabbrica con ottime materie prime ma una linea produttiva che non funziona. Puoi continuare a dire che il materiale è buono, ma il risultato sarà sempre mediocre.
Tre dati che raccontano un problema di sistema
Ci sono tre dati che, letti insieme, raccontano una storia molto chiara: l’ultimo Pallone d’Oro italiano assegnato ad un attaccante risale al 1993, con Roberto Baggio, l’Italia ha mancato tre Mondiali e oggi abbiamo oltre 3 milioni di NEET. Allo stesso tempo, i dati OCSE PISA ci mostrano che una quota rilevante di giovani fatica a comprendere testi complessi, a interpretare le informazioni e soprattutto a trasformare la conoscenza in capacità concreta. Non siamo quindi di fronte a un problema sportivo: siamo di fronte a un problema più profondo, che riguarda la formazione del capitale umano.
All’inizio degli anni 2000, quando i segnali erano già chiari, fu elaborato il cosiddetto “Progetto Roberto Baggio”. Non si trattava di un semplice piano tecnico, ma di un vero e proprio sistema che puntava a creare una filiera unica del talento, a formare gli allenatori non solo come tecnici ma come educatori, a introdurre standard nazionali, a integrare sport, scuola e territorio e a rimettere al centro cultura ed etica. In sintesi, era un tentativo di trasformare il talento da qualcosa di casuale a qualcosa di sistemico.
La verità è che quel progetto non è fallito perché era sbagliato, ma per ragioni molto più profonde. Toccava equilibri locali consolidati, richiedeva una visione di lungo periodo e presupponeva una governance centrale forte, capace di coordinare davvero il sistema. Soprattutto, imponeva un cambio di mentalità radicale: passare dall’idea di talento come espressione individuale a quella di responsabilità collettiva. Era un progetto giusto, ma semplicemente troppo avanti per il contesto in cui è nato.

La sfida del capitale umano
Ed è proprio qui che si apre un’opportunità che oggi non possiamo permetterci di ignorare: questo schema non riguarda solo il calcio, riguarda il Paese nel suo insieme. Perché lo stesso modello si replica ovunque. Nelle scuole, nelle aziende, nella società, abbiamo per anni privilegiato l’accumulo di informazioni rispetto allo sviluppo di capacità. Ma è proprio questa consapevolezza che oggi può diventare un punto di svolta. Nel contesto post digitale, infatti, questo limite si trasforma in un vantaggio competitivo per chi sa leggerlo. Oggi le informazioni sono accessibili a tutti, la tecnologia è diffusa e l’intelligenza artificiale amplifica ogni processo. Questo significa che il vero differenziale non è più sapere, ma saper trasformare ciò che si sa in azione. Ed è qui che si gioca la partita. Perché chi riesce a fare questo passaggio - da conoscenza a capacità - non solo colma un gap, ma costruisce un vantaggio strutturale. Se osserviamo i sistemi che funzionano davvero, dallo sport all’impresa, emergono alcune costanti molto chiare: responsabilità individuale, capacità di scelta, disciplina nell’esecuzione, visione sistemica e una cultura dell’errore intesa come apprendimento. Non sono competenze tecniche, ma veri e propri valori operativi.
Cosa serve per tornare a formare talento
Se oggi dovessimo ripartire -nel calcio come nel Paese - la direzione è più chiara di quanto sembri. Non servono nuove riforme isolate, ma un sistema capace di allineare educazione, sport e lavoro, di misurare lo sviluppo del talento e non solo il risultato, di incentivare comportamenti e non solo performance e soprattutto di costruire contesti in cui il talento venga allenato, accompagnato, fatto crescere, invece che lasciato emergere per caso. In fondo è esattamente ciò che il progetto Baggio aveva già intuito: creare leader positivi.
Quando questo accade, cambia tutto. Il talento smette di essere episodico e diventa replicabile, le organizzazioni diventano più veloci perché sanno decidere e agire, e i risultati non sono più casuali ma sostenibili nel tempo. Non si tratta solo di crescita, ma di capacità reale di competere nel lungo periodo. E allora il punto non è tornare a vincere un Mondiale. Il punto è tornare a costruire persone che sappiano stare nel mondo, prendere decisioni, generare impatto. Perché il vero rischio oggi non è perdere competitività, ma avere talento senza leadership.
Il valore della formazione e il rischio di non riconoscerlo
Ci troviamo in un’epoca storica in cui il mercato diventa sempre più complesso e competitivo. In questo scenario, è il capitale umano a distinguere realmente sistemi economici e imprese. Investire oggi sulla formazione significa puntare su qualcosa che genera valore tangibile. Le nuove generazioni, così come chi è già nel mondo del lavoro, cercano percorsi che abbiano un senso, ma soprattutto un ritorno reale sull’investimento di tempo e denaro.
Eppure, se allarghiamo lo sguardo, emerge una contraddizione.
Da una parte il mercato chiede competenze sempre più evolute, aggiornate, ibride. Dall’altra cresce il dubbio sul valore della formazione, soprattutto tra i più giovani. Il dibattito internazionale mette in discussione il ritorno economico dell’università.
In contesti come il Regno Unito, oltre il 40% della forza lavoro è laureata, ma i salari dei laureati si sono progressivamente ridotti, fino in alcuni casi ad avvicinarsi a quelli di chi non ha un titolo universitario. Allo stesso tempo, il costo della formazione continua a crescere, generando un disallineamento tra investimento e ritorno economico.
Cala la fiducia nelle proprie competenze
E anche in Italia i segnali sono chiari. Se da un lato la formazione continua si conferma come uno dei principali fattori di crescita salariale, dall’altro emerge un dato più preoccupante: la fiducia nelle proprie competenze cala drasticamente nel tempo, fino a scendere al 6% dopo i 55 anni. È il segno di un sistema che fatica a sostenere percorsi di apprendimento lungo tutto l’arco della vita.
Allo stesso tempo, il mercato continua a segnalare una carenza di competenze qualificate, mentre il numero di laureati resta inferiore rispetto alla media europea. Anche qui la contraddizione è evidente: la formazione genera valore, ma quel valore non è ancora riconosciuto e distribuito in modo sistemico.
Tuttavia, i dati mostrano che chi investe in riqualificazione e aggiornamento continuo aumenta in modo significativo il proprio valore sul mercato del lavoro. Studi recenti mostrano che i percorsi di riqualificazione possono generare aumenti salariali fino al 37%. Non è quindi la formazione a non funzionare. È il modo in cui il sistema ne riconosce e distribuisce il valore.

Riconoscere il valore della Formazione
Il punto, quindi, non è se la formazione serva oppure no. Il punto è se il sistema è in grado di riconoscerne il valore. Oggi siamo di fronte a una tensione evidente: la domanda di competenze cresce, ma il ritorno economico percepito della formazione non cresce allo stesso ritmo. È qui che si crea la frattura. È qui che nasce la crisi di fiducia. Quando il percorso formativo non garantisce un miglioramento tangibile delle condizioni economiche e professionali, smette di essere una scelta ovvia. Diventa una scommessa. E sempre più spesso, una scommessa percepita come rischiosa.
Questo non è solo un problema educativo. È un problema economico. Un sistema che non remunera adeguatamente il capitale umano qualificato finisce per indebolire la propria capacità di crescita. Perché il capitale umano non è una risorsa infinita. Si forma nel tempo, richiede investimenti, e soprattutto ha bisogno di essere riconosciuto. Se questo riconoscimento manca, il rischio è duplice: da un lato si riduce l’incentivo a formarsi, dall’altro si genera una polarizzazione tra chi riesce ad accedere a percorsi di valore e chi resta ai margini.
Il ruolo decisivo della Comunicazione
In questo contesto, la comunicazione gioca un ruolo decisivo. Per anni abbiamo costruito una narrazione chiara: studiare, formarsi, investire su sé stessi è la chiave per migliorare la propria condizione. Ma quando questa promessa non si traduce in risultati concreti, la distanza tra racconto e realtà diventa evidente. E quella distanza si trasforma in sfiducia. La sfida, quindi, non è solo comunicare meglio il valore della formazione. È riallineare il sistema affinché quella promessa torni ad essere credibile. E qui entra in gioco il ruolo delle università.
Le università sono forse le uniche istituzioni in grado di tenere insieme tutte le dimensioni di questo problema: formazione, ricerca, impresa, mercato del lavoro. Non più solo luoghi di trasmissione del sapere, ma piattaforme di interconnessione dell’ecosistema. Possono diventare il punto in cui si costruisce un dialogo continuo tra domanda e offerta di competenze. Il luogo in cui la formazione non è scollegata dal lavoro, ma ne anticipa le evoluzioni. Il nodo in cui imprese, studenti e istituzioni trovano un linguaggio comune. Ma questo richiede un cambio di paradigma.
Serve un nuovo modello di Formazione
Non basta aggiornare i programmi. Non basta introdurre nuove tecnologie. Serve un modello in cui la formazione sia integrata nei processi economici e in cui il valore generato venga riconosciuto e distribuito in modo più coerente. Perché alla fine il punto è semplice, anche se spesso evitato: se vogliamo che le persone investano nella propria formazione, dobbiamo fare in modo che quella formazione venga riconosciuta anche economicamente. Non in termini di promessa, ma in termini reali.
Altrimenti il sistema si inceppa. E quando si inceppa il capitale umano, si inceppa anche la crescita.
Solo così la formazione può tornare a essere ciò che dovrebbe essere: il principale fattore di competitività e innovazione di un Paese.
Formazione e lavoro: come uscire dal circolo vizioso
C’è una contraddizione che attraversa il nostro Paese e che non possiamo più ignorare. Da un lato, quasi una posizione su due è difficile da coprire. Le imprese dichiarano un mismatch strutturale che in alcuni settori – costruzioni, industria, manifattura – supera il 60%. I tempi medi di reperimento del personale superano i quattro mesi, con punte ancora più alte nei comparti tecnici. Dall’altro lato, aumentano i giovani inattivi.
Non è un problema di quantità. È un problema di allineamento. È un problema di sistema. E quando un sistema non riesce a mantenere un dialogo sufficientemente strutturato tra formazione e sviluppo economico, entra in un circolo vizioso.
Quando formazione e lavoro non si parlano
Il circolo vizioso è semplice da descrivere, anche se complesso da risolvere. Quando il dialogo tra sistema educativo e sistema produttivo non è pienamente allineato, si crea un disallineamento che penalizza giovani e imprese. Competenze poco coerenti con la domanda generano inattività o sotto-occupazione. L’inattività riduce il potenziale produttivo del Paese. La riduzione del potenziale produttivo rallenta il PIL. Un PIL debole riduce la capacità di investimento pubblico e privato in formazione. E il ciclo si ripete.
Nel frattempo, nell’epoca della reinvenzione continua e accelerata, le imprese cercano altrove. O rinunciano a crescere. La reinvention delle organizzazioni non può avvenire in isolamento. Se le aziende stanno ripensando modelli di business, processi e competenze per restare competitive, anche la formazione deve attraversare una trasformazione altrettanto profonda.

Evoluzione del sistema educativo
Senza un’evoluzione parallela del sistema educativo, il rischio è creare due mondi che corrono a velocità diverse. La connessione tra istruzione e lavoro non è automatica: va progettata. E oggi più che mai va ripensata in modo sistemico, continuo e strategico.
Un giovane che non trova un canale di ingresso efficace nel mondo del lavoro non è solo un dato statistico. È capitale umano che non si attiva. È fiducia che si riduce. È mobilità sociale che si contrae. Quando questo accade su larga scala, non si tratta più solo di occupazione. Si tratta di modello di sviluppo.
Esiste però un altro circuito possibile. Un sistema formativo capace di intercettare le traiettorie dell’innovazione tecnologica, i cambiamenti demografici e le trasformazioni dei modelli produttivi crea competenze coerenti con l’evoluzione culturale e con la domanda di mercato.
Competenze coerenti generano occupazione qualificata e soddisfazione professionale. L’occupazione qualificata alimenta produttività. La produttività rafforza il PIL. Un PIL solido aumenta la capacità di investimento in ricerca, università, formazione continua.
E il ciclo diventa virtuoso.
Non è teoria. I dati internazionali mostrano una correlazione robusta tra livello di istruzione e crescita economica. I Paesi con una maggiore percentuale di laureati e con sistemi di formazione tecnica avanzata presentano, nel medio-lungo periodo, tassi di produttività e PIL pro capite più elevati. L’investimento in capitale umano non è una voce di spesa: è un moltiplicatore economico.
L'Istruzione è infrastruttura economica
L’istruzione non è solo un ascensore sociale. È un’infrastruttura economica.
Cambiamenti demografici che riducono la popolazione attiva. Innovazione tecnologica che ridefinisce competenze e professioni. Nuovi modelli di apprendimento, ibridi e digitali, che superano il perimetro tradizionale dell’aula. In questo scenario, la formazione non può restare immobile: non è un settore tra gli altri, ma la condizione abilitante di tutti gli altri settori.
Le università, in particolare, hanno oggi l’opportunità di guidare questa evoluzione. Non solo come luoghi di trasmissione del sapere, ma come piattaforme di connessione tra ricerca, organizzazioni e società. Possono integrare competenze tecniche e soft skill, rafforzare l’apertura internazionale, anticipare le traiettorie del mercato e tradurle in percorsi formativi coerenti.
Possono diventare attivatori di un ecosistema post-digitale che connette scuola, imprese e istituzioni, combinando personalizzazione e scalabilità.
In conclusione, possiamo accettare il circolo vizioso, limitandoci a registrare il mismatch e la fuga dei talenti. Oppure possiamo scegliere il circolo virtuoso, investendo in formazione come infrastruttura strategica.
Non è una scelta ideologica. È una scelta economica. La domanda non è se possiamo permetterci di investire nella formazione. È se possiamo permetterci di non farlo.
E la risposta, guardando numeri e dinamiche globali, è sempre più chiara.
Serve una nuova alleanza per cambiare la narrazione del Paese
Negli ultimi dieci anni l'Italia ha registrato un calo demografico del 2,4%, mentre la produttività del lavoro è cresciuta di appena lo 0,7% e il PIL ha segnato un aumento cumulato dell'11,6%. Tutti indicatori che ci collocano stabilmente tra i Paesi meno dinamici dell'Eurozona. In confronto, la popolazione dell'area euro è cresciuta del 3,1%, la produttività media del 3,6% e la crescita economica complessiva ha superato il 17%. L'Italia, insomma, fatica a tenere il passo, stretta tra un inverno demografico sempre più rigido e una struttura paese incapace di generare valore aggiunto come altrove.
Ma c'è un dato implicito, spesso rimosso, che rende tutto questo ancora più critico: il basso livello medio di istruzione della popolazione italiana.
Il rapporto Ocse fotografa l'Italia
Secondo il più recente rapporto OCSE “Education at a Glance”, solo il 20% circa degli adulti italiani tra i 25 e i 64 anni ha un titolo di studio terziario, contro una media OCSE del 40%. Inoltre, l'Italia è tra i Paesi con la più alta percentuale di adulti con competenze alfabetiche e numeriche al di sotto del livello minimo per orientarsi nel mondo del lavoro digitale. Circa il 28% degli italiani è classificato tra i livelli più bassi nei test PIAAC sulle competenze degli adulti.
Non si tratta solo di demografia o produttività. Si tratta di capacità di comprendere, interpretare e orientarsi in un mondo che cambia. Una quota troppo ampia di persone non ha gli strumenti per accedere pienamente ai processi di innovazione, transizione digitale e trasformazione del lavoro.

Serve una nuova alleanza che coinvolga tutti
Non possiamo stupirci se una parte del Paese si sente esclusa, smarrita, talvolta ostile: è il risultato di una narrazione del cambiamento che parla a pochi e lascia indietro molti. Serve un cambio di paradigma, una nuova alleanza tra aziende, pubbliche amministrazioni, media e piattaforme social per costruire insieme una narrazione diversa: una narrazione che includa, spieghi, accompagni.
Questa alleanza dovrebbe avere un duplice obiettivo: da un lato, contribuire a colmare il divario di comprensione e accesso al cambiamento; dall'altro, agevolare riforme strutturali coraggiose, che mettano l'istruzione continua e l'aggiornamento delle competenze al centro della strategia di investimenti del Paese.
Per le aziende è anche una questione di business
Per le aziende, questo è un tema di business, non solo di responsabilità sociale. Significa poter contare su un mercato interno più preparato, su una forza lavoro più adattabile, su una reputazione allineata ai valori di innovazione inclusiva.
L'Italia non può permettersi di crescere lasciando indietro la maggioranza del proprio capitale umano. L'inclusione non è più una questione di sensibilità sociale ma chiave della competitività. Solo se renderemo comprensibile e desiderabile il futuro, potremo costruirne uno davvero condiviso per innovare e crescere insieme e tenere fede al proprio ruolo di fondatori della Comunità Europea.
Formarsi sempre: la cultura del continuous learning
Siamo sempre stati abituati a pensare alla formazione come a uno strumento per aggiornarsi, per restare al passo con le novità del proprio mestiere. Ma oggi non si tratta più di aggiornamento occasionale o di episodi isolati: serve una vera e propria politica di apprendimento personale, un percorso continuo che accompagni ciascuno di noi lungo tutta la vita professionale. È questo, in sintesi, il significato profondo del continuous learning.
Non parliamo solo di competenze tecniche o digitali, ma di un atteggiamento mentale. La rapidità con cui cambiano tecnologie, mercati e linguaggi ci impone di superare l’idea di una formazione “a blocchi”, fatta di cicli e certificati. La conoscenza diventa un flusso, non un archivio. E chi non entra in questo flusso rischia di restare ai margini di un mondo che non aspetta.
Il concetto del continuous learning
Il continuous learning non è un concetto nuovo, ma oggi assume un significato diverso. Significa accettare che la formazione non è un momento separato dalla vita, bensì una sua dimensione costante. Implica una mentalità aperta, curiosa, capace di aggiornarsi in modo naturale e continuo. In questo senso, la scienza del cervello ci offre una conferma interessante: diversi studi mostrano che il cervello consolida meglio ciò che apprende attraverso stimoli brevi ma regolari, piuttosto che in sforzi concentrati e intensi. L’apprendimento continuo, quindi, non è solo un principio educativo: è coerente con il modo in cui la mente umana funziona davvero.
Serve un cambio di paradigma
Ma per arrivare a una cultura dell’apprendimento costante serve un cambio di paradigma. Non possiamo chiedere a persone cresciute in un sistema che separa il tempo dello studio da quello del lavoro di pensare che “si impara per sempre”. È un modello che si costruisce sin da piccoli, a partire dalla scuola. E qui emerge una grande contraddizione: parliamo di lifelong learning mentre difendiamo ancora l’idea di tre mesi di vacanze estive. Un retaggio di un’altra epoca, quando la pausa serviva ad aiutare nei campi e la vita seguiva i ritmi dell’agricoltura.
Oggi, in un Paese che affronta un inverno demografico e che fatica a mantenere alta la propria produttività, tre mesi di stop rappresentano un lusso che amplifica le disuguaglianze. Chi può permettersi esperienze formative, viaggi o laboratori estivi ne trae vantaggio; chi non può, resta indietro. Il divario cognitivo nasce anche da qui, da un tempo che non è distribuito in modo equo.

Continuous learning, continuità e curiosità
Il continuous learning richiede invece continuità, curiosità, esercizio mentale. Non è un obbligo imposto dalle aziende o dalle tecnologie, ma un diritto-dovere che ciascuno deve riconoscere per sé. È la consapevolezza che il valore professionale non è più statico, ma si rinnova costantemente.
Serve un sistema educativo che prepari al cambiamento e non solo alla memorizzazione; che insegni a interpretare l’incertezza, a muoversi dentro la complessità. E serve, allo stesso tempo, un ecosistema sociale che consideri la formazione permanente non come un costo, ma come un investimento collettivo.
La capacità di imparare sempre
Non basta parlare di upskilling o reskilling se non accompagniamo questi termini a una riforma del pensiero. La cultura del continuous learning non si misura in ore di corso o attestati, ma nella capacità di imparare, disimparare e reimparare.
Solo cambiando questo paradigma – a partire dalla scuola, passando per le imprese, fino alla sfera personale – potremo affrontare davvero la sfida di un mondo in trasformazione. Perché la vera innovazione non è la tecnologia: è la mente che resta aperta, curiosa e in cammino.
Happy Learning!
La comunicazione nella scuola, un ponte verso il futuro
La scuola non è solo un luogo di lezioni, ma l'investimento più lungimirante per il futuro di una nazione. Un'impresa che, invece di produrre beni materiali, forgia talenti, coltiva menti critiche e forma cittadini pronti per le sfide di domani. Proprio come ogni organizzazione di successo monitora i propri progressi attraverso KPI (Key Performance Indicators), anche la scuola dovrebbe adottare strumenti di misurazione chiari per valutare, valorizzare e comunicare i risultati raggiunti.
Eppure, spesso questo non accade. C'è un evidente vuoto di comunicazione tra il mondo scolastico e il resto della società. Gli sforzi, i progressi e persino i successi degli studenti raramente vengono condivisi in modo efficace con le famiglie, le istituzioni e il mercato del lavoro. E questo rappresenta un limite enorme per un sistema che dovrebbe essere il motore principale dello sviluppo sociale ed economico.
I dati parlano chiaro: secondo l'OCSE, un laureato guadagna in media il 57% in più rispetto a chi possiede solo un diploma di scuola secondaria superiore. Inoltre, esiste una correlazione diretta tra il livello di istruzione e il tasso di occupazione: nel 2022, il tasso di occupazione tra i laureati italiani era del 78%, contro il 62% dei diplomati.
La scuola, investimento per il futuro
Questi numeri confermano che la scuola non è solo un percorso obbligato, ma un vero investimento economico e culturale sia per l'individuo che per le famiglie. Tuttavia, questa consapevolezza non è ancora sufficientemente radicata nella nostra società quanto dovrebbe. Paesi come la Finlandia o il Canada, che da anni investono in un'educazione trasparente e comunicativa, registrano tassi di successo scolastico e lavorativo nettamente superiori.

Il nuovo rettore della Bocconi, Francesco Billari, ha recentemente sottolineato l'importanza di colmare il gap tecnologico tra gli studenti italiani e quelli di altri Paesi: "Bisognerebbe dare un computer ad ogni bambino. Non è più un lusso, ma una necessità."
Un'affermazione potente che evidenzia non solo l'urgenza di investire nelle infrastrutture scolastiche, ma anche nella comunicazione. Una comunicazione che non si limiti alle sole pagelle o ai consigli di classe, ma che racconti percorsi, successi, difficoltà e opportunità.
La comunicazione per orientarsi verso il futuro
Allargare il campo della comunicazione scolastica significa anche potenziare l'orientamento dei giovani. Solo conoscendo le diverse strade disponibili e ascoltando storie di chi quelle strade le ha già percorse, gli studenti possono fare scelte consapevoli e felici.
C'è poi un aspetto fondamentale spesso trascurato: la comunicazione ha un impatto diretto sull'inclusione e sulla diversità. Una scuola che comunica in modo efficace apre le porte a tutte le storie, valorizza ogni talento e offre pari opportunità, un principio che anticipa il merito.
È solo comunicando che i nostri giovani possono fare scelte felici per il loro futuro e significative per il Paese. Un sistema scolastico che dialoga apertamente aiuta ogni studente – indipendentemente dal contesto sociale o culturale – a trovare la propria strada.
Un elemento quanto mai critico per un paese in inverno demografico, che sta entrando nell’epoca post digitale con una percentuale di laureati troppo bassa e un gap formativo enorme nelle materie STEM, divario che va necessariamente colmato.
Perché la scuola italiana possa davvero diventare quell'impresa culturale di successo che immagina e costruisce il futuro, è necessario colmare questo vuoto. Creare indicatori di performance chiari, raccontare i risultati, valorizzare le storie di successo e dare voce a studenti e insegnanti sono solo alcuni dei passi fondamentali.
Happy school!
I grandi investimenti sulla IA e i vantaggi per le aziende italiane
Negli ultimi mesi, l’intelligenza artificiale è diventata non solo il motore dell’innovazione tecnologica globale, ma anche l’oggetto di una nuova competizione geopolitica e industriale.
Stati Uniti, Unione Europea e singoli Paesi membri come la Francia stanno iniettando risorse senza precedenti per garantire la sovranità tecnologica e il controllo delle infrastrutture critiche dell’IA.
La svolta del 2025: Stargate, InvestAI e il piano francese
Il 2025 sarà ricordato come l’anno della svolta. A gennaio, Donald Trump ha annunciato il progetto Stargate, un’iniziativa titanica con l’obiettivo di costruire la più grande infrastruttura di data center e campus tecnologici dedicati all’IA mai concepita.
L’investimento iniziale è di 100 miliardi di dollari, con una proiezione che potrebbe toccare i 500 miliardi nei prossimi quattro anni. Un’alleanza tra colossi come SoftBank, Oracle e OpenAI che non solo punta a creare 100.000 nuovi posti di lavoro, ma vuole garantire agli USA il protrarsi della supremazia tecnologica.
Dall’altra parte dell’Atlantico, l’Unione Europea ha risposto con una visione altrettanto ambiziosa: InvestAI, un piano da 200 miliardi di euro per finanziare infrastrutture di supercalcolo, sostenere startup deep tech e accelerare la trasformazione digitale delle imprese.
Bruxelles non nasconde l’intento: assicurare che l’Europa non venga schiacciata tra la potenza americana e l’avanzata cinese. Il messaggio è chiaro: l’IA sarà il nuovo motore della crescita economica e chi resterà indietro pagherà il prezzo dell’irrilevanza industriale.
A distinguersi in questo scenario è la Francia, che ha deciso di giocare d’anticipo con 109 miliardi di euro destinati a diventare il cuore pulsante dell’IA europea. Con il supporto di giganti come Nvidia e Microsoft, Parigi mira a trasformare il proprio territorio in una Silicon Valley europea, attraendo startup, ricercatori e investimenti industriali.

E l’Italia?
Il ruolo finora assunto dall’Italia, quello di “spettatore interessato”, potrebbe trasformarsi in un’opportunità se seguito da una strategia nazionale che sappia fare leva sulle alleanze europee e atlantiche.
L’Italia è tra i Paesi fondatori dell’UE e, proprio grazie a questo posizionamento, potrebbe giocare un ruolo chiave come ponte tra i grandi poli di investimento e il proprio tessuto industriale fatto di PMI e distretti produttivi.
Le aziende italiane possono trarre vantaggio da questa ondata di investimenti europei e globali, a patto di attivarsi rapidamente su più fronti:
1. Accesso ai fondi InvestAI
Le imprese italiane potranno accedere ai bandi europei per progetti di innovazione e transizione digitale, partecipando a partenariati internazionali per lo sviluppo di applicazioni IA in settori chiave come automotive, energia e sanità.
2. Collaborazioni transnazionali
La Francia, con il suo piano da 109 miliardi, diventerà un polo attrattivo. Le imprese italiane più innovative potranno stringere alleanze strategiche con aziende francesi e accedere a infrastrutture avanzate per sviluppare congiuntamente prodotti basati sull’IA.
3. Filiera dell’IA made in Italy
Grazie al proprio tessuto industriale di PMI e distretti produttivi, l’Italia ha l’opportunità di diventare un laboratorio di applicazione dell’IA nelle filiere della meccanica, del lusso e dell’agroalimentare.
La sfida sarà rendere questa tecnologia disponibile a tutte le realtà produttive, integrando l’IA nei processi aziendali per generare efficienza e personalizzazione su scala.
4. Valorizzazione dei dati
Le aziende italiane possono trarre vantaggio dall’integrazione con le piattaforme europee di supercalcolo per elaborare grandi moli di dati e sviluppare servizi predittivi e personalizzati, migliorando la loro competitività.
Il nodo competenze e formazione
Un capitolo a parte merita il tema delle competenze e della formazione, forse il tema più importante da indirizzare con maggiore determinazione e capitali.
La partita dell’IA rende evidente la necessità di upskilling e reskilling delle persone, non solo sotto il profilo tecnico, ma anche da un punto di vista emotivo e culturale: se non conosci una tecnologia, difficilmente riesci a fidarti di essa.
Questa task è prevalentemente nelle mani delle aziende e delle Università, nella loro capacità di collaborare. Esiste un altro fattore che invece è responsabilità esclusiva del pubblico: la formazione dei giovani. È assolutamente evidente che bisogna rendere contemporanei i programmi di studi di tutti i cicli scolastici per rendere la materie scientifiche centrali nella vita scolastica tanto quanto lo sono nella vita reale, presente e futura.
Verso un futuro guidato dall’IA
La sfida è aperta: l’IA non è solo tecnologia, è strategia di business e riposizionamento del sistema Paese nel mondo del prossimo futuro.
E chi oggi saprà essere capace di costruire alleanze e investire, avrà le carte per essere protagonista in un mondo sempre più veloce.
Imparare per crescere: la formazione come motore del business
Nei miei articoli ho spesso sottolineato l’importanza della formazione e dell’istruzione. Credo fermamente che l’apprendimento garantisca la crescita professionale, mentre l’istruzione rappresenta una delle chance migliori per attivare la scala sociale e offrire al Paese il capitale umano necessario per crescere nella società post digitale.
Mai come oggi la formazione non è più un semplice episodio nella carriera di un professionista, ma un processo continuo, una rotazione verso il nuovo che accompagna ogni fase della vita lavorativa.
Viviamo un’epoca caratterizzata da cambiamenti rapidi e sfide complesse: dall’ascesa dell’intelligenza artificiale generativa (IAG) alle esigenze legate alla sostenibilità ambientale, la capacità di apprendere costantemente è cruciale.
L'IA ridisegna le competenze
Secondo una recente analisi di Accenture, in Italia saranno necessari programmi di riqualificazione per ben nove milioni di lavoratori nei prossimi anni, un dato che riflette quanto l’IA stia ridisegnando le competenze richieste nel mondo del lavoro. Ma non si tratta solo di aggiornarsi per stare al passo: oggi, la formazione è il mezzo per valorizzare il proprio potenziale, per sviluppare una leadership basata sui valori e per creare un rapporto più consapevole con strumenti come l’IA e con gli obiettivi di sostenibilità.
Un esempio concreto di come la formazione possa diventare un elemento strategico per il successo aziendale è il format LHUB - Human Gaming, che ho adottato con il mio team. Questo approccio incarna pienamente il concetto di apprendimento continuo, combinando lo sviluppo di competenze tecniche e relazionali con una visione innovativa che integra le potenzialità dell’intelligenza artificiale.

Il LHUB per rafforzare la Leadership
Nel nostro percorso, il format LHUB si è rivelato fondamentale per rafforzare la leadership dei partecipanti, aiutandoli a proporre soluzioni ancorate a valori condivisi. Allo stesso tempo, abbiamo esplorato l’interazione tra persone e IA, trasformandola in un vantaggio strategico grazie a sessioni mirate alla creazione e verifica di output generati dall’intelligenza artificiale. Non meno importante è stato il lavoro sulla capacità di bilanciare l’efficienza operativa con il benessere, un principio che definiamo “velocità sostenibile”, così come l’abilità di adattarsi rapidamente ai cambiamenti attraverso la simulazione di scenari e risposte innovative.
Le trasformazioni del lavoro non si limitano all’IA. Un altro fronte cruciale è rappresentato dalle competenze legate alla sostenibilità. Il divario di competenze nel settore green potrebbe arrivare a 7 milioni entro il 2030, rappresentando un ostacolo significativo al raggiungimento degli obiettivi climatici globali.
La necessità per le aziende di investire
Le aziende più lungimiranti stanno già investendo in:
- Piattaforme di formazione mirate a ridurre il gap di competenze, rendendo i dipendenti attori attivi del cambiamento.
- Cultura aziendale orientata al purpose, cioè al raggiungimento di obiettivi significativi, come la transizione verso la neutralità climatica.
Un dato significativo, rivela che quasi 9 giovani su 10 appartenenti alla Gen Z e 8 su 10 Millennial attribuiscono valore a lavori che offrono un senso di scopo. La formazione, dunque, non è più un processo isolato: è un percorso per attirare e trattenere nuovi talenti in un momento di grande trasformazione.
La formazione continua è, oggi più che mai, un tema centrale per chiunque voglia affrontare le sfide di un mercato del lavoro in continua evoluzione. L’apprendimento non è più un momento isolato nella carriera, ma un percorso costante che ci permette di crescere, innovare e contribuire al cambiamento. Ho sempre creduto che investire nella formazione sia la strada più sicura per costruire competenze solide, rafforzare la propria leadership e affrontare con successo le trasformazioni in atto.
Sono proprio questi temi che ho avuto il piacere di approfondire in un nuovo progetto, un podcast realizzato da Forbes Italia in collaborazione con UM Italia. Nel primo episodio, abbiamo discusso dell’importanza della formazione e di come essa sia il fondamento di qualsiasi strategia di crescita personale e professionale. Ringrazio Forbes per avermi coinvolto in questa iniziativa, che rappresenta un’occasione unica per condividere esperienze, spunti e consigli utili a chi vuole continuare a migliorarsi.
La mia intervista a Forbes
Vi invito ad ascoltare il primo episodio del podcast “Communication Tips”, disponibile a questo link: Forbes Italia presenta il podcast “Communication Tips”. È un progetto che ho trovato estremamente stimolante, e spero possa ispirare anche voi a considerare la formazione non solo come un obiettivo, ma come una filosofia di vita.
https://www.youtube.com/watch?v=e18feBOgZyY
Happy Training!
L’importanza della comunicazione nella sicurezza informatica
L’ultima edizione della CyberTech Europe si è da poco conclusa e credo abbia definitivamente sedimentato il concetto di “Sicurezza by design”, ovvero la necessità di considerare la sicurezza informatica parte integrante dell’architettura tecnologica delle organizzazioni e non un’aggiunta da apportare semmai post emergenza.
Ed è un passo molto importante. Da addetto ai lavori mi sorprende ancora la poca attenzione sulla comunicazione, come collante per unire la lunga catena che riguarda il perimetro di attacco di una qualsiasi organizzazione che va dai propri fornitori, fino ai clienti finali passando per i dipendenti.
La comunicazione come asset strategico
Credo che parallelamente all’adozione delle migliori tecnologie, la comunicazione sia un assist strategico per creare un vero tabù rispetto alle regole da seguire per rendere la propria azienda sicura.
Perché sostengo questo? Quanti di noi adottano password veramente sicure?
I dati giustificano le notizie di cronaca che si susseguono: negli ultimi due anni, infatti, la situazione della cyber security ha subito un peggioramento significativo.
A maggio del 2024, ad esempio, sono stati registrati 283 eventi cyber, con un aumento del 148% rispetto al mese precedente, e 45 incidenti con impatto confermato (contro i 27 di aprile), secondo i dati dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale.
La centralità della sicurezza informatica
Questi numeri mostrano chiaramente che nei prossimi mesi e anni la sicurezza informatica sarà sempre più centrale nelle politiche pubbliche e private.
Il concetto di “tilt tecnologico” è essenziale per comprendere la portata del rischio. Si parla di tilt tecnologico quando l’equilibrio tra sviluppo tecnologico e sicurezza si rompe, causando un cortocircuito che può esporre aziende, istituzioni e cittadini a vulnerabilità critiche.
Questo fenomeno emerge quando l’innovazione tecnologica procede a un ritmo tale che le misure di sicurezza non riescono a stare al passo non solo per mancanza di aggiornamento tecnologico ma per carenza culturale.

Come detto, per una comunicazione efficace della sicurezza informatica, occorre prima di tutto chiarire chi sono i destinatari. Quando parliamo di cyber security, lo spettro degli stakeholder è estremamente ampio: la questione riguarda indistintamente tutti, dal semplice cittadino/consumatore alle grandi imprese, alla catena dei fornitori, passando per le istituzioni statali.
Strategie di comunicazione personalizzate
Diventa quindi fondamentale focalizzarsi sul linguaggio che deve essere personalizzato per ogni target. Un altro aspetto importante è l’inclusività: la sicurezza informatica non è – almeno non solo – un fatto per tecnici quindi bisogna essere inclusivi considerando che in Italia solo poco più della metà della popolazione ha competenze digitali adeguate ma tutti possiedono almeno uno smartphone.
La comunicazione deve quindi diventare informativa, ma anche educativa, puntando su linguaggi accessibili e canali di comunicazione popolari.
All’interno delle imprese italiane non bisogna abbassare la guardia sulla formazione che deve essere continua per adeguare gli atteggiamenti al mutare del rischio e testare continuamente il livello di attenzione dei dipendenti. Non bisogna infatti dimenticarsi che gli hacker sono costantemente alla ricerca di nuove vulnerabilità, sviluppando virus e malware sempre più sofisticati.
Ecco alcune strategie da adottare
Per affrontare in modo efficace le criticità legate alla comunicazione sulla sicurezza informatica, è quindi necessario adottare strategie mirate. Ecco alcuni suggerimenti:
- Personalizzare i messaggi: la comunicazione deve essere adattata ai diversi tipi di pubblico. I cittadini, le piccole imprese e le grandi organizzazioni hanno esigenze e livelli di competenza differenti. Creare contenuti su misura per ogni gruppo aumenta l’efficacia della sensibilizzazione.
- Semplificare i concetti tecnici: è essenziale rendere il linguaggio della cyber security accessibile a tutti. Utilizzare esempi pratici, analogie e metafore può facilitare la comprensione di concetti complessi.
- Integrare la formazione continua: la sicurezza informatica non può essere trattata come una formazione “una tantum”. Le aziende devono implementare programmi di aggiornamento costanti per tutti i dipendenti e metterli alla prova;
- Utilizzare più canali di comunicazione: non limitarsi a un solo mezzo. È importante sfruttare diversi canali per raggiungere un pubblico più ampio e diversificato.
- Collaborazione tra pubblico e privato: la comunicazione sulla sicurezza informatica deve coinvolgere tutti gli attori dell’ecosistema digitale. Le aziende e le istituzioni pubbliche devono collaborare per creare una rete di protezione diffusa e condividere le best practice.
- Monitorare e adattare la strategia di comunicazione: le minacce informatiche cambiano rapidamente, e così devono fare le strategie di comunicazione. Monitorare costantemente l’efficacia della comunicazione e adattarla ai nuovi scenari è fondamentale per mantenere alta la consapevolezza.
L'esempio Cyber Aware in UK
Un esempio recente di campagna di prevenzione sulla cyber security è la fase primaverile della campagna “Cyber Aware” del Regno Unito, lanciata dal National Cyber Security Centre (NCSC) nel 2023.
Questa fase è stata rivolta principalmente a piccole imprese e ai lavoratori autonomi, con l’obiettivo di proteggerli da minacce come il ransomware e il phishing. La campagna ha enfatizzato due misure chiave di sicurezza: l’uso di password forti basate su tre parole casuali e l’attivazione dell’autenticazione a due fattori (2FA) per proteggere gli account email.
La campagna ha anche offerto strumenti gratuiti, come il Cyber Action Plan, che fornisce un elenco personalizzato di azioni per migliorare la sicurezza informatica, e il servizio Check Your Cyber Security, che analizza i dispositivi connessi a internet per rilevare vulnerabilità comuni.
Questa iniziativa è stata parte di uno sforzo più ampio per aiutare le piccole imprese, che rappresentano una porzione significativa delle vittime di attacchi informatici, a migliorare la loro resilienza e ridurre i costi legati a tali incidenti.
La comunicazione efficace è uno strumento essenziale nella battaglia contro le minacce informatiche.
Solo con una strategia inclusiva, comprensibile e continua possiamo mitigare i rischi del tilt tecnologico e costruire una difesa solida a livello nazionale.
Happy Communication!
Festival dell'Economia di Trento: reinventarsi per crescere
Il Festival dell'Economia di Trento si conferma ogni anno come un evento di grande rilievo, attirando esperti e leader del settore pubblico e privato da tutto il mondo per discutere temi cruciali e delineare le tendenze future.
Quest'anno, due argomenti fondamentali sono emersi con forza nell'agenda dell'evento: la reinvenzione delle organizzazioni dovuta all'accelerazione delle tecnologie e alle potenzialità dell'intelligenza artificiale generativa, e l'importanza della formazione, a partire dai cicli scolastici primari.
IA Generativa e Formazione al centro
L'intelligenza artificiale (AI) e l'intelligenza artificiale generativa (Gen AI) promettono di rivoluzionare la produttività delle organizzazioni. Questa tendenza è apparsa chiara in tutti gli interventi. I benefici sono tangibili, ma richiedono capacità di investimento e lungimiranza di programmazione perché i risultati a scala sono attesi nei prossimi tre anni.
Unanime anche il giudizio rispetto al momento trasformativo che stiamo vivendo: i prossimi 20 anni ci porteranno in una società sostanzialmente differente da quella attuale. La capacità degli individui e delle organizzazioni di crescere e avere successo dipende dalla volontà di adattarsi ai cambiamenti e di investire nell’istruzione e nella formazione continua. Bisogna velocemente trasformare il paese in un incubatore di talenti.
La necessaria consapevolezza del Cambiamento
Va detto che, al momento, i segnali non indicano una presa di coscienza della leadership. Un nostro studio ha rivelato che il 58% delle persone teme che le nuove tecnologie possano far perdere loro il posto di lavoro, ma il 94% si dice pronto ad apprendere nuove competenze. Tuttavia, solo il 5% delle aziende sta attivamente riqualificando la propria forza lavoro su larga scala.

Anche la leadership pubblica sembra non essere allineata alla necessità di reinventarsi. A sollevare l'urgenza di intervenire sul sistema di istruzione ha pensato il professor Francesco Profumo della Fondazione Sanpaolo, che ha evidenziato un’allarmante criticità: a sistema stabile, senza cambiamenti significativi, tra 20 anni avremo solo 80 mila laureati, rischiando di diventare un paese senza una classe dirigente.
Ripensare il sistema educativo
È fondamentale ripensare e rinnovare il sistema educativo per preparare le future generazioni alle sfide che le nuove tecnologie porteranno. Solo trasformando questa criticità in priorità e stringendo una grande alleanza tra pubblico e privato si potranno cogliere le opportunità della trasformazione tecnologica
Credo che sia arrivato il momento di darsi uno strumento per misurare il cambiamento, per capire dove investire, fare fine tunning quando necessario. Accenture, ad esempio utilizza un indice che classifica sei fattori di cambiamento: Tecnologia, Talenti, Economia, Geopolitica, Clima, Consumatori e Società.
Creare ispirazione attraverso i contenuti
Passiamo adesso alla comunicazione. Come ho avuto modo di raccontare in altri articoli, ritengo che la divulgazione e l’educazione sulle tecnologie siano driver fondamentali per creare fiducia e consapevolezza. I brand devono impegnarsi nella creazione di contenuti che siano non solo informativi ma anche ispiratori, promuovendo una conoscenza condivisa che contrasti la disinformazione, focalizzi le priorità e valorizzi il purpose che, in questo momento, sembra mancare al nostro Paese. Questo approccio trasforma i brand in un faro di conoscenza e verità in un contesto sempre più complesso e sovraccarico di informazioni.
La reinvenzione delle Organizzazioni
Il Festival dell'Economia di Trento ha messo in luce come la reinvenzione delle organizzazioni e del sistema di istruzione siano essenziali per sfruttare appieno le potenzialità delle nuove tecnologie. Ritengo che Accenture disponga di un modello utile per trovare una via comune ad affrontare le sfide future, combinando tecnologia e ingegno umano, per creare nuove opportunità di crescita e valore per l'ecosistema. La misurazione del cambiamento e la comunicazione strategica sono strumenti fondamentali per guidare le aziende in questo percorso di reinvenzione.










