Includere i giovani conviene. Anche agli adulti
Nel dibattito pubblico, nei board aziendali, nei piani strategici delle istituzioni, si parla spesso dei giovani come di una categoria da “coinvolgere”, “ascoltare”, “avvicinare”. Ma raramente ci si ferma a riflettere sul perché farlo. Non dal punto di vista della giustizia sociale o della retorica dell’inclusione, ma da un’ottica di pura convenienza sistemica. Includere i giovani non è un favore che le generazioni adulte fanno a quelle più giovani. È un vantaggio competitivo, un’opportunità di rigenerazione, una scelta strategica che produce benefici per tutti. E che, se ignorata, diventa una zavorra per l’intero sistema.
Squilibrio tra dipendenti senior e giovani
I numeri parlano chiaro. Secondo i dati ISTAT 2025, circa il 30% delle imprese italiane presenta oggi uno squilibrio critico tra dipendenti senior e giovani under 35. Nelle micro-imprese questa percentuale sale oltre il 35%. Il rapporto “Giovani 2024” del Consiglio Nazionale dei Giovani fotografa una situazione ancora più preoccupante sul piano demografico, con l’Italia che ha perso quasi 3,5 milioni di giovani under 35 negli ultimi vent’anni. Un dato che ci rende ultimi in Europa per incidenza di questa fascia di popolazione. Se a questo si aggiunge che la disoccupazione giovanile resta intorno al 19%, con punte ben più alte nel Mezzogiorno, il quadro appare evidente. Non includere i giovani oggi significa trovarsi senza risorse domani.
Eppure la questione non è solo quantitativa. I giovani non portano solo competenze digitali o una maggiore dimestichezza con le tecnologie emergenti. Portano un diverso modo di interpretare il mondo, di valutare le priorità, di abitare la complessità. In un contesto segnato da cambiamenti rapidi, discontinuità e crisi ricorrenti, questo sguardo può rappresentare una risorsa preziosa per tutti. Per le imprese, per le istituzioni, per le comunità locali.
Riconoscere la diversità generazionale
Non si tratta di creare spazi di partecipazione simbolica, ma di aprire davvero i processi decisionali. Di riconoscere che la diversità generazionale produce valore quando viene trattata non come elemento decorativo, ma come ingrediente strutturale della governance. Troppo spesso, nei contesti professionali, i giovani vengono chiamati a osservare, a imparare, ad “assorbire esperienza”. Raramente vengono messi in condizione di esercitare agency, cioè di incidere davvero sui progetti, sui linguaggi, sulle scelte. È un errore che si paga due volte, perché si scoraggia il talento e si rinuncia a una parte del potenziale collettivo.
Molte organizzazioni lamentano una difficoltà a ingaggiare le nuove generazioni, ma non mettono in discussione i propri modelli comunicativi e organizzativi. Parlano ai giovani con codici superati, li coinvolgono in iniziative verticali, ne chiedono l’adattamento ma raramente offrono un ascolto autentico. È qui che entra in gioco la comunicazione inclusiva, intesa non come strategia di marketing, ma come approccio culturale. Una comunicazione che non infantilizza né idealizza i giovani, ma li riconosce come interlocutori completi, portatori di idee, sensibilità, urgenze. Una comunicazione che abbandona la retorica della “generazione Z” come oggetto da studiare, per trattarla finalmente come soggetto con cui costruire insieme.

Un cambio di paradigma che conviene alle aziende
Questo cambio di paradigma conviene. Conviene alle aziende, che oggi si trovano a competere per attrarre talenti in un mercato del lavoro sempre più fluido e instabile. Conviene alle istituzioni, che per recuperare fiducia devono mostrare di essere capaci di ascolto reale e di azione tempestiva. Conviene ai territori, che possono rigenerarsi solo se mettono al centro le energie e le competenze dei propri cittadini più giovani. E conviene anche alle generazioni più adulte, perché nessun sistema sociale o produttivo può permettersi di stagnare, di ripetere formule che non funzionano più, di escludere una parte della popolazione solo perché “ancora troppo giovane”.
Le ricerche confermano questa intuizione. Uno studio globale di Indeed e YouGov ha rilevato che il 71% dei lavoratori italiani ritiene che una forza lavoro multigenerazionale migliori significativamente l’atmosfera sul posto di lavoro. E l’81% dei datori di lavoro che può contare su un team intergenerazionale riconosce impatti positivi sulla produttività aziendale. Non si tratta di buone intenzioni, ma di evidenze misurabili.
La comunicazione di empowerment
La comunicazione di empowerment è l’anello che può connettere visioni diverse. È quella comunicazione che non si limita a informare, ma abilita. Che non pretende di spiegare tutto, ma crea spazio per l’espressione. Che non racconta un modello da seguire, ma costruisce un terreno comune su cui confrontarsi. È una comunicazione che chiede tempo, cura, coerenza. Ma è l’unica che può generare fiducia vera. E la fiducia, oggi, è la valuta più scarsa e più richiesta in ogni campo.
Includere i giovani non significa solo aprire le porte di qualche consiglio direttivo. Significa ripensare i meccanismi di accesso alle opportunità, riconoscere le barriere invisibili che limitano la partecipazione, accettare di mettere in discussione le strutture che hanno funzionato per decenni ma che oggi mostrano segni di logoramento. È un processo che può creare attrito, certo. Ma anche innovazione. Perché è proprio nella tensione tra ciò che è consolidato e ciò che emerge che nasce il cambiamento autentico.
Non esistono scorciatoie per attivare questo cambiamento. Esistono però segnali concreti, esperienze che funzionano, organizzazioni che stanno già percorrendo questa strada. Ci sono aziende che co-progettano prodotti e servizi con team intergenerazionali. Ci sono amministrazioni pubbliche che aprono spazi decisionali ai giovani su tematiche ambientali, sociali, educative. Ci sono movimenti civici e culturali che mettono insieme studenti, artigiani, imprenditori, professionisti per ripensare le economie locali. In tutti questi casi, la chiave non è la retorica generazionale, ma la costruzione di alleanze generative tra persone che vivono lo stesso presente da prospettive diverse.
L'inclusione è strategia
Serve quindi una rotazione verso il nuovo. Uscire dalla logica per cui l’inclusione giovanile è una concessione, un investimento a lungo termine, un gesto altruistico. L’inclusione è una strategia di sostenibilità del sistema. Un’organizzazione che non è capace di rinnovarsi è destinata a perdere rilevanza. E una società che non include i giovani oggi non avrà chi la guiderà domani.
In un mondo che cambia così rapidamente, il capitale più prezioso non è la tecnologia, né il capitale finanziario. È la capacità di apprendere e adattarsi. I giovani sono naturalmente più agili in questo, ma non possono essere lasciati soli. Hanno bisogno di essere coinvolti in modo autentico, ascoltati senza pregiudizi, responsabilizzati senza paternalismo. Hanno bisogno di comunicazioni che li mettano al centro non come pubblico da conquistare, ma come protagonisti da ascoltare.
Per farlo serve coraggio. Il coraggio di uscire dalla comfort zone delle proprie abitudini organizzative, di non avere tutte le risposte, di lasciare spazio. E di costruire, insieme, un presente che sia già futuro.
Immigrazione e talento: un nuovo paradigma competitivo per l’Italia
L’Italia si trova oggi di fronte a un bivio storico. In un tempo in cui l’inverno demografico si fa più rigido, e la trasformazione tecnologica accelera senza precedenti, l’immigrazione può rappresentare una risorsa risolutiva, se letta e gestita attraverso una chiave nuova: quella del valore, non della tolleranza.
I dati pubblicati da Il Sole 24 Ore sono eloquenti: tra il 2021 e il 2023, le imprese italiane hanno assunto 270.000 lavoratori stranieri attraverso il Decreto Flussi. Il fabbisogno potenziale stimato per i prossimi anni tocca quota 93.000 unità all’anno. Il bisogno è trasversale, riguarda l’agricoltura ma anche settori strategici come manifattura, edilizia, logistica, industria alimentare, servizi turistici e cura alla persona.
La strategia del Valore
Non si tratta più di “manodopera marginale”. Si tratta di tessuto produttivo, di filiere critiche, di ruoli scoperti in cui le imprese non trovano più candidati locali.
Tradizionalmente, siamo stati portati a pensare che i lavoratori stranieri servano a sostituire gli italiani nei lavori che “non vogliamo più fare”. Ma quella narrazione è superata. E, se insistiamo su di essa, rischiamo di rallentare la capacità del Paese di reagire a una crisi strutturale.
Questa non è una scorciatoia ma una sfida culturale: siamo pronti a considerare l’immigrazione come leva di crescita e non solo come necessità?
Poi c’è un altro fatto da considerare come aspetto di comunicazione non meno rilevante.
Inclusività e prospettive diverse
Quando parliamo di inclusività nelle imprese, ci riferiamo e comunichiamo quasi sempre equilibri di genere, parità di accesso, diversità anagrafiche. È giusto, ma non basta.
L’inclusività oggi va riletta alla luce anche della provenienza, della storia personale e della capacità di portare valore attraverso punti di vista differenti. Questo vale soprattutto nei mercati complessi e nei settori verticali in cui l’innovazione dipende dalla diversità delle competenze. Competenze che saranno sempre più aumentate dalla tecnologia fino a configurare l’Agente Digitale come un vero e proprio membro del team.
Integrare figure con un diverso background culturale e professionale non è un gesto etico, ma una scelta strategica. Le aziende che sapranno costruire ecosistemi inclusivi, internazionali, capaci di parlare più lingue e interpretare più mercati, saranno anche le più resilienti, le più credibili e le più attraenti.
Driver di questo cambiamento è il Sistema d’istruzione, attore propulsivo della trasformazione.

Soft power, vantaggio da valorizzare
C’è poi un altro aspetto da non sottovalutare: l’Italia è da sempre una destinazione desiderata. Per il clima, la cultura, lo stile, il tempo della vita. Questo immaginario — che è parte del nostro “soft power” — può diventare un asset competitivo decisivo. Ma va organizzato, reso sistema, inserito in una strategia coerente di attrazione del talento globale.
La contesa per il talento è mondiale. Le imprese non cercano solo braccia. Cercano menti, saperi, attitudini. E i Paesi in grado di offrire un contesto favorevole — in termini di qualità della vita, ma anche di regolarità amministrativa, riconoscimento delle competenze e percorsi di integrazione — saranno quelli che sapranno crescere, anche in un contesto competitivo e incerto.
L’Italia ha l’opportunità di guidare un nuovo modello di immigrazione che non porta freddo e tensione, ma calore umano, energia economica, e valore condiviso.
Tre livelli di impatto: economico, sociale, culturale
Una nuova visione che produce benefici tangibili su tre piani:
1. Economico, perché amplia e qualifica la base produttiva, riduce il mismatch tra domanda e offerta di lavoro, e rafforza le filiere industriali.
2. Sociale, perché costruisce coesione vera, a partire dal riconoscimento reciproco e dalla valorizzazione del contributo di ciascuno.
3. Culturale, perché rompe la narrazione che vede l’immigrazione come problema, e la sostituisce con una narrazione fondata su merito, competenza, prospettiva.
Un’Italia propulsiva, non passiva, in grado di creare una nuova alleanza tra imprese, istituzioni e società civile, capace di costruire un’Italia moderna, attrattiva, aperta al mondo ma radicata nella propria eccellenza.
Non è un sogno. È un progetto possibile. Ma, come ogni progetto ambizioso, richiede visione, coraggio e responsabilità condivisa.
L’inclusività passa dallo sport
Lo sport da sempre è un linguaggio universale che supera le barriere culturali. Durante le competizioni internazionali, atleti provenienti da diverse parti del mondo si uniscono per celebrare la loro passione condivisa. Questo ambiente aperto alla diversità promuove la comprensione reciproca e l'apprezzamento delle differenze culturali.
2023, anno storico per lo Sport Femminile
Il 2023 è stato un anno straordinario per lo sport femminile. Un anno che ha fatto la storia e che continuerà a influenzare positivamente il futuro. Un punto culminante è stato il record di presenze stabilito dalla Coppa del Mondo Femminile FIFA, che ha superato di oltre 600.000 spettatori il precedente record. Questo exploit ha attirato l'attenzione su una realtà che sta guadagnando sempre più rilevanza nel mondo dello sport: il crescente successo dello sport femminile.
C’è un segnale inequivocabile dell'interesse da parte del pubblico, e questo attiva inevitabilmente anche l’attenzione degli investitori e dei brand nell'ecosistema dello sport femminile.
L'impatto delle squadre Femminili sui Brand
Ma cosa significa davvero tutto ciò per i brand e le aziende? Le opportunità sono immense e varie, e vanno ben oltre il campo di gioco. Ecco come le aziende possono sfruttare appieno questo momento straordinario:
Coltivare il legame emotivo tra i fan e le squadre che sostengono:
Le squadre femminili stanno guadagnando sempre più seguaci appassionati. Marchi e aziende possono sfruttare questa affezione emotiva per costruire relazioni più profonde con i loro consumatori. Investire nella sponsorizzazione e nella promozione delle squadre femminili non solo offre visibilità, ma crea anche un legame autentico con i fan.

Ampliare l'accesso alla partecipazione:
Promuovere lo sport femminile significa anche creare opportunità per le giovani atlete e le aspiranti campionesse. Le aziende possono sostenere programmi che promuovono la partecipazione femminile nello sport, contribuendo a coltivare il talento e a creare un futuro più inclusivo. L'inclusività passa attraverso l'opportunità per tutte di partecipare attivamente nello sport.
Promuovere l'inclusività attraverso lo Sport
Utilizzare lo sport come veicolo per promuovere l'inclusività:
L'inclusività è un pilastro fondamentale dello sport femminile. Lo sport ha il potenziale per superare barriere culturali e sociali. Le aziende possono sfruttare lo sport femminile come un potente mezzo per promuovere l'inclusività e la diversità. Questo va oltre il marketing: implica un impegno autentico per creare un mondo in cui le donne abbiano pari opportunità. L'inclusività passa attraverso l'uguaglianza di genere, la diversità e l'accessibilità per tutti.
Lo sport ha dimostrato di essere un potente facilitatore dell'inclusività a tutti i livelli, creando un terreno di gioco equo e aperto verso la diversità in molteplici dimensioni. Tra queste, l'inclusività non solo nei confronti delle donne ma anche delle persone fragili, l'accoglienza delle differenze culturali e la promozione della consapevolezza e dell'accettazione delle identità LGBT emergono come obiettivi.
Atleti iconici e il loro Impatto
Atleti come Megan Rapinoe e Tom Daley hanno pubblicamente condiviso le loro identità e storie, ispirando gli altri a fare altrettanto. Queste figure rappresentano un cambiamento importante nel panorama sportivo.
In uno stadio, in un campo, sul podio o nella palestra, lo sport ci insegna che le diversità sono le note che creano la melodia della vita.
È nell'inclusività che troviamo la nostra forza, e attraverso lo sport, possiamo suonare la sinfonia dell'uguaglianza.
Happy Inclusivity!
Pride 2023, l′inclusione come Valore per la crescita
Sono entusiasta di condividere con voi le mie riflessioni sull'evento straordinario che si è tenuto sabato scorso a Milano: il Milan Pride 2023.
L'unicità sta diventando il valore principale su cui il nostro mondo sta ricostruendo un avvenire prospero, capace di abbracciare il futuro delle nuove generazioni e garantire equità a tutte le fasce di popolazione.
Una reale inclusione sociale implica necessariamente un ecosistema che garantisca a tutti i diritti sociali senza distinzione. La diversità sta diventando sempre più un diritto primario alla vita e richiede un nostro impegno, come individui, cittadini e professionisti.
I movimenti che si sono concentrati sui diritti per l'uguaglianza e il rispetto reciproco degli esseri umani hanno sempre lasciato un'impronta indelebile nella storia, portando a importanti cambiamenti sociali.
Il Gay Pride, nel corso degli anni, si è significativamente evoluto, diventando un movimento globale di grande rilevanza sociale. È iniziato come una serie di manifestazioni locali nel 1969, a seguito dei famosi moti di Stonewall a New York City, quando la comunità LGBTQ+ ha lottato contro le violenze e le discriminazioni subite dalla polizia.
Negli anni successivi, il Gay Pride si è diffuso in molte parti del mondo, assumendo diverse forme e dimensioni a seconda delle realtà locali e delle lotte specifiche. Si è trasformato da un momento di protesta e rivendicazione dei diritti in una celebrazione dell'identità e una dimostrazione di solidarietà e visibilità.
Come manager impegnato per l'inclusione e l'uguaglianza all'interno della mia azienda, mi sento vicino e fiero della manifestazione e desidero condividere con voi l'importanza di un tale evento.
Il Pride è un'esperienza incredibile, un momento di celebrazione, di solidarietà e di impegno per l'uguaglianza dei diritti delle persone LGBTQ+ e non solo. Le strade si trasformano in un arcobaleno di colori, di sorrisi e di creatività, mentre migliaia di persone si riuniscono per mostrare il loro sostegno e la loro appartenenza a questa comunità vibrante e affascinante.

Del resto, l’impegno di Accenture verso la diversità e l'inclusività è sempre stato forte. In Accenture accogliamo la diversità come fonte di innovazione, creatività e differenziazione competitiva. Accelerare il cambiamento non significa farlo solo da un punto di vista tecnologico, ma creando un ambiente di lavoro inclusivo e accessibile per tutti. Nella società post-digitale, la leadership consapevole e inclusiva risulta più efficace nell'affrontare le sfide del nostro tempo.
Partecipare a un evento così significativo permette a ogni professionista di esprimere la propria solidarietà alle persone LGBTQ+ e di mostrare l'impegno per l'inclusione nelle rispettive aziende, contribuendo a costruire un ambiente di lavoro e una società più equa e rispettosa.
Il Pride non è solo una celebrazione, ma anche un momento di riflessione e di azione. È un richiamo a continuare a lottare per un mondo in cui ogni individuo possa vivere apertamente la propria identità, senza paura di pregiudizi o discriminazioni.
Partecipare ai Gay Pride può offrire importanti lezioni di vita e di lotta per l'uguaglianza. Ecco cinque lezioni che si possono imparare partecipando a questi eventi:
- L'accettazione di sé e degli altri: i Gay Pride insegnano l'importanza dell'accettazione di sé e degli altri nella loro intera diversità. Questo evento celebra l'amore e l'identità LGBTQ+, incoraggiando le persone a mostrarsi autentiche e ad accettare gli altri per la loro vera essenza.
- La forza della comunità: i Gay Pride dimostrano il potere di una comunità unita. Vedere migliaia di persone riunite per rivendicare i diritti delle persone LGBTQ+ e celebrare orgogliosamente la propria identità crea un senso di solidarietà e sostegno. Partecipando a un Pride, si comprende che insieme si può creare un cambiamento significativo e superare le sfide.
- La visibilità come strumento di cambiamento: i Gay Pride insegnano l'importanza della visibilità nella lotta per l'uguaglianza. Essere visibili e orgogliosi delle proprie identità LGBTQ+ può contribuire a combattere gli stereotipi e a promuovere la comprensione e l'accettazione. Partecipando a un Pride, si comprende che la visibilità personale può avere un impatto positivo nella società.
- La perseveranza nel perseguire i diritti: i Gay Pride ricordano che la lotta per l'uguaglianza richiede perseveranza e impegno costante. Nonostante i progressi raggiunti, ci sono ancora sfide da affrontare e diritti da garantire. Partecipando a un Pride, si rafforza la consapevolezza dell'importanza di continuare a lottare per i diritti delle persone LGBTQ+ e per un mondo più equo.
- L'importanza dell'alleato e del sostegno reciproco: I Gay Pride sottolineano l'importanza di essere alleati e di offrire sostegno reciproco. Partecipare a un Pride in qualità di alleato o come membro della comunità LGBTQ+ dimostra l'importanza di sostenersi a vicenda nella lotta per l'uguaglianza e nel perseguimento di un futuro migliore. Questa esperienza insegna che il sostegno reciproco è fondamentale per creare un cambiamento duraturo.




