Intelligenza Artificiale e Competenze, la vera sfida è imparare
Da mesi discutiamo di Intelligenza Artificiale quasi esclusivamente in termini di innovazione tecnologica. Parliamo di modelli sempre più potenti, di produttività, di automazione, di nuovi scenari competitivi. Tutti temi importanti. Eppure ho l’impressione che il vero nodo della questione sia un altro. Un dato interessante deriva dagli studi della mia Accenture realizzati insieme a Harvard Business School sull’impatto della Generative AI sul lavoro.
Entro il 2030 fino al 40% delle ore lavorate potrebbe essere influenzato dall’Intelligenza Artificiale generativa, rendendo la riqualificazione professionale una priorità strategica per le organizzazioni.
Solo il 5% delle organizzazioni ha raggiunto un livello maturo di adozione dell’AI, ma queste aziende ottengono risultati economici significativamente superiori perché investono contemporaneamente in tecnologia, leadership e sviluppo delle competenze.
Il divario tra tecnologia e persone cresce più in fretta
Ogni grande rivoluzione industriale ha generato un divario temporaneo tra ciò che la tecnologia rendeva possibile e ciò che le persone erano preparate a fare. La differenza, questa volta, è che quel divario rischia di crescere molto più velocemente. Perché l’Intelligenza Artificiale evolve a una velocità che sistemi educativi, organizzazioni e modelli formativi faticano a seguire. Bene la recente notizia della presa di posizione anche del ministero dell’istruzione per l’adozione diffusa delle tecnologie nelle scuole corredato dall’annuncio di fondi per la formazione dei professori, la differenza la farà la capacità di realizzare i programmi in un contesto di velocità mai sperimentata.
Il rischio non è che l’IA sostituisca il lavoro umano ma che continuiamo a costruire innovazione senza contemporaneamente rendere aggiornate le competenze necessarie per governarla.

Perché il modello lineare di apprendimento non basta più
Per anni abbiamo pensato alla formazione come a un processo relativamente lineare: si studia, si acquisiscono competenze, si entra nel mercato del lavoro e periodicamente si aggiornano le proprie conoscenze. Era un modello coerente con un mondo in cui il cambiamento procedeva per cicli relativamente lunghi. Oggi non è proprio più così.
L’Intelligenza Artificiale sta modificando non solo il contenuto delle competenze richieste, ma anche il modo in cui impariamo. E forse è proprio qui che si nasconde una delle opportunità più interessanti.
Per la prima volta nella storia recente, la stessa tecnologia che genera il bisogno di nuove competenze può diventare lo strumento attraverso cui acquisirle.
Gli strumenti che personalizzano l'apprendimento
Pensiamo a ciò che già accade oggi. Piattaforme educative basate sull’AI sono in grado di adattare percorsi di apprendimento ai bisogni specifici di ogni individuo. Sistemi come Khanmigo della Khan Academy che sta sperimentando modelli in cui ogni studente può contare su una sorta di tutor personale disponibile in qualsiasi momento. A livello corporate la piattaforma LearnVantage di Accenture è avanzatissima. Non si tratta semplicemente di digitalizzare la formazione. Si tratta di personalizzarla.
L’apprendimento, tradizionalmente organizzato attorno a programmi standardizzati, potrebbe diventare progressivamente più adattivo. Ognuno potrebbe imparare con ritmi, linguaggi e percorsi differenti. In uno scenario del genere, sei mesi di esperienza potrebbero trasformarsi in due mesi di apprendimento accelerato.
Dalle competenze al valore
Naturalmente acquisire conoscenze non basta più.
La vera trasformazione riguarda il modo in cui la conoscenza viene trasformata in valore. Sempre più spesso vediamo emergere modelli in cui competenze, esperienze e know-how diventano vere e proprie monete di scambio. In Sardegna, ad esempio, il progetto sviluppato nel comune di Ollolai offre ospitalità a professionisti e nomadi digitali in cambio della condivisione delle loro competenze con la comunità locale. In altri contesti, piattaforme collaborative permettono di scambiare conoscenze professionali con servizi, opportunità e accesso a nuove reti relazionali.
Sono segnali di una trasformazione più ampia.
Stiamo entrando in un’economia in cui il capitale più prezioso non sarà semplicemente il possesso di una competenza, ma la capacità di apprenderne continuamente di nuove. Ed è qui che emerge una responsabilità collettiva.
Le organizzazioni devono investire in formazione
Le organizzazioni devono investire nella formazione non come benefit, ma come infrastruttura competitiva. Le istituzioni educative devono ripensare modelli costruiti per un mondo differente da quello attuale. E le persone devono accettare l’idea che l’apprendimento non sia più una fase della vita, ma una sua componente permanente.
L’Intelligenza Artificiale ci pone quindi una domanda molto più profonda di quella che spesso leggiamo nei titoli dei giornali.
Non ci chiede quali lavori sostituirà, ci chiede quanto siamo disposti a imparare.
Per questo il dibattito sull’Intelligenza Artificiale dovrebbe spostarsi progressivamente dai modelli ai comportamenti, dagli algoritmi alle competenze, dalla tecnologia all’apprendimento.
Perché il futuro dell’IA non dipenderà soltanto dalla qualità delle macchine che costruiremo ma soprattutto dalla qualità delle persone che sapranno utilizzarle.
Alcuni aspetti da tenere a mente:
Quante ore di lavoro potrebbero essere influenzate dall'AI generativa entro il 2030?
Secondo gli studi Accenture realizzati con Harvard Business School, fino al 40% delle ore lavorate, e questo rende la riqualificazione professionale una priorità strategica.
L'intelligenza artificiale sostituirà il lavoro umano?
Il rischio non è la sostituzione, ma continuare a costruire innovazione senza aggiornare contemporaneamente le competenze necessarie per governarla.
In che modo l'AI cambia il modo di apprendere?
L'apprendimento diventa più adattivo e personalizzato, con ritmi e percorsi differenti per ognuno, al punto che sei mesi di esperienza potrebbero trasformarsi in due mesi di apprendimento accelerato.
L’Intelligenza Artificiale non si adotta, ma si diffonde
C’è un equivoco di fondo quando si parla di Intelligenza Artificiale nelle imprese. Si tende a considerarla una scelta tecnologica, un investimento, un progetto da pianificare. In realtà, la storia dell’innovazione ci insegna che le trasformazioni più profonde non partono mai dalle organizzazioni. Partono dalle persone.
È già successo. Con i telefoni cellulari prima, con gli smartphone poi. La diffusione non è stata guidata da strategie aziendali, ma da un’adozione progressiva, quotidiana, quasi spontanea da parte dei consumatori. Solo in un secondo momento le aziende hanno integrato queste tecnologie nei propri modelli operativi, trasformando processi, servizi e interi settori economici. Lo smart working, per esempio, non è nato con la pandemia: è stato reso possibile da una familiarità diffusa con strumenti digitali già presenti nella vita delle persone.
L’Intelligenza Artificiale si muove lungo la stessa traiettoria.
L'Intelligenza Artificiale e la sua accelerazione
Oggi la sua adozione è ancora percepita come un tema prevalentemente aziendale, ma il vero punto di accelerazione si gioca sul piano consumer. Quanto più le persone iniziano a utilizzare strumenti basati sull’IA nella loro quotidianità - per lavorare, informarsi, prendere decisioni - tanto più si crea una base culturale che rende naturale, quasi inevitabile, la sua integrazione nei contesti organizzativi.
Non è un passaggio secondario. È il passaggio chiave.
Perché l’adozione tecnologica non è mai solo una questione di disponibilità degli strumenti. È, prima di tutto, una questione di fiducia e di familiarità. Le persone adottano ciò che comprendono, e comprendono ciò che utilizzano. Senza questo passaggio, ogni tentativo di implementazione rischia di restare confinato a iniziative isolate, spesso guidate più dalla pressione competitiva che da una reale trasformazione.
In questo senso, il tema delle competenze diventa centrale. Non tanto in termini di specializzazione tecnica, quanto di alfabetizzazione diffusa. Secondo le analisi più recenti, il livello di competenze digitali in Italia resta ancora inferiore alla media europea, con una quota significativa di popolazione che non possiede le competenze di base necessarie per utilizzare in modo consapevole le tecnologie. Questo gap non riguarda solo gli individui, ma si riflette direttamente sulla capacità delle imprese - in particolare le PMI - di adottare e scalare l’innovazione.
Ed è qui che emerge una delle principali contraddizioni del sistema.

L'IA e il cambio di prospettiva
Da una parte, le aziende riconoscono l’importanza strategica dell’Intelligenza Artificiale. Dall’altra, faticano a integrarla nei propri processi, non tanto per mancanza di tecnologia, quanto per mancanza di competenze e cultura diffusa. Senza una base ampia di utilizzo e comprensione, l’IA resta un tema per pochi, difficilmente scalabile.
Il rischio, in questo scenario, è duplice. Da un lato si crea un divario tra chi è in grado di adottare e chi resta indietro. Dall’altro si rallenta la capacità complessiva del sistema economico di generare valore.
Per evitare questo scenario, serve un cambio di prospettiva.
L’adozione dell’Intelligenza Artificiale non può essere guidata esclusivamente dall’alto, attraverso piani strategici o investimenti mirati. Deve essere accompagnata da una diffusione capillare, che coinvolga persone, organizzazioni e territori. Un processo in cui l’uso quotidiano diventa il primo vero motore di trasformazione.
Il ruolo della comunicazione
In questo percorso, la comunicazione gioca un ruolo decisivo.
Non come strumento di promozione, ma come infrastruttura abilitante. Comunicare l’Intelligenza Artificiale significa renderla comprensibile, accessibile, concreta. Significa tradurre la complessità in esperienze d’uso, superare la distanza tra tecnologia e percezione, costruire le condizioni perché le persone possano fidarsi.
L'intelligenza artificiale e il tema della Fiducia
Perché senza fiducia non c’è adozione. E senza adozione non c’è scala.
Questo vale ancora di più per il tessuto imprenditoriale italiano, caratterizzato da una forte presenza di piccole e medie imprese. Per molte di queste realtà, l’Intelligenza Artificiale rappresenta ancora un territorio distante, spesso percepito come complesso o non immediatamente rilevante. Ridurre questa distanza è la vera sfida.
E ridurla significa, ancora una volta, lavorare sulla diffusione.
Non è un caso che alcune delle più grandi trasformazioni economiche degli ultimi anni siano nate proprio da dinamiche di adozione diffusa. L’economia delle app, ad esempio, si è sviluppata a partire dall’utilizzo quotidiano degli smartphone. Il cloud, oggi una delle principali fonti di ricavo per aziende come Amazon, è diventato centrale grazie a una progressiva normalizzazione dell’uso dei servizi digitali.
L’Intelligenza Artificiale ha lo stesso potenziale. Ma perché questo potenziale si realizzi, serve un salto culturale prima ancora che tecnologico.
Un salto che riguarda le persone, chiamate a integrare questi strumenti nella propria quotidianità. E riguarda le aziende, chiamate a ripensare i propri modelli operativi in funzione di una tecnologia che non è più sperimentale, ma già presente.
L'IA e la vera sfida
La vera sfida, quindi, non è decidere se adottare l’Intelligenza Artificiale.
È creare le condizioni perché questa adozione diventi naturale.
Perché solo quando una tecnologia entra nella vita delle persone smette di essere innovazione e diventa infrastruttura. E solo quando diventa infrastruttura può generare valore su larga scala.
In questo scenario, il ruolo della comunicazione diventa ancora più evidente. Non è un elemento accessorio del processo, ma una delle leve principali. È ciò che consente di trasformare una possibilità tecnologica in un’opportunità reale, condivisa e diffusa.
Perché alla fine, come spesso accade nei processi di trasformazione, non è la tecnologia a fare la differenza.
È la capacità di utilizzarla.
Happy AI!
Il valore della formazione e il rischio di non riconoscerlo
Ci troviamo in un’epoca storica in cui il mercato diventa sempre più complesso e competitivo. In questo scenario, è il capitale umano a distinguere realmente sistemi economici e imprese. Investire oggi sulla formazione significa puntare su qualcosa che genera valore tangibile. Le nuove generazioni, così come chi è già nel mondo del lavoro, cercano percorsi che abbiano un senso, ma soprattutto un ritorno reale sull’investimento di tempo e denaro.
Eppure, se allarghiamo lo sguardo, emerge una contraddizione.
Da una parte il mercato chiede competenze sempre più evolute, aggiornate, ibride. Dall’altra cresce il dubbio sul valore della formazione, soprattutto tra i più giovani. Il dibattito internazionale mette in discussione il ritorno economico dell’università.
In contesti come il Regno Unito, oltre il 40% della forza lavoro è laureata, ma i salari dei laureati si sono progressivamente ridotti, fino in alcuni casi ad avvicinarsi a quelli di chi non ha un titolo universitario. Allo stesso tempo, il costo della formazione continua a crescere, generando un disallineamento tra investimento e ritorno economico.
Cala la fiducia nelle proprie competenze
E anche in Italia i segnali sono chiari. Se da un lato la formazione continua si conferma come uno dei principali fattori di crescita salariale, dall’altro emerge un dato più preoccupante: la fiducia nelle proprie competenze cala drasticamente nel tempo, fino a scendere al 6% dopo i 55 anni. È il segno di un sistema che fatica a sostenere percorsi di apprendimento lungo tutto l’arco della vita.
Allo stesso tempo, il mercato continua a segnalare una carenza di competenze qualificate, mentre il numero di laureati resta inferiore rispetto alla media europea. Anche qui la contraddizione è evidente: la formazione genera valore, ma quel valore non è ancora riconosciuto e distribuito in modo sistemico.
Tuttavia, i dati mostrano che chi investe in riqualificazione e aggiornamento continuo aumenta in modo significativo il proprio valore sul mercato del lavoro. Studi recenti mostrano che i percorsi di riqualificazione possono generare aumenti salariali fino al 37%. Non è quindi la formazione a non funzionare. È il modo in cui il sistema ne riconosce e distribuisce il valore.

Riconoscere il valore della Formazione
Il punto, quindi, non è se la formazione serva oppure no. Il punto è se il sistema è in grado di riconoscerne il valore. Oggi siamo di fronte a una tensione evidente: la domanda di competenze cresce, ma il ritorno economico percepito della formazione non cresce allo stesso ritmo. È qui che si crea la frattura. È qui che nasce la crisi di fiducia. Quando il percorso formativo non garantisce un miglioramento tangibile delle condizioni economiche e professionali, smette di essere una scelta ovvia. Diventa una scommessa. E sempre più spesso, una scommessa percepita come rischiosa.
Questo non è solo un problema educativo. È un problema economico. Un sistema che non remunera adeguatamente il capitale umano qualificato finisce per indebolire la propria capacità di crescita. Perché il capitale umano non è una risorsa infinita. Si forma nel tempo, richiede investimenti, e soprattutto ha bisogno di essere riconosciuto. Se questo riconoscimento manca, il rischio è duplice: da un lato si riduce l’incentivo a formarsi, dall’altro si genera una polarizzazione tra chi riesce ad accedere a percorsi di valore e chi resta ai margini.
Il ruolo decisivo della Comunicazione
In questo contesto, la comunicazione gioca un ruolo decisivo. Per anni abbiamo costruito una narrazione chiara: studiare, formarsi, investire su sé stessi è la chiave per migliorare la propria condizione. Ma quando questa promessa non si traduce in risultati concreti, la distanza tra racconto e realtà diventa evidente. E quella distanza si trasforma in sfiducia. La sfida, quindi, non è solo comunicare meglio il valore della formazione. È riallineare il sistema affinché quella promessa torni ad essere credibile. E qui entra in gioco il ruolo delle università.
Le università sono forse le uniche istituzioni in grado di tenere insieme tutte le dimensioni di questo problema: formazione, ricerca, impresa, mercato del lavoro. Non più solo luoghi di trasmissione del sapere, ma piattaforme di interconnessione dell’ecosistema. Possono diventare il punto in cui si costruisce un dialogo continuo tra domanda e offerta di competenze. Il luogo in cui la formazione non è scollegata dal lavoro, ma ne anticipa le evoluzioni. Il nodo in cui imprese, studenti e istituzioni trovano un linguaggio comune. Ma questo richiede un cambio di paradigma.
Serve un nuovo modello di Formazione
Non basta aggiornare i programmi. Non basta introdurre nuove tecnologie. Serve un modello in cui la formazione sia integrata nei processi economici e in cui il valore generato venga riconosciuto e distribuito in modo più coerente. Perché alla fine il punto è semplice, anche se spesso evitato: se vogliamo che le persone investano nella propria formazione, dobbiamo fare in modo che quella formazione venga riconosciuta anche economicamente. Non in termini di promessa, ma in termini reali.
Altrimenti il sistema si inceppa. E quando si inceppa il capitale umano, si inceppa anche la crescita.
Solo così la formazione può tornare a essere ciò che dovrebbe essere: il principale fattore di competitività e innovazione di un Paese.
Formazione e lavoro: come uscire dal circolo vizioso
C’è una contraddizione che attraversa il nostro Paese e che non possiamo più ignorare. Da un lato, quasi una posizione su due è difficile da coprire. Le imprese dichiarano un mismatch strutturale che in alcuni settori – costruzioni, industria, manifattura – supera il 60%. I tempi medi di reperimento del personale superano i quattro mesi, con punte ancora più alte nei comparti tecnici. Dall’altro lato, aumentano i giovani inattivi.
Non è un problema di quantità. È un problema di allineamento. È un problema di sistema. E quando un sistema non riesce a mantenere un dialogo sufficientemente strutturato tra formazione e sviluppo economico, entra in un circolo vizioso.
Quando formazione e lavoro non si parlano
Il circolo vizioso è semplice da descrivere, anche se complesso da risolvere. Quando il dialogo tra sistema educativo e sistema produttivo non è pienamente allineato, si crea un disallineamento che penalizza giovani e imprese. Competenze poco coerenti con la domanda generano inattività o sotto-occupazione. L’inattività riduce il potenziale produttivo del Paese. La riduzione del potenziale produttivo rallenta il PIL. Un PIL debole riduce la capacità di investimento pubblico e privato in formazione. E il ciclo si ripete.
Nel frattempo, nell’epoca della reinvenzione continua e accelerata, le imprese cercano altrove. O rinunciano a crescere. La reinvention delle organizzazioni non può avvenire in isolamento. Se le aziende stanno ripensando modelli di business, processi e competenze per restare competitive, anche la formazione deve attraversare una trasformazione altrettanto profonda.

Evoluzione del sistema educativo
Senza un’evoluzione parallela del sistema educativo, il rischio è creare due mondi che corrono a velocità diverse. La connessione tra istruzione e lavoro non è automatica: va progettata. E oggi più che mai va ripensata in modo sistemico, continuo e strategico.
Un giovane che non trova un canale di ingresso efficace nel mondo del lavoro non è solo un dato statistico. È capitale umano che non si attiva. È fiducia che si riduce. È mobilità sociale che si contrae. Quando questo accade su larga scala, non si tratta più solo di occupazione. Si tratta di modello di sviluppo.
Esiste però un altro circuito possibile. Un sistema formativo capace di intercettare le traiettorie dell’innovazione tecnologica, i cambiamenti demografici e le trasformazioni dei modelli produttivi crea competenze coerenti con l’evoluzione culturale e con la domanda di mercato.
Competenze coerenti generano occupazione qualificata e soddisfazione professionale. L’occupazione qualificata alimenta produttività. La produttività rafforza il PIL. Un PIL solido aumenta la capacità di investimento in ricerca, università, formazione continua.
E il ciclo diventa virtuoso.
Non è teoria. I dati internazionali mostrano una correlazione robusta tra livello di istruzione e crescita economica. I Paesi con una maggiore percentuale di laureati e con sistemi di formazione tecnica avanzata presentano, nel medio-lungo periodo, tassi di produttività e PIL pro capite più elevati. L’investimento in capitale umano non è una voce di spesa: è un moltiplicatore economico.
L'Istruzione è infrastruttura economica
L’istruzione non è solo un ascensore sociale. È un’infrastruttura economica.
Cambiamenti demografici che riducono la popolazione attiva. Innovazione tecnologica che ridefinisce competenze e professioni. Nuovi modelli di apprendimento, ibridi e digitali, che superano il perimetro tradizionale dell’aula. In questo scenario, la formazione non può restare immobile: non è un settore tra gli altri, ma la condizione abilitante di tutti gli altri settori.
Le università, in particolare, hanno oggi l’opportunità di guidare questa evoluzione. Non solo come luoghi di trasmissione del sapere, ma come piattaforme di connessione tra ricerca, organizzazioni e società. Possono integrare competenze tecniche e soft skill, rafforzare l’apertura internazionale, anticipare le traiettorie del mercato e tradurle in percorsi formativi coerenti.
Possono diventare attivatori di un ecosistema post-digitale che connette scuola, imprese e istituzioni, combinando personalizzazione e scalabilità.
In conclusione, possiamo accettare il circolo vizioso, limitandoci a registrare il mismatch e la fuga dei talenti. Oppure possiamo scegliere il circolo virtuoso, investendo in formazione come infrastruttura strategica.
Non è una scelta ideologica. È una scelta economica. La domanda non è se possiamo permetterci di investire nella formazione. È se possiamo permetterci di non farlo.
E la risposta, guardando numeri e dinamiche globali, è sempre più chiara.
Milano-Cortina 2026: lo sport come infrastruttura economico e sociale
Le Olimpiadi invernali Milano-Cortina sono una vetrina globale per l’Italia, certo. Ma sono anche un banco di prova per il nostro modo di intendere lo sport come leva sociale, economica e culturale. Non è in gioco solo l’efficienza organizzativa ma la visione del futuro, del territorio, delle persone. E soprattutto dei giovani.
Le Olimpiadi invernali Milano‑Cortina 2026 dovrebbero generare un impatto economico complessivo stimato tra 5,3 e 6,1 miliardi di euro per l’economia italiana, distribuiti tra spesa turistica, indotto, infrastrutture e benefici a lungo termine. Questi numeri mostrano come sia molto più di uno spettacolo sportivo: è un progetto economico di lunga durata, con ricadute che toccano turismo, infrastrutture, imprese, occupazione e territorio.
L’impatto quindi non è in dubbio ed è condizione per lasciare un’eredità ancora più profonda. E un'eredità che non si costruisce con gli spot o con i record. Si costruisce nei quartieri, nelle scuole, nelle palestre, nelle periferie. Si costruisce dove lo sport non è solo spettacolo, ma strumento di inclusione. È qui che Milano-Cortina può fare la differenza se scegliamo di raccontare e finanziare lo sport che forma, che unisce, che prepara al mondo.
Le competenze legate allo sport
C’è anche un tema di competenze legate allo sport molto sentito dalle aziende in questo periodo di grande trasformazione, perché lo sport insegna anche a stare nel mondo del lavoro. Insegna che talvolta dalle sconfitte si impara più che dai successi, insegna a scegliere, a focalizzare le priorità, a valorizzare i punti di forza, propri e della squadra. Insegna il controllo delle emozioni, la gestione dello stress, il coraggio della solitudine. Insegna ad accettare le regole, a prepararsi, a riconoscere un limite, a chiedere aiuto. Tutte competenze che chiamiamo “soft”, ma che in realtà sono le fondamenta di qualunque manager capace di affrontare la complessità. E tutte competenze che la scuola fa fatica a trasmettere. Lo sport le ha per definizione. Ed è proprio qui che le Olimpiadi possono diventare un grande racconto collettivo di educazione civica.

Un modello di business co-costruttore
In questo processo, il business non è spettatore: può scegliere se restare nella logica della sponsorizzazione, oppure entrare nella dinamica della co‑costruzione. Può scegliere se investire in visibilità o in eredità. Può scegliere se trattare lo sport come brand da monetizzare o come sistema da rafforzare. E la comunicazione ha un compito preciso: non limitarsi a raccontare chi vince, ma costruire una narrazione inclusiva. Uno spazio narrativo dove non ci siano solo medaglie, ma anche storie. Dove non si celebrino solo performance, ma anche percorsi. Dove l’appartenenza è una leva, non una barriera.
L’opportunità è quindi iniziare un percorso per rafforzare il ruolo dello sport può diventare una leva sociale e culturale che supera le barriere economiche.
Intelligenza Artificiale e narrazione inclusiva
L’Intelligenza Artificiale, i dati e la digitalizzazione aprono la possibilità di una narrazione policentrica e inclusiva. Non più solo il racconto istituzionale delle medaglie o delle cerimonie, ma una costellazione di voci, esperienze, prospettive che possono emergere in tempo reale. Ogni atleta, ogni territorio coinvolto, ogni comunità sportiva può diventare nodo attivo della narrazione, contribuendo a costruire un mosaico più autentico e rappresentativo.
Immaginiamo, per esempio, una piattaforma alimentata da IA che durante le olimpiadi raccolga storie dal basso: dagli allenatori delle scuole sci delle valli alpine, agli atleti paralimpici che si preparano nei centri periferici del Paese, fino ai volontari e agli studenti che vivranno le Olimpiadi da dentro. Una narrazione distribuita, accessibile anche sui social e in più lingue, dove la tecnologia aiuta a selezionare, tradurre e mettere in relazione contenuti autentici. In questo modo, la comunicazione non è solo cornice, ma parte dell’eredità: crea connessione, legittima appartenenze, moltiplica i punti di vista. E quando la comunicazione smette di essere vetrina e diventa ecosistema, allora anche l’inclusione non è più un messaggio: diventa una pratica.
Ma alla fine, c’è un punto che non può essere aggirato. Perché tutto questo accada serve una decisione di fondo: ci vogliono investimenti. Non solo per costruire impianti, ma per costruire senso potenziando le scuole, ad esempio. Per trasformare le Olimpiadi da evento in piattaforma, da spettacolo in seme.
Serve una nuova alleanza per cambiare la narrazione del Paese
Negli ultimi dieci anni l'Italia ha registrato un calo demografico del 2,4%, mentre la produttività del lavoro è cresciuta di appena lo 0,7% e il PIL ha segnato un aumento cumulato dell'11,6%. Tutti indicatori che ci collocano stabilmente tra i Paesi meno dinamici dell'Eurozona. In confronto, la popolazione dell'area euro è cresciuta del 3,1%, la produttività media del 3,6% e la crescita economica complessiva ha superato il 17%. L'Italia, insomma, fatica a tenere il passo, stretta tra un inverno demografico sempre più rigido e una struttura paese incapace di generare valore aggiunto come altrove.
Ma c'è un dato implicito, spesso rimosso, che rende tutto questo ancora più critico: il basso livello medio di istruzione della popolazione italiana.
Il rapporto Ocse fotografa l'Italia
Secondo il più recente rapporto OCSE “Education at a Glance”, solo il 20% circa degli adulti italiani tra i 25 e i 64 anni ha un titolo di studio terziario, contro una media OCSE del 40%. Inoltre, l'Italia è tra i Paesi con la più alta percentuale di adulti con competenze alfabetiche e numeriche al di sotto del livello minimo per orientarsi nel mondo del lavoro digitale. Circa il 28% degli italiani è classificato tra i livelli più bassi nei test PIAAC sulle competenze degli adulti.
Non si tratta solo di demografia o produttività. Si tratta di capacità di comprendere, interpretare e orientarsi in un mondo che cambia. Una quota troppo ampia di persone non ha gli strumenti per accedere pienamente ai processi di innovazione, transizione digitale e trasformazione del lavoro.

Serve una nuova alleanza che coinvolga tutti
Non possiamo stupirci se una parte del Paese si sente esclusa, smarrita, talvolta ostile: è il risultato di una narrazione del cambiamento che parla a pochi e lascia indietro molti. Serve un cambio di paradigma, una nuova alleanza tra aziende, pubbliche amministrazioni, media e piattaforme social per costruire insieme una narrazione diversa: una narrazione che includa, spieghi, accompagni.
Questa alleanza dovrebbe avere un duplice obiettivo: da un lato, contribuire a colmare il divario di comprensione e accesso al cambiamento; dall'altro, agevolare riforme strutturali coraggiose, che mettano l'istruzione continua e l'aggiornamento delle competenze al centro della strategia di investimenti del Paese.
Per le aziende è anche una questione di business
Per le aziende, questo è un tema di business, non solo di responsabilità sociale. Significa poter contare su un mercato interno più preparato, su una forza lavoro più adattabile, su una reputazione allineata ai valori di innovazione inclusiva.
L'Italia non può permettersi di crescere lasciando indietro la maggioranza del proprio capitale umano. L'inclusione non è più una questione di sensibilità sociale ma chiave della competitività. Solo se renderemo comprensibile e desiderabile il futuro, potremo costruirne uno davvero condiviso per innovare e crescere insieme e tenere fede al proprio ruolo di fondatori della Comunità Europea.
Formarsi sempre: la cultura del continuous learning
Siamo sempre stati abituati a pensare alla formazione come a uno strumento per aggiornarsi, per restare al passo con le novità del proprio mestiere. Ma oggi non si tratta più di aggiornamento occasionale o di episodi isolati: serve una vera e propria politica di apprendimento personale, un percorso continuo che accompagni ciascuno di noi lungo tutta la vita professionale. È questo, in sintesi, il significato profondo del continuous learning.
Non parliamo solo di competenze tecniche o digitali, ma di un atteggiamento mentale. La rapidità con cui cambiano tecnologie, mercati e linguaggi ci impone di superare l’idea di una formazione “a blocchi”, fatta di cicli e certificati. La conoscenza diventa un flusso, non un archivio. E chi non entra in questo flusso rischia di restare ai margini di un mondo che non aspetta.
Il concetto del continuous learning
Il continuous learning non è un concetto nuovo, ma oggi assume un significato diverso. Significa accettare che la formazione non è un momento separato dalla vita, bensì una sua dimensione costante. Implica una mentalità aperta, curiosa, capace di aggiornarsi in modo naturale e continuo. In questo senso, la scienza del cervello ci offre una conferma interessante: diversi studi mostrano che il cervello consolida meglio ciò che apprende attraverso stimoli brevi ma regolari, piuttosto che in sforzi concentrati e intensi. L’apprendimento continuo, quindi, non è solo un principio educativo: è coerente con il modo in cui la mente umana funziona davvero.
Serve un cambio di paradigma
Ma per arrivare a una cultura dell’apprendimento costante serve un cambio di paradigma. Non possiamo chiedere a persone cresciute in un sistema che separa il tempo dello studio da quello del lavoro di pensare che “si impara per sempre”. È un modello che si costruisce sin da piccoli, a partire dalla scuola. E qui emerge una grande contraddizione: parliamo di lifelong learning mentre difendiamo ancora l’idea di tre mesi di vacanze estive. Un retaggio di un’altra epoca, quando la pausa serviva ad aiutare nei campi e la vita seguiva i ritmi dell’agricoltura.
Oggi, in un Paese che affronta un inverno demografico e che fatica a mantenere alta la propria produttività, tre mesi di stop rappresentano un lusso che amplifica le disuguaglianze. Chi può permettersi esperienze formative, viaggi o laboratori estivi ne trae vantaggio; chi non può, resta indietro. Il divario cognitivo nasce anche da qui, da un tempo che non è distribuito in modo equo.

Continuous learning, continuità e curiosità
Il continuous learning richiede invece continuità, curiosità, esercizio mentale. Non è un obbligo imposto dalle aziende o dalle tecnologie, ma un diritto-dovere che ciascuno deve riconoscere per sé. È la consapevolezza che il valore professionale non è più statico, ma si rinnova costantemente.
Serve un sistema educativo che prepari al cambiamento e non solo alla memorizzazione; che insegni a interpretare l’incertezza, a muoversi dentro la complessità. E serve, allo stesso tempo, un ecosistema sociale che consideri la formazione permanente non come un costo, ma come un investimento collettivo.
La capacità di imparare sempre
Non basta parlare di upskilling o reskilling se non accompagniamo questi termini a una riforma del pensiero. La cultura del continuous learning non si misura in ore di corso o attestati, ma nella capacità di imparare, disimparare e reimparare.
Solo cambiando questo paradigma – a partire dalla scuola, passando per le imprese, fino alla sfera personale – potremo affrontare davvero la sfida di un mondo in trasformazione. Perché la vera innovazione non è la tecnologia: è la mente che resta aperta, curiosa e in cammino.
Happy Learning!
Gli Usa e STEM: il paradosso del gigante tecnologico
Gli Stati Uniti sono il faro globale dell’innovazione: dalla Silicon Valley al boom dell’intelligenza artificiale generativa, il paese ha plasmato il proprio successo su una visione fortemente orientata dalla tecnologia. Tuttavia, una sfida emerge quando si guarda più da vicino il capitale umano del paese e si zooma su quello che rappresenta all’unisono l’élite e la ninfa vitale di una nazione che ha al suo centro la tecnologia di frontiera, ovvero le STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics).
Ebbene nei precedenti articoli avevamo anticipato delle sorprese, eccone un’altra: in termini di laureati STEM gli USA non appaiono in buona salute. I circa 437 mila laureati in discipline STEM rappresentano solo il 21% dei laureati americani. Negli articoli precedenti abbiamo visto che questa percentuale in Germania rappresenta il 36%, mentre in termini assoluti la Cina ogni anno sforna 4.7 milioni di laureati STEM.
Le discipline STEM negli Usa
Anche il fenomeno della grande attrattività delle Università americane può, dal punto di vista della salute dal capitale umano a stelle e strisce, fornire una lettura non necessariamente positiva: oggi oltre metà dei titoli STEM negli USA sono conseguiti da studenti internazionali. In campi come informatica o ingegneria, gli studenti stranieri dominano le classi, con punte di oltre il 70% nei corsi in computer science. Va detto che circa 2/3 di questi laureati rimangono a lavorare negli Stati Uniti, complessivamente, quasi un quinto della forza lavoro STEM statunitense è composta da nati all’estero.

Altro elemento critico appare essere la situazione nelle scuole pre-universitarie ( K-12). Nelle ultime rilevazione gli studenti americani fino a 18 anni hanno ottenuto risultati nella media internazionale in matematica e scienze, piazzandosi dietro molte altre nazioni avanzate.
Sappiamo che la disponibilità di professionisti STEM è un fattore cruciale per tutte le economie moderne, e negli USA una carenza di figure tecnico-scientifiche potrebbe avere conseguenze significative su produttività e competitività.
Le imprese Usa e le difficoltà crescenti
Attualmente, le imprese americane segnalano difficoltà crescenti nel reperire lavoratori qualificati in settori tecnologici. Dopo la pandemia, con la ripresa delle attività, molti datori di lavoro hanno incontrato carenze di manodopera specializzata al punto da dover rallentare la produzione per mancanza di personale adeguato.
Gli Usa e la formazione STEM non sufficiente
Gli Stati Uniti detengono la leadership tecnologica globale in molte industrie, grazie alla combinazione di forte R&S, spirito imprenditoriale e attrazione di talenti. Tuttavia la formazione STEM domestica insufficiente può rappresentare un punto di debolezza significativo.
Chiudo consigliandovi di guardare un breve video in cui il CEO di Apple, Tim Cook, spiega il motivo per cui la sua azienda ha parte della produzione in Cina.
Happy STEM!
I grandi investimenti sulla IA e i vantaggi per le aziende italiane
Negli ultimi mesi, l’intelligenza artificiale è diventata non solo il motore dell’innovazione tecnologica globale, ma anche l’oggetto di una nuova competizione geopolitica e industriale.
Stati Uniti, Unione Europea e singoli Paesi membri come la Francia stanno iniettando risorse senza precedenti per garantire la sovranità tecnologica e il controllo delle infrastrutture critiche dell’IA.
La svolta del 2025: Stargate, InvestAI e il piano francese
Il 2025 sarà ricordato come l’anno della svolta. A gennaio, Donald Trump ha annunciato il progetto Stargate, un’iniziativa titanica con l’obiettivo di costruire la più grande infrastruttura di data center e campus tecnologici dedicati all’IA mai concepita.
L’investimento iniziale è di 100 miliardi di dollari, con una proiezione che potrebbe toccare i 500 miliardi nei prossimi quattro anni. Un’alleanza tra colossi come SoftBank, Oracle e OpenAI che non solo punta a creare 100.000 nuovi posti di lavoro, ma vuole garantire agli USA il protrarsi della supremazia tecnologica.
Dall’altra parte dell’Atlantico, l’Unione Europea ha risposto con una visione altrettanto ambiziosa: InvestAI, un piano da 200 miliardi di euro per finanziare infrastrutture di supercalcolo, sostenere startup deep tech e accelerare la trasformazione digitale delle imprese.
Bruxelles non nasconde l’intento: assicurare che l’Europa non venga schiacciata tra la potenza americana e l’avanzata cinese. Il messaggio è chiaro: l’IA sarà il nuovo motore della crescita economica e chi resterà indietro pagherà il prezzo dell’irrilevanza industriale.
A distinguersi in questo scenario è la Francia, che ha deciso di giocare d’anticipo con 109 miliardi di euro destinati a diventare il cuore pulsante dell’IA europea. Con il supporto di giganti come Nvidia e Microsoft, Parigi mira a trasformare il proprio territorio in una Silicon Valley europea, attraendo startup, ricercatori e investimenti industriali.

E l’Italia?
Il ruolo finora assunto dall’Italia, quello di “spettatore interessato”, potrebbe trasformarsi in un’opportunità se seguito da una strategia nazionale che sappia fare leva sulle alleanze europee e atlantiche.
L’Italia è tra i Paesi fondatori dell’UE e, proprio grazie a questo posizionamento, potrebbe giocare un ruolo chiave come ponte tra i grandi poli di investimento e il proprio tessuto industriale fatto di PMI e distretti produttivi.
Le aziende italiane possono trarre vantaggio da questa ondata di investimenti europei e globali, a patto di attivarsi rapidamente su più fronti:
1. Accesso ai fondi InvestAI
Le imprese italiane potranno accedere ai bandi europei per progetti di innovazione e transizione digitale, partecipando a partenariati internazionali per lo sviluppo di applicazioni IA in settori chiave come automotive, energia e sanità.
2. Collaborazioni transnazionali
La Francia, con il suo piano da 109 miliardi, diventerà un polo attrattivo. Le imprese italiane più innovative potranno stringere alleanze strategiche con aziende francesi e accedere a infrastrutture avanzate per sviluppare congiuntamente prodotti basati sull’IA.
3. Filiera dell’IA made in Italy
Grazie al proprio tessuto industriale di PMI e distretti produttivi, l’Italia ha l’opportunità di diventare un laboratorio di applicazione dell’IA nelle filiere della meccanica, del lusso e dell’agroalimentare.
La sfida sarà rendere questa tecnologia disponibile a tutte le realtà produttive, integrando l’IA nei processi aziendali per generare efficienza e personalizzazione su scala.
4. Valorizzazione dei dati
Le aziende italiane possono trarre vantaggio dall’integrazione con le piattaforme europee di supercalcolo per elaborare grandi moli di dati e sviluppare servizi predittivi e personalizzati, migliorando la loro competitività.
Il nodo competenze e formazione
Un capitolo a parte merita il tema delle competenze e della formazione, forse il tema più importante da indirizzare con maggiore determinazione e capitali.
La partita dell’IA rende evidente la necessità di upskilling e reskilling delle persone, non solo sotto il profilo tecnico, ma anche da un punto di vista emotivo e culturale: se non conosci una tecnologia, difficilmente riesci a fidarti di essa.
Questa task è prevalentemente nelle mani delle aziende e delle Università, nella loro capacità di collaborare. Esiste un altro fattore che invece è responsabilità esclusiva del pubblico: la formazione dei giovani. È assolutamente evidente che bisogna rendere contemporanei i programmi di studi di tutti i cicli scolastici per rendere la materie scientifiche centrali nella vita scolastica tanto quanto lo sono nella vita reale, presente e futura.
Verso un futuro guidato dall’IA
La sfida è aperta: l’IA non è solo tecnologia, è strategia di business e riposizionamento del sistema Paese nel mondo del prossimo futuro.
E chi oggi saprà essere capace di costruire alleanze e investire, avrà le carte per essere protagonista in un mondo sempre più veloce.
STEM: la chiave per un Paese "Future Ready”
Era il 1988 quando Piero Angela esortava: “ Abbiamo bisogno di uomini che sappiano cucire la cultura umanistica con quella scientifica” e dopo quasi 40 anni la nuova “riforma” della scuola non sembra avere assimilato questo appello. Tutto questo quando l'intelligenza artificiale sta riscrivendo le regole del lavoro, della società e la tecnologia sempre più plasma ogni settore, nel viaggio alla modernizzazione tecnologica dove algoritmi e agenti digitale riscrivono regole e confini.
È forse la conoscenza del latino o del greco a renderci protagonisti della contemporaneità, o la capacità di progettare applicativi di AI? Questa provocazione non è retorica, i recenti avvenimenti ci mettono difronte al fatto che questo è il cuore del dibattito in un dualismo datato tra la necessità di preservare un'istruzione umanistica di stampo novecentesca e l'urgenza di puntare sulle materie STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica).
I numeri parlano chiaro: nei paesi più progrediti, l’investimento nelle STEM è un propulsore di produttività. Un +10% nelle competenze tecnologiche corrisponde a un +15% di produttività, secondo l’OCSE. Ancora più eloquente è uno studio della Oxford University: competenze in intelligenza artificiale, apprendimento automatico e scienza dei dati aumentano i salari potenziali del 40%. Questa crescita non è solo numerica, ma metaforica: rappresenta il balzo verso un futuro in cui l’innovazione non sarà più una scelta, ma una necessità.
Se vogliamo vedere l’importanza di questo percorso, basta volgere lo sguardo al Medio Oriente, un’area spesso associata al passato, ma oggi proiettata con forza verso il domani. In paesi come Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, il 77% dei lavoratori ritiene fondamentale aggiornare le proprie competenze STEM per affrontare le sfide dell’era digitale. Non si tratta solo di parole: interi sistemi educativi stanno mutando per supportare la formazione in settori cruciali come la robotica, l’energia sostenibile e l’intelligenza artificiale.
Ad esempio, iniziative come il programma “STEM for All” negli Emirati hanno portato a un incremento del 60% degli iscritti a corsi universitari scientifici in soli cinque anni. Questa regione sta dimostrando che non importa da dove parti, ma dove decidi di andare. Con una visione chiara, l’impegno nel presente può trasformare il futuro.

Il Lavoro come rinascita: case study innovativi
L’insegnamento delle STEM non conosce confini né barriere, come dimostrano due esempi emblematici. L’Università di Helsinki, ha messo a disposizione dei carcerati un corso per imparare le basi dell’intelligenza artificiale per prepararsi al mercato del lavoro una volta scontatta la loro pena: un’analogia concreta tra la libertà mentale e la libertà fisica.
Nel frattempo, dall’altra parte del mondo, l’UCLA ha deciso di utilizzare l’intelligenza artificiale non solo per sviluppare la tecnologia, ma anche per rafforzare le materie umanistiche. Il corso di letteratura comparata della professoressa Zrinka Stahuljak sfrutta la piattaforma AI Kudu per personalizzare materiali didattici e stimolare l’analisi critica degli studenti. È un esempio di ciò che le STEM possono fare: non cancellare, ma trasformare. Non chiudere, ma aprire.
In questo scenario, i giovani e le imprese non sono più solo consumatori di conoscenza: sono creatori e innovatori. Guidati da capacità, curiosità e necessità, reinventano il mondo attraverso approcci scientifici. Le aziende che sostengono questo spirito imprenditoriale ottengono più di profitti.
Prepararsi al futuro: una scelta necessaria
L’Italia deve guardare avanti. L’idea che l’umanesimo e le scienze debbano convergere è corretta, ma non può distogliere l’attenzione da ciò che conta davvero: preparare i giovani alle competenze STEM, perché il futuro non aspetta.
Il nostro Paese rischia di diventare una sineddoche dell’Europa, una parte che non rappresenta più il tutto, un frammento nostalgico di un passato glorioso, mentre altri costruiscono il domani. Per evitare questa trappola, dobbiamo agire ora.
Il dibattito si è acceso proprio recentemente, il Ministro dell’Istruzione e del Merito ha annunciato una riforma volta a rilanciare lo studio della Storia, con una commissione di esperti incaricata di aggiornare le Indicazioni Nazionali. È un tentativo lodevole, ma solleva almeno 3 interrogativi: stiamo forse cercando di invertire il corso di una trasformazione inevitabile? Forse è il passato che ci guida, o l’innovazione che ci chiama? È forse il latino che ci prepara, o la tecnologia che ci insegna?".
Il Ruolo della Comunità Scientifica
La comunità scientifica, però, non può limitarsi a vivere nella sua torre d’avorio, lontana dai dibattiti umanistici e dalla società. È necessario che gli esperti STEM si impegnino in una divulgazione semplice e accessibile, capace di abbattere il muro di incomprensione che spesso separa scienza e pubblico.
Ma non basta. I professionisti delle scienze devono partecipare attivamente alla vita culturale del Paese, contribuendo a creare un tessuto connettivo in cui sapere scientifico e pensiero umanistico non siano più mondi separati, ma un tutt’uno. Solo quando società, umanesimo e scienza dialogheranno in armonia potremo veramente ambire a un’Italia migliore, capace di progredire senza perdere la sua identità.
Se oggi non investiamo nelle STEM, domani resteremo solo a osservare gli altri costruire ciò che avremmo potuto creare. Le STEM non sono un’alternativa, sono la base. Sono la grammatica del futuro, l’alfabeto di un mondo in cui l’innovazione è il nuovo linguaggio universale. Chiudo attingendo ancora da Angela che citando Toraldo di Francia chiude l’intervista con cui ho aperto questo articolo dicendo: “Non bisogna soltanto fare una la tecnologia a misura dell’uomo ma anche l’uomo, e direi degli intellettuali, a misura della tecnologia”










