L’intelligenza artificiale entra a scuola. Ma chi forma i professori?

L’intelligenza artificiale entra a scuola. Ma chi forma i professori?

Sull’intelligenza artificiale nella scuola continuiamo a chiederci se vada consentita o limitata. Forse è già la domanda sbagliata.

L’IA è entrata nella vita degli studenti, nel lavoro e nelle professioni e inevitabilmente entrerà sempre di più anche nelle aule. La questione è capire come utilizzarla e, soprattutto, chi deve insegnare ai ragazzi a farlo.

Non conta quanta tecnologia arriva nelle aule, ma come la si usa

Una ricerca di Tommaso Agasisti e Mara Soncin, pubblicata su Applied Economics e ripresa dal Sole 24 Ore, ha analizzato 5.360 scuole di 21 Paesi europei. Il risultato interessante è che la tecnologia può migliorare l’efficienza della scuola, ma non quando viene semplicemente utilizzata di più. Conta come viene utilizzata: i risultati migliori sono associati a un uso moderato e ad attività che spingono gli studenti a ricercare, analizzare dati e risolvere problemi.

In altre parole, la tecnologia funziona quando stimola il pensiero, non quando lo sostituisce.

Ed è qui che emerge il vero problema italiano. Comprare computer, piattaforme e software è relativamente semplice. Formare migliaia di docenti perché sappiano utilizzarli bene è molto più difficile. Richiede soldi, tempo, aggiornamento continuo e capacità di valutare i risultati.

Ci preoccupiamo giustamente dello studente che utilizza ChatGPT per farsi scrivere un tema o risolvere un esercizio. Ma dovremmo porci anche la domanda opposta: cosa succede quando l’IA diventa una scorciatoia per un insegnante?

Un buon docente può utilizzarla per preparare materiali migliori, personalizzare gli esercizi e dedicare più tempo agli studenti. Un docente poco motivato potrebbe invece delegarle parte del proprio lavoro senza migliorare la qualità dell’insegnamento. L’IA, da sola, non rende migliore nessuno.

L’intelligenza artificiale entra a scuola. Ma chi forma i professori?
L’intelligenza artificiale entra a scuola. Ma chi forma i professori?

Il caso dell'Estonia: AI Leap

Voglio condividere il caso dell’Estonia che ha scelto di affrontare il problema in modo diverso. Con il programma nazionale AI Leap ha introdotto l’intelligenza artificiale nelle scuole superiori coinvolgendo circa 20.000 studenti e migliaia di insegnanti.

Ma la parte interessante non è il numero di chatbot messi a disposizione. È l’investimento sui docenti e sul modo di utilizzare questi strumenti. L’obiettivo è fare dell’IA un supporto al ragionamento e al pensiero critico, non una macchina che consegna semplicemente la risposta.

È una differenza sostanziale. L’hardware si compra, le competenze si costruiscono.

Ed è anche un tema di comunicazione.

Il racconto pubblico dell’intelligenza artificiale oscilla continuamente tra entusiasmo e paura. Nella scuola è più facile raccontare il ragazzo che copia con ChatGPT che discutere di quanto siamo disposti a investire nella preparazione degli insegnanti.

Media, istituzioni, aziende tecnologiche e brand possono contribuire a cambiare questa narrazione. Non basta raccontare cosa può fare l’intelligenza artificiale: bisogna aiutare le persone a capire cosa dobbiamo saper fare noi con l’intelligenza artificiale.

Bisogna investire sul capitale umano

Per le aziende significa anche assumersi una responsabilità che va oltre la vendita di hardware, software e servizi. Se l’IA diventerà una delle infrastrutture della conoscenza, contribuire alla diffusione delle competenze necessarie per utilizzarla significa investire nel capitale umano e, indirettamente, nel mercato di domani.

La domanda è quanto siamo disposti a investire perché studenti e insegnanti imparino a usarla bene. E forse dovremmo cominciare a preoccuparci non soltanto di come valutiamo i ragazzi nell’era dell’IA, ma anche di come valutiamo chi ha il compito di formarli.


Armando Barone

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