Eravamo abituati allo storytelling, l’arte di raccontare storie capaci di emozionare. Poi è arrivato lo storydoing, che ha trasformato le parole in azioni concrete, rendendo la narrazione più autentica e tangibile. Oggi, in un’epoca segnata da crisi e incertezze, emerge un nuovo paradigma: l’hopetelling, il racconto della speranza, una narrazione che non solo informa, ma ispira e motiva al cambiamento.
In questo scenario, il Giubileo della Comunicazione diventa un’opportunità per riflettere sul potere delle parole e sul loro impatto nel costruire un futuro più consapevole e positivo. Può la comunicazione, spesso dominata dal sensazionalismo e dalla paura, farsi strumento di speranza e trasformazione?
Il Giubileo è tradizionalmente un momento di riflessione e rinnovamento, e applicarlo alla comunicazione significa interrogarsi su come questa possa diventare più etica, inclusiva e costruttiva. La società contemporanea è spesso segnata da una comunicazione polarizzata, in cui prevalgono il sensazionalismo e la paura. Tuttavia, questo evento ci invita a ripensare il modo in cui raccontiamo la realtà: può la comunicazione essere al servizio del bene comune?
Papa Francesco, in più occasioni, ha sottolineato l’importanza di un’informazione che non si limiti alla denuncia del male, ma che sappia anche evidenziare il bene, promuovendo l’impegno come purpose per un futuro migliore. Questo approccio si collega perfettamente all’idea di hopetelling.
Cosa si intende per Hopetelling
L’hopetelling è una strategia narrativa che si concentra sulla comunicazione di storie di speranza, trasformazione e soluzioni. Non significa edulcorare la realtà o ignorare le difficoltà, ma mettere in luce percorsi di resistenza e resilienza che possano ispirare e motivare.
Nella comunicazione, ciò si traduce in una maggiore attenzione ai progetti di innovazione sociale, alle storie di comunità che trovano soluzioni a problemi complessi e a quelle persone che, con le loro azioni, diventano simboli di cambiamento. L’obiettivo è fornire al pubblico non solo un’analisi dei problemi, ma anche strumenti narrativi che alimentino la fiducia nel futuro.

Perché l’hopetelling è essenziale oggi?
Viviamo in un’epoca in cui il “doomscrolling” – l’abitudine a consumare incessantemente notizie negative – può generare ansia e sfiducia. Di fronte a questo fenomeno, l’ecosistema della comunicazione ha la responsabilità di bilanciare il racconto della realtà con narrazioni capaci di generare speranza e consapevolezza.
L’hopetelling è essenziale per almeno tre validi motivi:
- Offre una prospettiva alternativa: invece di concentrarsi solo sui problemi, mostra le soluzioni in atto.
- Motiva all’azione: evidenziando esempi di cambiamento positivo, ispira altre persone a contribuire alla trasformazione sociale.
- Rafforza il senso di comunità: promuove la condivisione di esperienze costruttive e crea connessioni tra chi vuole migliorare la complessità.
Un esempio concreto di hopetelling nel giornalismo è l’iniziativa di The Guardian, che ha lanciato una sezione dedicata al constructive journalism (giornalismo costruttivo) chiamata “The Upside” e del Corriere della Sera con “Buone notizie”.
Un nuovo riferimento: offrire soluzioni
Questo progetto che mirano a raccontare non solo i problemi, ma anche le soluzioni e le persone che stanno lavorando per risolverli, un approccio che potrebbe diventare un riferimento editoriale diffuso.
Il Giubileo della Comunicazione è stata un’occasione per riflettere sul nostro modo di raccontare il mondo. L’hopetelling rappresenta una prospettiva che può rinnovare la comunicazione, rendendola più orientata al bene comune e capace di risvegliare nelle persone il desiderio di essere parte attiva di un cambiamento positivo.
In un’epoca in cui la speranza sembra talvolta offuscata dalla crisi e da un’incertezza conclamata, il potere della narrazione può essere un faro capace di illuminare strade nuove e possibili.
Happy Telling!
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